The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: Un pilota ed ex meccanico depresso, un ex marine con l’empatia di una mina antiuomo e una radio che gracchia speranza. Un post-apocalittico imperfetto ma spesso coinvolgente, dove Ridley Scott mette carburante, paesaggi e pallottole dentro una storia che ogni tanto sembra il lussuoso pilot di una serie mai ordinata. 🚨
🎥 Trama – Cessna, cane e fine del mondo
Un virus letale ha praticamente trasformato l’umanità in una lista di assenti. Hig (Jacob Elordi) è uno dei pochi superstiti: ex meccanico e pilota, uomo spezzato, custode di un piccolo aeroporto sperduto in Colorado e proprietario dell’unico rapporto emotivamente stabile rimasto sulla Terra, quello con il suo cane Jasper.
Con lui vive Bangley (Josh Brolin), ex marine, survivalista e probabilmente l’unico essere umano capace di guardare una lattina di fagioli come se potesse tradirlo. I due hanno costruito una precaria fortezza fatta di turni di guardia, caccia, recinzioni e fucili puntati contro chiunque attraversi il perimetro con intenzioni poco rassicuranti. Il che, dopo un’apocalisse, include chiunque.
Poi Hig intercetta una trasmissione radio proveniente da Grand Junction. È un segnale lontano, misterioso, forse una trappola. Ma per un uomo che ha trascorso anni a parlare più con un cane e un Cessna che con persone realmente vive, basta una voce dall’altra parte dell’etere per trasformare la speranza in una missione suicida con ali.
Nel viaggio entrano in scena Cima (Margaret Qualley) e suo padre Pops (Guy Pearce), ampliando la mappa umana del film. E qui Scott sposta il racconto dalla sopravvivenza meccanica alla domanda più scomoda: se il mondo è finito, perché ostinarsi a cercarne uno nuovo?
“Dopo la fine della civiltà restano due certezze: il cane è fedele e la radio prende solo quando stai per fare una sciocchezza.”

✅ Cosa funziona in The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: Speranza con il caricatore inserito
Il punto forte è l’idea, semplice eppure resistente, che sopravvivere non significhi automaticamente vivere. Bangley sa proteggere il rifugio, sa sparare, sa costruire una routine di paranoia funzionale. Hig, invece, conserva una debolezza ormai quasi rivoluzionaria: vuole ancora credere che oltre la paura, i saccheggiatori e l’odore di benzina vecchia possa esistere un contatto umano degno di questo nome.
Jacob Elordi non cerca l’eroismo patinato. Il suo Hig è un uomo consumato dal lutto, ma non ancora svuotato. Ha la faccia di uno che ha perso tutto e continua comunque a controllare il meteo prima di decollare. Josh Brolin, al contrario, si prende il film a spallate: Bangley è una caricatura solo in apparenza, un armadio pieno di armi che nasconde un uomo incapace di concepire l’affetto senza una porta blindata in mezzo.
Il cane Jasper non è l’ennesimo animaletto messo lì per raccattare lacrime con il cucchiaino. È il promemoria vivente di ciò che Hig tenta di salvare: cura, fiducia, quotidianità, il bisogno elementare di tornare da qualcuno. In un film dove gli uomini si guardano come futuri bersagli, l’animale è il residuo più puro di civiltà.
Funziona anche il paesaggio. Il Colorado del racconto viene costruito soprattutto attraverso le location italiane, tra montagne, boschi e territori svuotati, con riprese effettuate in Friuli Venezia Giulia, Veneto, Abruzzo e Lazio, oltre agli studi di Cinecittà e ai Pinewood Studios. È un’operazione produttiva ambiziosa e il risultato visivo ha spesso quella bellezza desolata che Scott sa maneggiare come un coltello da cucina molto costoso.
La scena action a Grand Junction è il momento in cui il film ricorda chi c’è dietro la macchina da presa. Scott orchestra la fuga e il decollo del Cessna con grande senso dello spazio: la pista da ballo diventa una trappola, il velivolo un rottame miracoloso, i nemici un problema balistico da evitare prima ancora che psicologico. La sequenza ha respiro, peso e chiarezza, senza ridurre tutto a un frullatore di montaggio.
“Decollare nell’apocalisse è facile. Il difficile è trovare una pista senza buche, cadaveri o idioti con un fucile.”

❌ Perché non guardare The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: Il manuale dell’apocalisse, volume 38
Diciamolo senza fare finta che il virus ci abbia tolto anche la memoria cinematografica: The Dog Stars non inventa quasi nulla, ma del resto non inventava nulla neppure l’omonimo romanzo di Peter Heller, pubblicato nel 2012, dal quale è tratto. Pandemia sterminatrice, rifugio isolato, uomo sensibile contro militare diffidente, segnali radio, predoni, comunità potenzialmente marce. Il film pesca a piene mani da un immaginario post-apocalittico che ha già lavorato più ore di un rider sotto Natale.
Questo non è necessariamente un crimine, ma il film fatica a trasformare la familiarità in necessità. La struttura procede a tratti come il primo episodio extralarge di una serie prestige: presenta un mondo, dispone personaggi interessanti, semina minacce e possibilità, quindi sembra preparare una stagione intera. Poi sceglie di finire. Non chiudere, proprio finire. Che è diverso, e parecchio.
Il finale aperto è coerente con l’idea che il futuro sia sempre un salto nel buio. Tuttavia lascia una parte del pubblico davanti allo schermo con l’espressione di chi ha acquistato un mobile Ikea e nella scatola ha trovato solo le viti. Scott sembra dirci che la speranza non è una risposta, ma un atto. Bellissimo, certo. Però ogni tanto anche una risposta non farebbe schifo.
Insomma, il film è quel sopravvissuto che esce dalla tempesta ancora in piedi, ma con qualche oggetto contundente nella scarpa.
“Il futuro esiste anche quando tutto finisce. Peccato che qualcuno si sia dimenticato di scrivere l’ultimo capitolo.”
🌀 Extra – Ridley Scott: l’action come architettura della catastrofe
Nel cinema di Ridley Scott, l’action non è quasi mai solo gente che corre, urla e spara dentro una nube di polvere digitale. È una questione di spazio, materiali, ostacoli. Dagli stretti corridoi industriali di Alien ai campi di battaglia di Il gladiatore, dall’operazione urbana di Black Hawk Down al pianeta ostile di Sopravvissuto – The Martian, Scott costruisce ambienti che schiacciano, imprigionano o mettono alla prova i suoi personaggi. La sua filmografia è attraversata da fantascienza, guerra, epica e thriller, sempre con un’attenzione feroce al dettaglio visivo.
In The Dog Stars l’aeroporto non è un semplice rifugio. È una cittadella fragile, una casa con la pista di decollo incorporata e la morte parcheggiata oltre la recinzione. Il Cessna di Hig diventa il vero oggetto mitologico del film: piccolo, vulnerabile, rumoroso, ma ancora in grado di sollevarsi quando il mondo intero ha scelto di restare schiacciato al suolo.
E poi c’è Roma. Sì, Roma, perché per qualche secondo il post-apocalittico Colorado passa dalle parti dell’EUR, con il Palazzo dei Congressi e la prospettiva di Viale della Civiltà del Lavoro riconoscibili come un congiunto alla cena di Natale. Noi eravamo lì durante le riprese, quindi la sensazione è doppia: da una parte l’orgoglio da spettatori locali della macchina hollywoodiana, dall’altra il legittimo sospetto che qualcuno abbia preso un aereo intercontinentale per filmare tre inquadrature di marmo razionalista.
Eppure la scelta rivela anche il peso produttivo dell’operazione. Girare una porzione brevissima di film in quella specifica location vuol dire investire tempo, permessi, logistica, troupe e denaro per una geometria che non poteva essere replicata altrove con la stessa faccia da “civiltà estinta ma ancora incredibilmente ben progettata”. Una buona agenzia location non ti trova un palazzo. Ti vende l’idea che quel palazzo sia l’unico posto al mondo in cui l’apocalisse possa risultare sufficientemente elegante.
Il Palazzo dei Congressi, con la sua monumentalità fredda e la sua aria da utopia burocratica rimasta senza impiegati, è perfetto per Scott: sembra già un relitto del futuro, un monumento a un ordine che ha perso i suoi abitanti ma non il suo inquietante senso della simmetria. Roma appare per pochi secondi, ma lascia il segno come un graffio sul metallo.
“L’umanità è scomparsa, il carburante sta finendo, ma per quella scena serviva proprio l’EUR. E guai a chi proponeva un parcheggio del New Jersey.”
🎭 Conclusioni – Un cane guarda le stelle, Scott guarda oltre
The Dog Stars è un film mediamente riuscito, e non è una bocciatura travestita da complimento. Ha un’anima malinconica, un protagonista credibile, un Josh Brolin in modalità orso bruno armato, paesaggi splendidi e almeno una sequenza action che ricorda perché, anche a quasi novant’anni, Ridley Scott continui a saper mettere in riga molti registi più giovani e molto più rumorosi.
Manca però il guizzo definitivo. Quello che rende un post-apocalittico un classico invece di un buon episodio di un immaginario già sovraffollato. Il film vuole parlare della speranza, del lutto, dell’istinto umano a costruire comunità perfino dopo la catastrofe. Ci riesce a metà, con immagini spesso più forti delle idee e un finale che divide come una pizza con l’ananas al cineforum.
Ma vale il viaggio. Non tanto per capire se Hig troverà un futuro, quanto per vedere un maestro dell’immagine far volare un piccolo aereo sopra le macerie e ricordarci che, a volte, sperare è solo un altro modo di rischiare tutto.
Il film è al cinema dal 26 Agosto distribuito da Disney per 20th Century Studios.
Regia: Ridley Scott Con: Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley, Guy Pearce, Allison Janney, Benedict Wong Anno: 2026 Durata: 118 min. Paese: Stati Uniti Distribuzione: Disney/20th Century Studios
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