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Noi due sconosciuti: Il richiamo delle radici nel silenzio di Oslo – Recensione

Noi due sconosciuti: l’audacia di Janicke Askevold nel mappare i nuovi, fragili confini della famiglia. Una bugia per trovarsi, una danza per svelarsi: un dramma che scava sottopelle, scuotendo il cuore vibrante della maternità contemporanea.

Ci troviamo a Oslo, dove tutto appare ordinato e misurato. Edith (Lisa Loven Kongsli), giornalista quarantenne, ha fatto una scelta radicale e consapevole: diventare madre da sola attraverso l’inseminazione artificiale. È una “solomamma” orgogliosa, finché la necessità di dare un volto e una storia alle radici di suo figlio non rompe l’equilibrio. Decide di rintracciare il donatore e lo trova: è Niels (Herbert Nordrum), uno sviluppatore di videogiochi.

Fingendo di dovergli fare un’intervista, Edith si insinua nella sua vita, ma quello che doveva essere solo un incontro per “chiudere un cerchio” biologico prende una piega imprevista: i due si piacciono davvero. Quello che nasce come un approccio dettato dal dovere si trasforma in una connessione autentica, minata però da una realtà che Edith non sa come rivelare.

Cosa funziona in Noi due sconosciuti

Il cinema scandinavo possiede un segno distintivo: la capacità di filmare l’ordine perfetto delle cose per poi mostrarne le inevitabili crepe. Dai maestri come Bergman e Joachim Trier, fino alla “rottura dell’ordine” cinica e spietata di Ruben Östlund, questa cinematografia non teme di esplorare cosa accade quando la pianificazione razionale incontra l’imprevisto dei sentimenti. Janicke Askevold si inserisce in questo solco con un racconto diretto e nitido, capace di mettere a nudo le fragilità umane nascoste dietro la facciata di una vita apparentemente impeccabile e organizzata..

Noi due sconosciuti colpisce perché non impone risposte, ma lascia dentro una domanda persistente. La sceneggiatura è lineare, pulita e soprattutto efficace, arrivando dritta al punto senza perdersi in forzature. Il tema della maternità in solitaria è raccontato con un coraggio, senza giudizi moralistici, mettendo in scena il paradosso di una donna che ha scelto l’autonomia totale ma che si ritrova a gestire il peso reale delle origini biologiche per amore del figlio.

Noi due sconosciuti si lascia guardare con piacere e spinge a riflettere su più fronti: quello della madre, quello del figlio che ha bisogno di un’identità, e quello del padre biologico, che si trova coinvolto in un legame che non ha cercato, ma che rimescola tutto il suo mondo.

Le interpretazioni rendono tutto estremamente vivido: Lisa Loven Kongsli mostra con delicatezza la verità dietro la maschera della donna indipendente, mentre Herbert Nordrum è disarmante nella sua dolcezza, rendendo l’inganno di Edith quasi insopportabile per lo spettatore, ormai complice di un tradimento emotivo.

Indimenticabile è la scena cult del ballo sulle note di Mr. Vain dei Culture Beat. Un lampo di pura vita anni ’90 che permette al film di respirare e trascina il pubblico in un momento di libertà assoluta, proprio mentre la fotografia gioca sui toni freddi scandinavi scaldati da un calore domestico intimo. Il ritmo è ragionato, ma capace di improvvise accelerazioni che colpiscono dritto allo stomaco.

Perchè non guardare Noi due sconosciuti

Se cerchi una trama complessa, ritmi serrati da blockbuster o colpi di scena hollywoodiani, Noi due sconosciuti non fa per te. L’opera vive di sfumature e piccoli movimenti. Se non accetti di entrare in questo ritmo riflessivo e a tratti “silenzioso”, la storia potrebbe sembrarti troppo semplice o priva di mordente.

Conclusione

Ci è piaciuto tanto. Noi due sconosciuti è un film carino e intelligente. Un’opera esauriente, sincera e con interpretazioni che colpiscono al cuore. Non cerca l’applauso facile, ma vuole restare dentro di te, lasciandoti con un’idea precisa: che certe scelte sono giuste… finché non smettono di esserlo.

Consigliato a: Chi ha amato la Trilogia di Oslo di Joachim Trier e a chi vuole esplorare le zone grigie delle scelte di vita moderne.

CURIOSITA’

  • Il Titolo: L’originale Solomamma è quasi un manifesto programmatico sulla condizione della protagonista; il titolo italiano sposta il focus sull’incontro paradossale tra due estranei legati dal sangue.
  • Riconoscimenti: Presentato al  Locarno Festival 2025, ha vinto il Premio della Giuria Ecumenica.
  • L’ispirazione: La regista ha costruito il progetto su testimonianze reali di donne che hanno scelto la maternità in solitaria, dando al film una base quasi documentaria.
  • Dalla passerella alla camera: Askevold, ex modella e attrice, alla sua seconda regia dopo Together Alone, dimostra una sensibilità particolare nel filmare i corpi e le reazioni fisiche, rendendo la carne e il sangue protagonisti tanto quanto le parole.

Dal 7 maggio 2026 nelle sale cinematografiche, distribuito da Teodora Film.

Regia: Janicke Askevold Con: Lisa Loven Kongsli, Herbert Nordrum, Celine Engebrigtsen, Trude-Sofie Olavsrud Anthonsen, Stine Fevik, Rolf Kristian Larsen, Pål Richard Lunderby Anno: 2025 Durata: 99 min. Paese: Norvegia Distribuzione: Teodora Film

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