Maldoror: Quando il male bussa alla porta e la burocrazia risponde “torni domani”: Fabrice Du Welz firma un thriller nerissimo, rabbioso e necessario. 🚬
C’è un tenente Colombo dentro ogni spettatore di Maldoror: stropicciato, insonne, con una domanda apparentemente scema che però non smette di grattare sotto la vernice. “Mi scusi, un’ultima cosa: se sapevate chi era il sospettato, perché gli avete lasciato il tempo di far sparire anche la vostra coscienza?”
Fabrice Du Welz prende l’eco della vicenda del Mostro di Marcinelle e non fa il solito true crime da divano, quello che ti lascia in bocca il retrogusto di una patatina triste. Fa di meglio, o peggio, dipende dalla tenuta del vostro stomaco: costruisce un’opera febbrile sull’orrore che prospera quando l’apparato statale diventa una macchina da caffè rotta, rumorosa e completamente inutile. Con Anthony Bajon e un terrificante Sergi López, è un thriller che non cerca il colpevole. Lo indica. Poi guarda le autorità girarsi dall’altra parte come parenti davanti al conto del ristorante. 🚨
🎥 Trama – Un’indagine con le manette legate dietro la schiena
Belgio, anni Novanta. Due bambine scompaiono. Il giovane poliziotto Paul Chartier, interpretato da Anthony Bajon, viene assegnato alla misteriosa unità Maldoror, una cellula incaricata di sorvegliare un pedofilo già noto alle forze dell’ordine, il losco Marcel Dedieu di Sergi López.
E qui, signori della giuria, permettetemi una domanda. Una sola, prometto. Se avete un individuo pericoloso sotto osservazione, segnali evidenti e la possibilità concreta di fermarlo, per quale ragione vi comportate come se steste organizzando una sagra della burocrazia?
In Maldoror, l’indagine salta non perché il colpevole sia un genio criminale, ma perché polizia, magistratura e corpi investigativi litigano sulle competenze mentre il pericolo continua a respirare.
Paul non ci sta. È giovane, irruento, innamorato dell’idea che il distintivo significhi qualcosa. Quando l’operazione viene annullata e il sistema decide di tirare lo sciacquone sulla propria responsabilità, il poliziotto imbocca una strada solitaria. E quella strada, manco a dirlo, non porta alla gloria. Porta dritta in un vicolo dove la giustizia ha perso le chiavi della macchina.
“La verità è là fuori. L’autorizzazione per cercarla arriverà tra sei-otto settimane lavorative.”

✅ Cosa funziona in Maldoror – La rabbia che non fa sconti
Fabrice Du Welz ha il merito più difficile: raccontare un materiale insostenibile senza trasformarlo in un luna park del trauma. Il riferimento alla vicenda Dutroux è trattato come una ferita collettiva, non come una targhetta sensazionalistica incollata al trailer. Il film guarda l’orrore in faccia, ma punta la macchina da presa anche verso chi avrebbe potuto impedirlo e ha preferito proteggere il proprio orticello istituzionale.
Anthony Bajon regge sulle spalle un personaggio che non è un superpoliziotto da cinepanettone armato. Paul è un uomo ancora troppo convinto che regole, disciplina e ostinazione possano raddrizzare il mondo. Poi scopre che il mondo è storto perché qualcuno ci guadagna a tenerlo così. Bajon lo interpreta con una tensione nervosa continua: sembra avere un temporale chiuso nella cassa toracica e nessun ombrello disponibile.
Sergi López, invece, è l’orrore senza fanfara. Non alza la voce, non sfoggia lo sguardo da villain da discount. Proprio per questo mette i brividi. Il suo Marcel Dedieu è uno di quei personaggi che entrano in una stanza e fanno abbassare la temperatura, senza nemmeno chiedere il permesso al termostato.
La regia sceglie il thriller come una lama, non come una giostra. Du Welz lavora sull’attesa, sulla frustrazione, sull’accumulo di dettagli tossici. Ogni mancata autorizzazione, ogni rimpallo, ogni porta chiusa aggiunge un giro alla vite. Non c’è l’esaltazione dell’investigatore solitario. C’è la sua progressiva corrosione.
“Il mostro è in casa. Peccato che la squadra d’intervento sia bloccata al parcheggio per un conflitto di competenza.”

❌ Perché non guardare Maldoror – Se cercate il conforto, citofonare altrove
Non guardate Maldoror se volete una detective story con il fiocchetto. Non è un puzzle rassicurante, dove alla fine il commissario sistema ogni tessera, si sistema il cappotto e va a mangiare una carbonara. Qui il meccanismo investigativo si inceppa, stride, sputa fumo. Ed è proprio questo il punto.
Il film è lungo, ostinato e soffocante. Du Welz non ha nessuna intenzione di offrirvi una sedia comoda mentre osservate l’abisso. Alcuni passaggi possono sembrare volutamente ridondanti, come se la sceneggiatura insistesse sul senso di impotenza con una mazza ferrata. Ma quando il soggetto è un sistema che fallisce ripetutamente, la ripetizione non è un difetto automatico: è una condanna.
C’è inoltre chi potrà trovare la deriva di Paul e il suo progressivo isolamento quasi eccessivi. È vero, il film calca la mano sull’ossessione. Ma la mano è quella di un autore che sa bene che il male non si limita a devastare le vittime dirette. Contamina anche chi gli corre dietro, lo studia, lo combatte, lo sogna la notte e poi finge di stare bene a colazione.
“Giustizia rapida?”
“Certo. Appena finiamo la riunione per decidere chi deve convocare la riunione.”
🌀 Extra – Du Welz, il poeta del fango con la cinepresa
Nel cinema di Fabrice Du Welz nessuno esce pulito. Non gli innocenti, non i colpevoli, non gli spettatori, che puntualmente si ritrovano a frugare nei propri pensieri come in un cassonetto dopo un temporale.
Da Calvaire a Vinyan, da Adoration fino a Inexorable, Du Welz ha costruito una filmografia popolata da esseri umani che inciampano nel desiderio, nella colpa e nella violenza con l’eleganza di un ubriaco su una scala antincendio. I suoi protagonisti cercano spesso un amore assoluto, una fuga, una casa, una salvezza. Naturalmente trovano una palude, possibilmente con un cadavere metaforico sotto il tappeto.
In Maldoror, il regista sposta questa poetica dall’incubo privato al trauma nazionale. L’isolamento non è più soltanto quello di un uomo perso in una provincia deformata o di una coppia divorata dalla passione. Qui è un intero Paese a sembrare chiuso in una stanza con il neon guasto. Il Belgio degli anni Novanta è fotografato come una terra grigia, umida, afflitta da un male che non arriva dall’esterno: è già nell’aria, nei corridoi del potere, nei silenzi delle istituzioni.
Eppure Du Welz non diventa improvvisamente un funzionario del cinema civile. Per fortuna. La sua regia resta carnale, inquieta, sensoriale. L’orrore è nei luoghi, nei volti, nel rumore delle attese. È un autore che tratta il thriller come un film dell’orrore senza fantasmi, perché i fantasmi, diciamolo, sono molto più organizzati di certa polizia cinematografica.
“In Belgio il male non scappa: compila un modulo e aspetta l’autorizzazione.”
🎭 Conclusioni – Un tenente Colombo senza sigaro, contro il muro di gomma
Maldoror è un film positivo nel senso meno comodo del termine. Non consola, non ripara e non accarezza. Morde. Fabrice Du Welz realizza un thriller civile e viscerale, costruito sulla rabbia ma mai ridotto a un comizio, sull’orrore ma senza la posa da becchino glamour.
La grande forza del film è non concedere assoluzioni. Il pedofilo è il male evidente, quello che tutti riconoscono quando ormai è troppo tardi. Ma il bersaglio più ampio è il sistema che lo lascia agire, una filiera di omissioni e rivalità che trasforma la legalità in una porta girevole: entra la responsabilità, esce il nulla.
E allora, da tenente Colombo all’italiana, io un’ultima domanda ce l’avrei. Non al mostro, che tanto sappiamo già cosa sia. Agli altri. A quelli seduti dietro le scrivanie. A quelli che avevano indizi, tempo e potere.
“Scusate se insisto, signori. Ma le bambine… chi le doveva salvare?”
Maldoror risponde con il silenzio. Ed è il suo rumore più spaventoso. 🚬
Presentato presentato in anteprima fuori concorso all’81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il film è al cinema dal 20 Agosto 2026 con Movies Inspired.
Regia: Fabrice Du Welz Con: Anthony Bajon, Sergi López, Alba Gaïa Bellugi Anno: 2024 Durata: 155 min. Paese: Belgio, Francia Distribuzione: Movies Inspired
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