A New Dawn: Un esordio visivamente maestoso che vince premi in giro per il mondo, ma nasconde una sceneggiatura così fragile da sbriciolarsi prima dei titoli di coda. Preparate i caschi da cantiere, le ruspe stanno arrivando. 🧨🏗️
Presentato in pompa magna alla Berlinale e vincitore a sorpresa ad Annecy, questo film è arrivato nei nostri cinema per una manciata di giorni (dal 23 al 29 luglio) facendoci credere di essere davanti al nuovo capolavoro assoluto dell’animazione.
La verità? È un’opera che ti riempie gli occhi di meraviglia e poi ti lascia con un palmo di naso quando cerchi di capirne il senso profondo. Ma andiamo con ordine.
“Il progresso è quella cosa bellissima che prende i tuoi ricordi d’infanzia, li trita e ci costruisce sopra un parcheggio a pagamento per auto elettriche.”
🎥 Trama – Esplosivi artigianali e gentrificazione portami via
Siamo nella cittadina costiera di Niura, un posto che probabilmente un tempo era un paradiso bucolico e oggi assomiglia all’incubo di ogni urbanista con un’anima.
Al centro di questo paesaggio in via di disfacimento sorge la storica fabbrica di fuochi d’artificio della famiglia Obinata. Parliamo di una struttura secolare che sta per essere spazzata via da un progetto di riqualificazione urbana voluto dal municipio locale. Il padre dei fratelli Obinata è sparito nel nulla quattro anni prima, lasciando in eredità un progetto incompiuto, lo Shuhari, un leggendario fuoco d’artificio che dovrebbe incarnare nientemeno che l’armonia dell’universo. Un’eredità che farebbe venire il mal di testa anche a un artificiere.
A farsi carico di questo macigno emotivo è Keitaro, un ragazzino che vive rintanato tra le scartoffie e la polvere da sparo, ostinato come un mulo a non cedere di un millimetro. A spezzare la sua routine arriva Kaoru, l’amica d’infanzia emigrata nella tentacolare Tokyo, accompagnata dal fratello maggiore di Keitaro, Sentaro, che per somma ironia lavora proprio per il municipio che vuole abbattere tutto. La scadenza dello sfratto è fissata per il giorno seguente e i tre geni, invece di incatenarsi ai cancelli, decidono di completare lo Shuhari in una notte febbrile. Un piano sgangherato che ha il sapore del rito funebre.

✅ Cosa funziona in A New Dawn – La sindrome di Stendhal animata
Se spegniamo l’emisfero sinistro del cervello e lasciamo lavorare solo le retine, il primo lungometraggio di Yoshitoshi Shinomiya è un fottuto capolavoro visivo.
Shinomiya non è esattamente l’ultimo arrivato (ha curato i flashback di Your Name) e qui sfodera un arsenale tecnico da far impallidire i grandi studi. La fusione tra animazione 2D tradizionale, acquerelli, clay animation e stop motion non è un banale vezzo da festival del cinema indipendente. È una scelta linguistica precisa che rende la materia viva, vibrante, quasi ruvida al tatto.
L’intuizione più brillante di tutto il film risiede nella messa in scena dell’ambiente. C’è una sequenza devastante in cui il mare, visto dal finestrino di un’auto, si rivela essere una sterminata distesa di pannelli solari. È un’illusione ottica che ferisce, una metafora geniale del Giappone post-2011 che tenta di coprire il lutto, i disastri e le tradizioni perdute sotto una spessa coltre di energia pulita e modernità sterile.
I fondali non sono mai semplici sfondi, ma archivi emotivi che pulsano di vita propria, facendo del comparto artistico l’unico incrollabile pilastro dell’intera operazione.
“Hanno coperto il mare di specchi e pannelli solari. Tranquilli, brillano così tanto che sembra di poterci affogare dentro lo stesso.”

❌ Perché non guardare A New Dawn – Una sceneggiatura scritta collaudando fuochi d’artificio
Il problema di questa pellicola è che l’impalcatura narrativa non regge minimamente il peso delle sue ambizioni estetiche. La sceneggiatura, curata dallo stesso regista, sembra scritta assemblando post-it trovati sul pavimento di una sala riunioni. Abbiamo temi giganteschi (la memoria storica, l’elaborazione del lutto, l’eco-ansia, la gentrificazione feroce) compressi a forza in appena settantasei minuti di minutaggio. Il risultato è che nulla respira come dovrebbe.
I personaggi, per quanto splendidamente caratterizzati sul piano visivo, hanno lo spessore psicologico di un foglio di carta velina. Le dinamiche tra Keitaro, Kaoru e Sentaro esplodono in conflitti pretestuosi che si risolvono con la stessa velocità con cui sono nati, senza mai permettere allo spettatore di empatizzare davvero con il loro dolore.
Il terzo atto, poi, subisce un’accelerazione ingiustificata, trasformando un dramma intimo in una corsa contro il tempo che sa di finto lontano un miglio.
Il film dà quasi l’impressione che un grande illustratore abbia confidato troppo nella forza delle immagini, dimenticando che un film senza ossatura crolla sotto il suo stesso peso.
“Faremo un fuoco d’artificio così bello che il sindaco si commuoverà e fermerà le ruspe. Oppure ci arresteranno tutti, ma almeno con stile.”
🌀 Extra – Sopravvivere al trauma urbano: quando l’anime incontra l’asfalto
Se questa complessa (e maldestra) parabola sull’ambiente vi ha lasciato addosso quella strana sensazione di vuoto urbano da colmare, sappiate che l’animazione nipponica ha già affrontato questi demoni con esiti decisamente più felici.
Il paragone più diretto e spietato è ovviamente con il cinema di Makoto Shinkai, e non solo perché Shinomiya ci ha lavorato insieme. Pensiamo a capolavori come Suzume o al più intimo Il giardino delle parole (dove guarda caso Shinomiya era key animator). In quelle opere la pioggia, le rovine, le porte abbandonate e il cemento che divora la natura diventano un vero e proprio prolungamento del trauma dei protagonisti, mescolando magia e geografia senza mai perdere il filo del racconto.
Allo stesso modo, se vogliamo esplorare la perdita della memoria storica in favore della modernità imposta, non si può prescindere da pellicole come In questo angolo di mondo di Sunao Katabuchi. Lì la quotidianità travolta dagli eventi storici viene raccontata con una grazia sconvolgente, dimostrando che per parlare di distruzione non servono dialoghi ad effetto o accelerazioni di trama. Bastano personaggi scritti in modo magistrale, capaci di resistere alla tempesta aggrappandosi alle piccole cose.
Esattamente tutto ciò che a questo film, purtroppo, è mancato per essere un vero trionfo.
🎭 Conclusioni – Il botto finale fa cilecca ma i colori sono stupendi
Alla fine della fiera ci troviamo davanti a un bellissimo vaso di cristallo vuoto. A New Dawn è un’opera che ti fa arrabbiare proprio perché sfiora la perfezione sensoriale scivolando banalmente sulle basi della scrittura cinematografica.
Lo amerete se considerate l’animazione come pura arte pittorica in movimento e siete disposti a perdonare ritmi narrativi sbilenchi. Lo odierete se da un film di questo calibro, soprattutto quando tocca ferite sociali così aperte, pretendete una storia che sappia aggrapparsi al cuore oltre che alla cornea.
Un film imperfetto e zoppicante con un paio di sequenze che vi rimarranno incise a fuoco nella memoria.
Firmato Kintaro il Demolitore di Miti, che se deve piangere per un muro abbattuto preferisce farlo davanti a un cantiere vero.
Il film al cinema dal 23 al 29 Luglio per la distribuzione di Adler Entertainment in collaborazione con Dynit.
Regia: Yoshitoshi Shinomiya Con: Riku Hagiwara, Kotone Furukawa, Miyu Irino Anno: 2026 Durata: 76 min. Paese: Giappone, Francia Distribuzione: Adler Entertainment in collaborazione con Dynit
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