Resident Evil: Un corriere, poche pallottole, un bosco che non ispira passeggiate e l’Umbrella di nuovo pronta a trasformare la sanità privata in apocalisse biologica. Benvenuti nella cura Cregger. 🧟
Sono stato contagiato. Non dal T-virus, tranquilli, anche se dopo una notte a Raccoon City avrei probabilmente chiesto un tampone a Albert Wesker e una bara scontata alla Umbrella. Sono stato contagiato dall’entusiasmo, che è più raro di uno zombie vegetariano quando si parla di adattamenti da videogame.
Il nuovo Resident Evil di Zach Cregger non ha la pretesa suicida di rifare scena per scena il videogioco Capcom, né di convincerci che una giacca di pelle e una pistola bastino a evocare Leon Kennedy. Fa una cosa più furba, e soprattutto più difficile: prende l’odore di polvere da sparo, corridoi bui, inventari disperati e munizioni contate della saga, poi ci costruisce sopra un incubo originale, sporco e sorprendentemente divertente.
Cregger, insieme a Shay Hatten alla sceneggiatura, firma una storia inedita ambientata nell’universo di Resident Evil: al centro c’è Bryan, corriere medico interpretato da Austin Abrams, che in una sola maledetta notte passa dal consegnare materiale sanitario al dover negoziare la propria sopravvivenza con infetti, mutazioni e pessime decisioni aziendali.
“La consegna è prevista entro le otto. Il morso al collo, invece, può arrivare prima.”
🎥 Trama – Un pacco urgente per l’inferno
Bryan è un corriere medico. Un mestiere già abbastanza ingrato, specie se il navigatore ti porta verso il Raccoon City Hospital nel cuore di una notte che sembra progettata da un meteorologo con un debito di sangue con Satana. Una consegna, una strada nel bosco, un incontro sbagliato e voilà: la città si trasforma in un buffet all-you-can-eat per cadaveri con problemi di gestione della rabbia.
La premessa strizza l’occhio a Resident Evil 2, alla sua Raccoon City collassata, ai laboratori, alla Umbrella e a quel magnifico concetto da videogame secondo cui ogni porta chiusa richiede una chiave a forma di emblema, possibilmente custodita da un rettile mutante.
Cregger non si inginocchia davanti al santino della nostalgia. Non racconta Leon, Claire, Jill o Ada. Racconta uno sconosciuto che prova a non diventare merce avariata mentre il mondo attorno a lui si sfalda come una pizza surgelata dimenticata nel forno.
Ed è qui che il film trova il suo ritmo. L’isolamento di Bryan, la scarsità delle risorse, la sensazione continua che ogni proiettile sparato sia una piccola pensione integrativa buttata contro un cadavere, restituiscono bene il cuore survival della Capcom. Non sei il supereroe in impermeabile di una saga d’azione, sei un tizio con l’ansia, uno smartphone come torcia e troppe creature che vorrebbero trasformarti in tartare.
“A Raccoon City non esistono consegne espresse. Esistono solo funerali con tracking.”

✅ Cosa funziona in Resident Evil – Cregger apre la gabbia e il cane ringrazia
La buona notizia è che il film funziona. Non come farmaco sperimentale Umbrella, cioè trasformandoti in un mostro con un occhio sulla spalla, ma come horror da sala: ti tiene agganciato, ti diverte, ti fa sobbalzare e ogni tanto ti lascia pure il tempo di respirare. Poco, ma è già un lusso.
Zach Cregger ha capito che horror e ironia possono convivere, purché non si mettano a fare cabaret sopra un cadavere. Dopo Barbarian e Weapons, il regista continua a trattare il terrore come un animale randagio: lo accarezza, gli dà da mangiare una battuta velenosa e poi lo lascia libero di azzannare il pubblico. Qualcuno ricorderà Miss Marzo, e il salto da quella demenza adolescenziale a questo horror muscoloso è il genere di evoluzione che fa pensare a una larva diventata Tyrant con una laurea in regia.
Austin Abrams regge benissimo il peso della storia. Il suo Bryan non è una macchina da headshot, e grazie al cielo. È spaventato, sfinito, spesso a un passo dall’essere triturato dalla situazione. Proprio per questo funziona. Abrams porta sullo schermo un panico credibile, il panico di chi capisce che il piano di fuga contiene già tre falle, due zombie e un dirigente Umbrella.
Zach Cherry, Kali Reis e Paul Walter Hauser compongono un contorno umano che non scompare dietro il trucco prostetico e il sangue finto. Il casting usa facce capaci di suggerire ambiguità, peso e un pizzico di follia aziendale, la qualità essenziale per chiunque lavori nei pressi di un laboratorio che conserva virus in provette con etichette tipo “NON APRIRE MAI”.
Gli jump scare sono funzionali, non timbri automatici messi lì per svegliare chi ha osato portare i nachos. Cregger costruisce l’attesa, la allunga quel tanto che basta a farti fissare lo sfondo come un paranoico, poi colpisce. È un metodo semplice, ma qui viene usato con precisione chirurgica, una chirurgia praticata però con una motosega sporca.
Le sequenze spettacolari lasciano il segno. Il cane nel fienile è uno di quei momenti in cui capisci che il migliore amico dell’uomo ha ricevuto una patch decisamente ostile. La pioggia di zombie è invece puro caos organizzato, un acquazzone di cadaveri che farebbe venire il mal di testa persino al più zelante degli addetti alla disinfestazione. E il finale, senza spoiler, sa quando premere l’acceleratore e far saltare i fusibili emotivi.
La tensione è dosata con intelligenza. L’avvio si prende il tempo giusto per insinuare il malessere, far filtrare il pericolo e lasciare che la notte diventi una trappola. Poi il film si stringe addosso allo spettatore. Non reinventa l’horror di sopravvivenza ma ricorda perché ci piace: il rumore fuori dalla porta, il caricatore quasi vuoto, la fuga che sembra sempre possibile fino a quando non lo è più.
“Le munizioni sono finite. L’ottimismo anche. Restano una torcia e ottantasette modi per morire male.”

❌ Perché non guardare Resident Evil – Se volete Leon, qui troverete solo il conto del benzinaio
Partiamo dalla ferita aperta, quella su cui i fan più integralisti verseranno sale, acido e probabilmente recensioni di diciassette pagine: questo è l’ennesimo riavvio della saga cinematografica. Il precedente tentativo del 2021, Resident Evil: Welcome to Raccoon City, a noi non era affatto dispiaciuto. Era sporco, compresso, spesso goffo, ma aveva almeno provato a giocare con il DNA dei primi capitoli Capcom. Tra critica tiepida e incassi insufficienti, però, la macchina ha resettato tutto un’altra volta. Hollywood tratta Resident Evil come un salvataggio corrotto: se qualcosa va storto, cancella e ricomincia.
Il problema più concreto è proprio il rapporto con il videogame. Il film richiama Resident Evil 2 nell’ambientazione, nel tono, nella struttura da disastro notturno e in una costellazione di riferimenti che i giocatori riconosceranno. Ma al di là di questo, manca quasi tutto ciò che rendeva il gioco quel gioco. Niente protagonisti iconici da seguire, nessuna trasposizione diretta della trama, poca della mitologia specifica a cui i fan sono affezionati con la tenerezza di un Licker davanti a una costola.
È una scelta dichiarata: Cregger ha voluto una storia originale e non una replica delle vicende dei personaggi videoludici, già raccontate nei giochi. Scelta sensata, artisticamente.
Se entrate in sala pretendendo Leon, Claire, la centrale di polizia ricostruita mattone per mattone e il catalogo Capcom messo in fila come figurine Panini, potreste uscire con la furia di chi ha trovato una Green Herb nella carbonara.
Gli ultimi dieci minuti, poi, mettono il piede sull’acceleratore con una violenza quasi comica. Dopo un inizio che lavora bene sulla tensione e sulle attese, Cregger spalanca il rubinetto dell’adrenalina. È spettacolare, certo, ma un filo sbrigativo: come se il film avesse ricevuto un messaggio dalla Umbrella, “chiudere tutto entro mezzanotte, grazie”.
Infine, quel finale. Non roviniamo nulla, ma si sente l’odore di una porta lasciata socchiusa. Il classico “ci sarà o non ci sarà un seguito?” deciso, con ogni probabilità, dal successo commerciale. Una strategia comprensibile, ma anche un pochino paracula: prima sopravviviamo al box office, poi vediamo se sopravviviamo al T-virus.

🌀 Extra – Zach Cregger, dal pisello comico al bisturi horror
C’è un universo parallelo in cui Zach Cregger è ancora quello di The Whitest Kids U’ Know, una combriccola di sketch comedy che trattava il buon gusto come un ostacolo burocratico da scavalcare con una ruspa. Poi, nel nostro universo, lo stesso tizio ha deciso di mettersi dietro la macchina da presa e dimostrare che le risate e i conati di paura abitano nello stesso appartamento. Cambia soltanto chi paga l’affitto.
Prima dell’horror internazionale, Cregger veniva infatti dalla trincea della comicità demenziale: membro fondatore dei The Whitest Kids U’ Know, autore e interprete di sketch che avevano la grazia di un mattone lanciato in una vetrina, è passato poi alle sitcom e al cinema scollacciato. Nel 2009 co-scrive, co-dirige e interpreta Miss Marzo, quella commedia in cui un ragazzo si risveglia dal coma e scopre che la sua ex fidanzatina è diventata una modella di Playboy. Non esattamente Il settimo sigillo, diciamo. Più il tipo di film che Bergman avrebbe guardato per punirsi dopo aver perso una scommessa.
Eppure proprio quella gavetta apparentemente da cinepanettone americano ha costruito l’arma segreta del regista. Ha imparato il ritmo. Sa dove mettere una pausa, come spostare l’attenzione, quando lasciare che lo spettatore abbassi la guardia. In uno sketch comico il silenzio prima della battuta è tutto. Nell’horror, quello stesso silenzio è il momento in cui senti un rumore dietro la parete e capisci che la cauzione di casa non ti verrà mai restituita.
Con Barbarian, nel 2022, il salto è sembrato improvviso solo a chi confonde la comicità con la fesseria. Cregger ha preso il meccanismo della sorpresa comica, gli ha infilato un coltello arrugginito tra le costole e ne ha fatto un horror imprevedibile: prepari una risata, ricevi un trauma; pensi di sapere dove sta andando la storia, ti ritrovi invece a cercare l’uscita di emergenza del cervello.
Poi è arrivato Weapons, e la faccenda si è fatta ancora più seria, cioè più malata. Con il racconto frammentato di una comunità sconvolta dalla scomparsa di diciassette bambini, Cregger ha alzato la posta mescolando mistero, angoscia e quell’umorismo nerissimo che non interrompe l’orrore, lo rende più sgradevole. Un dito nella torta, ma la torta è fatta di incubi suburbani e la crema cerca di morderti.
Ed ecco perché il suo Resident Evil non si limita a infilare zombie in corridoi poco illuminati sperando che il pubblico si accontenti. Per il regista il comico e l’orrorifico sono cugini cresciuti male: entrambi vivono di tempi sbagliati, sorprese, corpi che fanno cose impreviste e persone che prendono decisioni talmente idiote da meritare un applauso o un morso.
In fondo, il passaggio da Miss Marzo a Barbarian, da Weapons a Raccoon City, non è una metamorfosi assurda. È la storia di uno che ha smesso di far entrare mostri nella stanza per una battuta e ha iniziato a farli entrare perché sì, perché sono affamati e perché tu hai appena finito le munizioni.
Lui è quindi la scelta giusta per un reboot che vuole essere fedele non alla fotocopia dei videogame, ma alla loro sensazione più autentica: quella di essere intrappolati in una situazione ridicola, sanguinosa e terribilmente seria.
“L’horror di Cregger ha una regola semplice: ridi pure. Ma fallo piano, qualcosa ha sentito il rumore.”
🎭 Conclusioni – La cura esiste, ma ha i denti
Resident Evil è un riavvio che non chiede il permesso ai puristi e non si vergogna di essere un horror da sala, fisico, teso e godereccio. Conserva lo spirito survival della saga Capcom senza imprigionarsi nel museo delle cere dei suoi personaggi più famosi. È una scommessa, ma una scommessa che ringhia, graffia e soprattutto intrattiene.
Non sarà il film definitivo che metterà tutti d’accordo, perché mettere d’accordo i fan di Resident Evil richiederebbe un vaccino, una squadra S.T.A.R.S. e l’intervento dell’ONU. Però Cregger firma una versione vitale della saga, capace di fondere terrore, humor nero e set piece da popcorn senza finire nel frullatore digitale di tanti action-horror senz’anima.
Andateci aspettandovi una storia autonoma, non la cutscene perduta di Resident Evil 2. Se accettate il patto, Raccoon City vi ripagherà con brividi, sangue e quel piacevole retrogusto di cartuccia finita che ogni giocatore conosce fin troppo bene.
Un contagio che vale la pena prendere, purché abbiate una torcia, un fucile e zero fiducia nelle multinazionali farmaceutiche. 🧪🧟
Il film arriva nelle sale italiane giovedì 17 settembre, con distribuzione Eagle Pictures, mentre Sony Pictures lo presenta come una reinvenzione della saga e una corsa alla sopravvivenza concentrata su un’unica notte di caos.
Regia: Zach Cregger Con: Austin Abrams, Zach Cherry, Kali Reis, Paul Walter Hauser Anno: 2026 Durata: 90 min. Paese: Stati Uniti Distribuzione: Eagle Pictures
Daruma View