finche-morte-non-ci-separi-2-il-cast-a-roma-copertina
Home / CINEMA / Finché morte non ci separi 2 a Roma: cartonati assurdi, vendette sui distributori e la Gellar in fuga dai fan

Finché morte non ci separi 2 a Roma: cartonati assurdi, vendette sui distributori e la Gellar in fuga dai fan

Finché morte non ci separi 2, adesso tutti lo vogliono: peccato che in Italia il primo lo abbiano trattato come un avanzo di magazzino.

Diciamolo subito, così ci togliamo il dente senza anestesia: oggi Finché morte non ci separi 2 viene venduto come sequel atteso, quasi inevitabile, quasi figlio di un trionfo annunciato. Peccato che in Italia il primo Ready or Not – Finché morte non ci separi sia stato accompagnato da una campagna promozionale vicina allo zero, scaricato in poche sale nell’ottobre 2019, nel pieno del passaggio di consegne tra Fox e Disney, e lasciato a incassare le briciole, circa 400 mila euro, come se fosse un titolo di cui vergognarsi invece che un horrorino bastardo con più personalità di tanta roba spinta col megafono.

Insomma, per citare letteralmente le parole incredule di Grace sporca di sangue dalla testa ai piedi alla fine del primo film: «I fottuti ricchi…» faranno pure schifo e saranno incomprensibili, ma i distributori italiani certe volte non sono da meno.

E infatti la percezione, per chi c’era, è stata chiarissima: non ci credevano. Proiezione stampa in una saletta Fox sulla Flaminia, pochi posti, orari poco amichevoli, entusiasmo sotto le suole e, a chiudere il cerchio del disamore, niente distribuzione Home Video italiana, tanto che per il Blu-ray ci siamo dovuti arrangiare col mercato estero. Adesso però eccoci qui, con la macchina promozionale accesa e il sequel impacchettato come “evento”: che va benissimo, per carità, ma almeno non facciamo finta che il primo in Italia sia stato trattato da piccolo classico di culto in costruzione. Non è andata così. È stato amato dai fan del genere, sì; ma sostenuto industrialmente, proprio no.

La cosa buffa, o forse la cosa irritante, è che questo secondo capitolo la spinta se la merita davvero. E lo dico senza giocare al bastian contrario da cinefilo col ghigno facile: l’ho visto e mi è piaciuto parecchio. Ha energia, ha cattiveria, ha quel gusto da luna park omicida che non si vergogna mai di essere cinema pop, sporco, fisico e sopra le righe. A presto con la recensione di Finché morte non ci separi 2 qui su darumaview.

Incontro stampa

All’incontro romano di Finché morte non ci separi 2, Sarah Michelle Gellar e Kathryn Newton hanno presentato il film per quello che è davvero: un horror che si diverte a flirtare con la commedia, ma che sotto la glassa di sangue e battute lavora anche su ferite familiari, rapporti deteriorati e ossessioni di potere. In sostanza, non soltanto gente che urla e corre: anche famiglie marce, identità slabbrate e affetti che ti stringono il collo come una cravatta troppo stretta.​

Di Samara Weaving non c’era il corpo, ma una paletta con il suo viso, mostrata quando si è parlato della sua assenza: una trovata simpatica al punto giusto, e quindi perfetta. Il motivo, del resto, era semplicissimo: è vicinissima al parto, e le colleghe l’hanno ricordata più volte con affetto durante l’incontro.​

Kathryn ha spiegato di aver accettato il progetto perché si fida ciecamente di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, con cui aveva già lavorato (Abigail), e perché il ruolo rappresentava per lei anche una piccola reinvenzione. Gellar, dal canto suo, ha raccontato di essere già fan dell’originale e di aver colto al volo l’occasione appena letta la sceneggiatura.​

Gellar e Newton

La Gellar, diciamolo, è arrivata con la sicurezza di chi non deve dimostrare più niente a nessuno. Non è più la ragazza chiamata a salvare il mondo prima di andare a scuola di Buffy, quella che sospirava rassegnata «Se l’apocalisse arriva, fate un fischio», e non è neppure la gelida Kathryn Merteuil di Cruel Intentions che sorrideva a mezza bocca ricordando che «Mantenere le apparenze è la nostra specialità».

Non a caso ha detto chiaramente che interpretare i cattivi è “molto più divertente” e che per lei anche il personaggio più negativo deve avere motivazioni umane, tridimensionalità e una base emotiva credibile. È un’osservazione semplice, ma giusta: il mostro funziona davvero solo quando sotto i denti senti ancora un residuo di persona.​

A proposito di Buffy, c’è stato anche un momento in cui l’ironia della conferenza ha lasciato il passo alla realtà cruda. Interpellata sulla recente e tragica scomparsa di Nicholas Brendon (lo storico Xander), la Gellar ha deposto le armi e le battute a effetto. Ha parlato apertamente del dolore per una perdita arrivata troppo presto, ricordando quanto Brendon fosse un pezzo fondamentale dello show e quanta gioia abbia lasciato in eredità ai fan. Niente pressese in questo caso: solo uno stacco netto dal tono giocoso dell’incontro, gestito con onestà e senza filtri.

Newton, tornando a noi, invece si conferma presenza elettrica, istintiva, una che in questi contesti si muove come se il caos fosse il suo habitat naturale. Un po’ final girl postmoderna, un po’ scheggia impazzita che sembra strizzare l’occhio ai tempi del sottovalutato Freaky, per ricordarci che avere il corpo di una biondina, ma la ferocia del Macellaio di Blissfield è la combo definitiva.

Lei stessa ha insistito sul piacere fisico del set, sugli stunt e sul lavoro corporeo richiesto dal film, parlando dell’esperienza come di una delle più divertenti fatte in carriera. E ha anche sottolineato quanto il film sia stato costruito con effetti pratici, esplosioni reali e pochissimo artificio digitale, in una lavorazione serrata di circa trenta giorni.​

Sangue e famiglia

La parte più interessante dell’incontro è stata forse proprio questa: nessuna delle due ha venduto il film come semplice mattanza spiritosa. Entrambe sono tornate più volte sul fatto che il racconto usa l’horror e l’umorismo per parlare di obblighi familiari, ruoli imposti e rapporti avvelenati dall’idea di potere.​

Tradotto: sotto il vestito da festa c’è sempre un livido. Ed è qui che il film, come già faceva il primo, prova a mordere davvero. Perché Ready or Not non è mai stato solo “la sposa corre e i ricchi impazziscono”: è sempre stato anche un piccolo teatro della crudeltà familiare, dove il sangue serve a far saltare le buone maniere.

Gellar, parlando del suo personaggio, ha insistito proprio su questo scarto tra identità costruita e verità interiore, mentre Newton ha raccontato il piacere di lavorare sulla dinamica quasi sororale con Samara Weaving. È materiale che, detto brutalmente, impedisce al film di essere solo un giocattolo rumoroso: resta un giocattolo, sì, ma con le lame vere.​

Il set

Molto bello anche il modo in cui entrambe hanno raccontato l’atmosfera sul set. Gellar ha parlato apertamente della necessità di proteggere gli attori più giovani, ricordando quanto in passato l’ambiente fosse meno sicuro e meno disposto all’ascolto, mentre Newton ha descritto il gruppo come una compagnia affiatata che si divertiva davvero a stare insieme.​

E poi c’è il dettaglio da veri malati di cinema: la presenza di David Cronenberg. Le attrici hanno raccontato che il suo arrivo sul set ha cambiato l’energia della lavorazione, ma anche che il regista canadese si è comportato con enorme umiltà, rifiutando qualsiasi postura da maestro in cattedra e scegliendo di essere semplicemente un attore tra gli altri.​

Questa è una di quelle cose che al cinefilo fanno brillare l’occhio storto. Perché in un film così, tutto giocato tra eccesso, ironia e carne viva, vedere spuntare Cronenberg è un po’ come trovare una lama chirurgica dentro un cassetto di giocattoli: non te l’aspetti, ma capisci subito che può fare danni meravigliosi.

Sala e catarsi

Sul finale dell’incontro, Gellar ha detto una cosa molto condivisibile: l’horror funziona anche perché offre al pubblico una forma di liberazione, un’esperienza collettiva in cui si salta, si ride e ci si stacca per un paio d’ore dal rumore del mondo. Ed è difficile darle torto, perché questo genere, quando gira bene, non consola: scarica.​

Poi, certo, c’è anche quella piccola stonatura finale che nel racconto della giornata va detta, perché il cinefilo brusco non mette la glassa dove c’era il cartongesso: Sarah Michelle Gellar, finito l’incontro stampa, è scappata via con una rapidità degna di un impiegato delle poste italiane a fine turno. E la cosa fa un po’ sorridere, soprattutto perché poco prima in conferenza si era mostrata calorosa, dichiarandosi disponibilissima e legata all’affetto dei suoi fan. Ora, nessuno pretende il bagno di folla o la canonizzazione immediata, ma per un’attrice che da queste parti non passa esattamente ogni settimana e che vive dall’altro capo del mondo, non è proprio il massimo della disponibilità verso chi era lì anche per vederla dal vivo (sia dentro che fuori il Cinema Barberini), e non solo per ascoltare le frasi di rito.

Ed è forse qui che sta il punto. Il primo Finché morte non ci separi in Italia è stato lasciato quasi solo, come quei personaggi che entrano in villa e capiscono troppo tardi che nessuno verrà ad aiutarli. Finché morte non ci separi 2 arriva finalmente in sala il 9 aprile con un altro peso specifico e un’altra attenzione mediatica. Bene così, meglio tardi che mai. Però certe memorie cinefile non si cancellano con un trailer montato bene e due poster più rumorosi del solito.​​

Per il resto, l’incontro ha fatto il suo dovere: ha mostrato due attrici perfettamente dentro il gioco, consapevoli del tono, complici tra loro e molto lucide nel raccontare perché questo cinema, quando è fatto con mestiere e cattiveria, continua a funzionare. E no, non serve riesumare slogan di comodo: basta ammettere che il pubblico horror, quello vero, queste cose le aveva capite già nel 2019. Gli altri, come spesso accade, sono arrivati dopo

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

Guarda anche

incontro-stampa-lee-sang-il-kokuho-roma-copertina

Kokuho di Lee Sang-il – L’Estetica del Sacrificio a Roma

Ecco il resoconto definitivo e senza censure dell’anteprima e incontro stampa di Kokuho – Il maestro …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.