M Il mostro di Düsseldorf: Si è infiltrato nella nostra redazione, ha letto il fumetto che racconta la sua storia e ora pretende di recensirlo personalmente. Tra fischiettii compromettenti, processi sommari e qualche lamentela sulla privacy, il Mostro di Düsseldorf racconta perché l’adattamento di Andrea Cavaletto lo ha colpito, anche se, naturalmente, continua a sostenere di essere stato frainteso.
Devo ammetterlo: quando ho saputo che Andrea Cavaletto aveva realizzato un fumetto su di me, ho provato sentimenti contrastanti. Da una parte la soddisfazione: finalmente un riconoscimento artistico, una pubblicazione Edizioni NPE, una bella copertina e perfino una prefazione colta su Fritz Lang. Dall’altra, una certa irritazione: possibile che nessuno abbia pensato di chiedermi l’autorizzazione?
Va bene, non sono proprio nella posizione ideale per lamentarmi della privacy. Diciamo che, nella mia carriera, ho avuto qualche problema con il concetto di consenso.
Prima impressione: mi hanno riconosciuto dal fischio
La storia parte con una filastrocca per bambini. Una scelta di cattivo gusto, direte voi. E invece no: funziona benissimo. È orecchiabile, inquietante e soprattutto mi permette di entrare nella narrazione senza comparire subito. Il mio volto resta fuori campo, ma il mio fischiettio fa il lavoro sporco al posto mio.
Confesso che ho sempre pensato di avere un certo talento musicale. Non un talento enorme, intendiamoci: più da fischiettio sotto la doccia che da concerto alla Filarmonica. Però il fumetto valorizza questa mia specialità fino a trasformarla in una vera firma sonora. Gli altri hanno un logo, un tema musicale, una frase memorabile. Io ho un fischio. La modestia paga.
Il problema è che, nella storia, proprio quel fischio mi tradisce. Quindi forse dovrei rivedere il concetto di “firma personale”. Un criminale accorto non dovrebbe lasciare indizi, tantomeno intonarli mentre cerca una nuova vittima.
«La polizia mi cercava da mesi. I mendicanti mi hanno trovato in un pomeriggio. Devo rivedere le mie abitudini.»

Un ritratto poco lusinghiero
Cavaletto non mi dipinge esattamente come un simpatico antieroe. Non c’è il minimo tentativo di rendermi accattivante, tormentato in modo glamour o dotato di un passato commovente da raccontare durante un flashback sotto la pioggia.
Sono un uomo comune, quasi invisibile, e proprio per questo ancora più sgradevole. Non ho un mantello, non vivo in un castello e non possiedo nemmeno un maggiordomo gobbo. Il fumetto insiste sulla mia normalità: potrei essere chiunque, quello che sta accanto a voi in strada, il signore che compra una mela o quello che vi offre un palloncino.
Una scelta molto efficace, anche se personalmente avrei preferito un po’ più di eleganza. Un cappotto migliore, magari. La mia immagine pubblica è già compromessa: almeno fatemi vestire bene.
La città: tutti spiano tutti
La parte che mi ha colpito di più è il modo in cui il fumetto racconta la città. Io credevo di essere il cacciatore, ma a un certo punto mi sono accorto di essere diventato la preda di un’intera metropoli.
La polizia perquisisce, scheda e controlla. I criminali organizzano riunioni. I mendicanti sorvegliano ogni angolo. I passanti sospettano gli uni degli altri. Persino un venditore di palloncini cieco riesce a riconoscere il mio fischiettio.
Insomma, Düsseldorf è il posto ideale per commettere un delitto se si è allergici alla discrezione.
La rete dei mendicanti è uno degli elementi più riusciti del racconto. La malavita, normalmente impegnata a fare affari poco raccomandabili, decide di trasformarsi in un servizio di sicurezza cittadino. Non per altruismo, naturalmente: sono infastiditi dalle retate e dal calo degli affari. La mia attività criminale, a quanto pare, danneggiava il commercio locale. Finalmente qualcuno che valuta il problema dal punto di vista economico.
La scena della cattura
La mia cattura è raccontata con un ritmo notevole. Vengo seguito, marchiato con una “M” sulla schiena e braccato come un topo in trappola. Devo dire che la scena è molto ben costruita, anche se il simbolo sulla giacca mi è sembrato un tantino teatrale.
Capisco il valore narrativo: la “M” identifica il Mostro e rende visibile la caccia. Però, dal mio punto di vista, è un pessimo servizio di sartoria criminale. Avrebbero potuto almeno usare un gessetto meno evidente.
La sequenza nell’edificio funziona perché alterna attesa, sospetto e confusione. I criminali si muovono nell’ombra, le guardie vengono neutralizzate, le porte cigolano e ogni rumore sembra annunciare la mia fine. Il fumetto rende bene la sensazione di accerchiamento: io cerco una via d’uscita, ma ogni corridoio sembra già occupato da qualcuno che mi sta cercando.
La cosa peggiore? Non riuscivo nemmeno a dare la colpa alla polizia. A prendermi sono stati i criminali. Una vera umiliazione professionale.
«Mi hanno marchiato con una “M”. Finalmente un’iniziale elegante, anche se avrei preferito trovarla su un biglietto da visita.»

Il processo: finalmente posso parlare
Il momento più interessante arriva nella distilleria abbandonata. Qui il fumetto smette di raccontarmi soltanto come un assassino e mi lascia parlare.
E io parlo. Molto.
Spiego di non riuscire a controllarmi, di sentire una voce, di essere perseguitato dalle ombre delle vittime, di voler fuggire da me stesso. È il punto in cui il Mostro diventa un uomo tormentato, anche se sarebbe bene non confondere il tormento con l’innocenza.
La scena è potente perché nessuno vuole davvero ascoltare. La folla ha già deciso. Gli uomini che mi giudicano non cercano la verità: vogliono una condanna. E qui devo riconoscere una certa ironia. Per tutta la storia mi accusano di essere un mostro, poi organizzano un processo clandestino nel quale intendono uccidermi senza processo. Evidentemente il rispetto della legge è un hobby stagionale.
Il mio avvocato tenta di sostenere che sono malato e che un malato dovrebbe essere curato, non giustiziato. Una posizione ragionevole, persino commovente. Naturalmente viene insultato da tutti, perché la ragione, quando arriva durante un linciaggio, tende a non essere molto popolare.
«La prefazione mi descrive come un caso psicologico. Io preferirei essere ricordato come un uomo di poche parole. E di qualche fischio.»
La prefazione mi ha messo in imbarazzo
Prima del fumetto c’è la prefazione di Francesco Massaccesi, dedicata a Fritz Lang e ai temi di M. È molto interessante, ma devo dire che leggerla da protagonista è stato imbarazzante.
Vengo descritto come un caso psicologico, un simbolo del destino, il prodotto di una società malata, una figura sospesa tra colpa e malattia. Tutto molto raffinato. Io, però, mentre leggevo pensavo: “Possibile che nessuno mi chiami semplicemente per nome?”
La prefazione analizza il rapporto tra polizia e criminalità, il ruolo del sonoro, la fascinazione della società per la cronaca nera e la fragilità della giustizia. In pratica, trasforma le mie disgrazie in materiale universitario. Almeno avrei preferito una dedica.
D’altra parte, devo riconoscere che la lettura critica arricchisce il fumetto. Spiega perché la città è così oppressiva, perché il mio fischio è più importante del mio volto e perché la mia cattura non chiude davvero la storia. Il punto non è soltanto trovare il colpevole, ma capire cosa succede a una società quando la paura diventa più forte della legge.
Dal film al fumetto: mi hanno tolto la voce, ma non il tormento
Quando ho scoperto che sarei diventato un fumetto, ho pensato: finalmente, niente sonoro. Nessuno sentirà il mio maledetto fischio e potrò evitare almeno questa cattura. Illuso.
Cavaletto conserva la scena in cui il venditore cieco mi riconosce e dimostra che, per incastrarmi, bastano anche dei balloon. Il confronto con il film di Lang si gioca proprio qui: sul passaggio da una tensione costruita attraverso suoni, silenzi e durata a una narrazione che deve farli immaginare sulla pagina. Le didascalie rendono espliciti alcuni passaggi, le onomatopee scandiscono porte e serrature, mentre i dialoghi accompagnano una caccia più concentrata, senza perdere l’alternanza tra polizia, malavita e mendicanti.
Certo, manca la voce di Peter Lorre: quel pover’uomo si era impegnato parecchio a rendermi insopportabilmente umano. Ma il fumetto trova nel monologo finale il suo momento più incisivo: le frasi spezzate, le ripetizioni e il continuo ritorno di quel “devo” trasferiscono sulla pagina la mia incapacità di sottrarmi a me stesso.
Non è la stessa esperienza del film, né pretende di esserlo: è una trasposizione che conserva il meccanismo della caccia e, soprattutto, il problema morale del processo. Mi lascia parlare senza assolvermi e accusare i miei giudici senza renderli automaticamente giusti. Insomma, cambia il linguaggio, ma la trappola funziona ancora. Personalmente avrei gradito un adattamento meno fedele proprio nel punto in cui mi prendono.
Un fumetto su di me, ma non solo
La cosa più fastidiosa, e anche più intelligente, è che il libro non parla soltanto di me. Io sono il pretesto, il bersaglio, il titolo e perfino la lettera che mi hanno disegnato sulla schiena. Ma il vero protagonista è il modo in cui tutti reagiscono alla mia presenza.
La polizia si muove con lentezza burocratica. La criminalità risponde con efficienza brutale. I cittadini oscillano tra paura, curiosità e desiderio di vendetta. I giornali trasformano gli omicidi in notizia. I genitori cercano qualcuno da odiare. Tutti vogliono il Mostro, purché il Mostro sia qualcun altro.
E qui il fumetto centra il bersaglio: la società vuole catturarmi, ma allo stesso tempo ha bisogno di me. Senza di me, niente titoli sui giornali, niente retate, niente processi improvvisati, niente discorsi sulla sicurezza. Sono diventato una specie di servizio pubblico. Un servizio pubblico estremamente deplorevole, d’accordo, ma pur sempre pubblico.
Giudizio finale del Mostro
Che voto dare al fumetto che racconta la mia storia?
Quattro palloncini e mezzo su cinque.
Tolgo mezzo palloncino perché il finale non mi offre una seconda occasione, un appello o almeno una pagina di ringraziamenti. Però devo riconoscere i meriti dell’opera: il ritmo è serrato, la tensione cresce bene, la mia figura resta inquietante senza diventare caricaturale e la trasformazione della città in una gigantesca trappola funziona alla perfezione.
Non è una semplice trascrizione del film. È una rilettura compatta e accessibile, capace di conservare i temi essenziali di Fritz Lang: la paura collettiva, il rapporto ambiguo tra ordine e criminalità, il confine instabile tra malattia e responsabilità, la giustizia trasformata in vendetta.
Avrei preferito che il libro si intitolasse M – Il rispettabile signore col palloncino, ma capisco che sarebbe stato meno commerciale.
In conclusione, lo consiglio a tutti. Soprattutto a chi ama i classici del cinema, i fumetti neri e le storie in cui una città intera dedica mesi a trovare un uomo che avrebbe fatto meglio a smettere di fischiettare.
Daruma View 