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Street Fighter – Il Film Che Aveva Tutto e Ha Scelto di Fare il Pagliaccio – Recensione

Street Fighter di Kitao Sakurai: Ryu, Ken e Chun-Li tra nostalgia arcade, ironia forzata e occasioni sprecate. La recensione senza guanti di DarumaView.🕹️🥋💥

Dopo il camp di Jean-Claude Van Damme nel 1994 e il sonnecchioso tentativo di Street Fighter: The Legend of Chun-Li nel 2009, Capcom riprova a portare i suoi lottatori sul grande schermo. Il risultato, diretto da Kitao Sakurai, è un film che sa citare il videogioco, sa mettere in campo un cast enorme e sa accendere qualche lampo di vera nostalgia. Poi, però, decide di tagliare il montaggio con una cesoia, riempire ogni frame di ironia obbligatoria e sprecare il World Warrior Tournament come se fosse una festa di paese.

“Hanno avuto Ryu, Ken, Bison, Sagat e la colonna sonora dei giochi. E hanno scelto di fare un film sui battutari.”

– Sheng Long, il personaggio segreto mai apparso in Street Fighter II

🎥 Trama – World Warrior Tournament, ovvero il torneo più confuso della storia dei picchiaduro

Ryu, interpretato da un convincente Andrew Koji, e Ken Masters, interpretato da Noah Centineo, sono due amici lontani che vengono richiamati in campo da Chun-Li (Callina Liang) per partecipare al nuovo World Warrior Tournament. Dietro il torneo, ovviamente, si nasconde una cospirazione legata al dittatore M. Bison (David Dastmalchian) e ai suoi piani di dominio.

Fino a qui, tutto bene. La premessa è semplice, riconoscibile e perfetta per un film di Street Fighter: un torneo, dei rivali, il cattivo più grande del mondo e un pugno che deve risolvere tutto. Il problema è che il film sembra aver capito questo solo nei primi venti minuti. Poi la trama inizia a vagare come Ken dopo tre Gin Fizz, saltando da un personaggio all’altro, da una gag all’altra e da un’ambientazione all’altra senza mai costruire un vero ritmo.

Il torneo dovrebbe essere il cuore pulsante del film. Invece assomiglia più a un Kumite sgangherato di un “Senza esclusione di colpi” qualsiasi che al World Warrior Tournament: palestre spoglie, ring generici, location anonime e pochissima fantasia visiva. Gli stage iconici dei giochi, quelli che ogni appassionato riconoscerebbe a occhi chiusi, vengono quasi tutti ignorati. Quando il film cita la sauna di E. Honda, lo fa con una scena così povera che sembra un provino per una pubblicità di bagni turchi economici.

E poi c’è il montaggio. Ah, il montaggio. Il passaggio dal torneo alla liberazione di Ryu è fatto con una nettezza tale che sembra mancare un intero rullo di pellicola. Non è un taglio, è un’amputazione cinematografica. Centoventi minuti di film, e in mezzo a questi centoventi minuti qualcuno ha deciso che il pubblico poteva tranquillamente ricostruire da solo le parti mancanti.

“Ho visto film montati con Windows Movie Maker. Almeno lì il computer chiedeva se ero sicuro.”

– Sheng Long

✅ Cosa funziona in Street Fighter – Gli sprite erano meglio, ma qualcosa si salva

Non tutto è da buttare nella vasca dei continue persi. Il film ha almeno il merito di capire che Street Fighter non è solo pugni e calci, ma anche un universo visivo fatto di personaggi riconoscibili, rivalità e nostalgia arcade.

Il punto più riuscito è l’uso dell’animazione 2D disegnata a mano, realizzata con lo studio Titmouse. I flashback animati non sono un ornamento: riportano con efficacia al film animato di Street Fighter e alla serie Street Fighter Alpha/Zero, dando al film un respiro visivo che le scene live action spesso non riescono a mantenere. Quando il film si lascia andare al disegno, per qualche minuto sembra persino di guardare la versione giusta di questa storia.

Tra i personaggi, Dhalsim è probabilmente la scelta più riuscita: mistico, elegante, inquietante nel modo giusto. Dan funziona pure, anche se con un paradosso divertente: il personaggio comico per eccellenza della saga risulta qui quasi più serio di tutti gli altri, mentre il resto del cast fa la parte del cabarettista in cerca di applausi.

Ryu di Andrew Koji regge bene, anche se l’attore appare un po’ troppo maturo per interpretare il ragazzo errante che tutti abbiamo in mente. Ken di Noah Centineo ci sta, con gli stessi limiti di età ma una presenza simpatica. E quando finalmente Ken diventa davvero Ken, con il suo celebre jingle riarrangiato in chiave quasi operistica, il film trova per due minuti la sua anima. Peccato che quei due minuti sembrino arrivati per sbaglio, come una mossa speciale eseguita durante un lag.

La colonna sonora, poi, è un paradosso glorioso. Metal e rock anni ’90, scelte fighe, energia giusta, atmosfera giusta per un film sui lottatori. Ma non c’entrano un cazzo con Street Fighter. I temi del videogioco vengono citati in arrangiamenti vari, ma quasi mai usati con piena consapevolezza. Per un adattamento di uno dei picchiaduro più iconici di sempre, è come fare un film su Super Mario usando solo musica da ascensore.

❌ Perché non guardare Street Fighter – Hadoken, Poi il Montatore È Scappato

Qui viene il dolore. Perché Street Fighter non fallisce per mancanza di mezzi, né per mancanza di idee. Fallisce perché ha tutte le carte in mano e decide di giocarle male.

Il primo problema è il cast, o meglio la gestione del cast. Cammy è sprecata in modo quasi offensivo: presente, riconoscibile, ma senza una vera funzione narrativa. Blanka interpretato da Jason Momoa aveva potenziale, ma il trucco lo lascia troppo somigliante a Momoa e troppo poco simile a una bestia verde uscita da una giungla elettrica. Akuma, interpretato da Roman Reigns, è semplicemente inguardabile. M. Bison di David Dastmalchian funziona a tratti, ma risulta troppo magro, troppo poco minaccioso per un villain che dovrebbe essere l’imperatore del male con il sorriso più sgradevole dei videogiochi.

E poi c’è Balrog interpretato da 50 Cent. Non è che 50 Cent sia un attore cattivo, è che Mike Tyson era lì, disponibile, perfetto per il ruolo, e qualcuno ha detto “no, prendiamo il rapper”. Una scelta che ha il sapore di una mossa fatta al buio con il pad colpito da drift.

Il secondo problema è il tono. Il film insegue la linea ironica dei film Marvel e Disney con una convinzione quasi religiosa. Tutti devono fare battute, tutti devono essere simpatici, tutti devono sembrare perfetti idioti. L’ironia non è mai un problema in sé, anzi, nel cinema orientale si piange e si ride nello stesso fotogramma senza traumi. Ma qui l’ironia è troppo marcata, troppo demenziale, troppo insistente. I personaggi che abbiamo conosciuto nei giochi vengono snaturati, trasformati in versioni cartoon di se stessi senza il fascino delle versioni più comiche come Pocket Fighter o Super Puzzle Fighter II Turbo.

Il terzo problema è il torneo. Il World Warrior Tournament dovrebbe essere il sogno di ogni fan: stage iconici, sfide memorabili, atmosfere da arcade. Invece il film lo riduce a un contenitore generico, quasi da film di arti marziali anni ’90, dove gli stage dei giochi vengono ignorati o realizzati in modo povero. La sfida in Thailandia con Sagat del primo capitolo è stata realizzata in animazione, bella, ma forse avevano finito il budget per le location?

E Sagat stesso? Grande assente del film, salvato solo dalla scena post-credits che lo mostra mentre viene reclutato da Bison per la rivincita contro Ryu. Cioè: il film ci dice “abbiamo salvato Sagat per il sequel”, ma prima avrebbe potuto provare a salvare il montaggio di questo.

“Nel gioco Sagat si faceva battere da Ryu e tornava più forte. Nel film si fa buttare fuori dal montaggio e torna in animazione.”

– Sheng Long

🌀 Extra – Dal videogioco al film: storia di un picchiaduro picchiato male dal cinema

Street Fighter non è maledetto dal cinema. È semplicemente tradito, ogni volta, da gente che confonde “riferimento al videogioco” con “capire il videogioco”.

Prima di iniziare, una precisazione da puristi arcade: qui parliamo solo dei film cinematografici in live action dedicati a Street Fighter. Niente animazione, niente serie TV, niente webserie, niente corti promozionali.

Il primo round è Street Fighter di Steven E. de Souza, con Jean-Claude Van Damme nei panni di Guile e Raul Julia in quelli di M. Bison. Il film prende il World Warrior Tournament e lo trasforma in un’operazione militare contro il dittatore di Shadaloo, con un tono che oscilla tra film d’azione anni Ottanta, commedia demenziale e pubblicità per integratori proteici.

Van Damme fa l’americano pugile con l’accento belga più famoso del cinema, mentre Ming-Na Wen interpreta una Chun-Li giornalista, versione molto lontana dalla lottatrice che tutti conoscevamo. Eppure il film ha trovato una seconda vita come scult: non perché sia fedele, ma perché è così fuori misura, così teatrale e così convinto di sé da diventare quasi affascinante.

Il secondo round è Street Fighter: The Legend of Chun-Li, diretto da Andrzej Bartkowiak e incentrato su Chun-Li, interpretata da Kristin Kreuk. Dopo il camp di Van Damme, qualcuno ha pensato: “Facciamola seria, fosca, realistica”. Ottima idea sulla carta. Pessima esecuzione sullo schermo.

Il film trasforma la saga in un thriller d’azione con rapimenti, cospirazioni, Bangkok e un Bison interpretato da Neal McDonough, che sembra un dirigente di banca pronto a vendervi un mutuo prima di distruggere il mondo. Manca il torneo, manca la varietà dei personaggi, manca la fisicità arcade e soprattutto manca il divertimento. È un film che vuole essere The Dark Knight ma riesce a essere una puntata lunga di una serie poliziesca dimenticata dal suo stesso network.

Il terzo round è quello che ci riguarda oggi: Street Fighter di Kitao Sakurai. Il torneo diventa un contenitore caotico, i personaggi vengono trasformati in comici in gara, il montaggio procede a colpi di cesoia e la colonna sonora originale dei giochi viene usata come condimento invece che come colonna vertebrale.

Tre round, tre occasioni mal gestite. E la domanda che resta è semplice: perché un franchise con una fanbase globale, personaggi iconici e una colonna sonora leggendaria continua a finire nelle mani di chi non sa cosa farne? Forse perché nel mondo del cinema i videogiochi sono ancora considerati roba da nerd, anche quando i nerd ormai comandano l’industria.

“Tre film live action, tre sconfitte. A questo punto meglio far recitare i cabinet arcade: almeno loro non sbagliano il montaggio.”

– Sheng Long

🎭 Conclusioni – Sheng Long non è mai entrato nel roster, ma almeno lui non ha rovinato nulla

Street Fighter del 2026 è un film mediocre con zone di vera catastrofe. Non è il peggior adattamento di videogiochi mai fatto, ma è forse il più frustrante, perché aveva tutto: budget, cast, riferimenti, nostalgia, una saga amata e una premessa semplice. E ha scelto di bruciare tutto con un torneo che sembra organizzato da chi non ha mai giocato una partita a Street Fighter nella vita.

La scena post-credits, animata, mostra M. Bison che recluta Sagat per la rivincita contro Ryu, aprendo chiaramente la porta a un eventuale Street Fighter 2 cinematografico. Kitao Sakurai ha espresso il desiderio di tornare a lavorare su altri capitoli della saga, ma al momento non ci sono conferme: tutto dipenderà anche dalla risposta del pubblico.

Quindi: se siete fan sfegatati, potreste trovare qualcosa da apprezzare, soprattutto nei momenti animati e in qualche interpretazione. Se cercate un film che rispetti davvero l’anima di Street Fighter, meglio rimettere la cartuccia nel Super Nintendo e giocare. Perché almeno lì, quando Ryu perde, potete riprovare senza dover guardare un montatore scappare con le forbici in mano.

Occasione sprecata. Uno splendido disastro. 🕹️💀

Il film è al cinema dal 15 Ottobre con Eagle Pictures per Paramount Pictures.

Regia:Kitao Sakurai Con:Andrew Koji, Noah Centineo, Callina Liang, Jason Momoa, David Dastmalchian, Cody Rhodes, 50 Cent, Roman Reigns Anno: 2026 Durata: 120 min. montati da un cieco Paese: USA Distribuzione: Eagle Pictures

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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