Tony Leung Chiu-Wai racconta il silenzio, la natura e l’evoluzione del suo minimalismo attoriale in Silent Friend, il nuovo film di Ildikó Enyedi presentato a Roma. Un incontro intimo con una leggenda del cinema mondiale.
Incontrare Tony Leung Chiu-Wai significa attraversare decenni di cinema, silenzi memorabili e sguardi che hanno fatto la storia. Leggenda assoluta del cinema di Hong Kong e interprete di fama mondiale, Leung è un attore immenso e, allo stesso tempo, una presenza di rara gentilezza.
Parlargli a Roma, in occasione della presentazione di Silent Friend di Ildikó Enyedi, è stato come tornare a quei pomeriggi e a quelle sere passate davanti alla televisione, lasciandosi attraversare dalle sue interpretazioni. Un viaggio emotivo, prima ancora che professionale, fatto di ascolto, calma e attenzione.
Silent Friend, in uscita nelle sale cinematografiche italiane prossimamente distribuito da Movies Inspired, è un film che riflette perfettamente questa dimensione: un’opera sul silenzio, sulla natura e sulla possibilità di osservare il mondo senza dominarlo.
Nel film, nelle scene con il Ginkgo, trasmette una profonda sensazione di pace. Come si è sentito immerso in quel silenzio naturale?
Mi sentivo molto calmo mentre giravo quelle scene. Anche a causa della pandemia non c’era nessuno intorno: solo io e il campus completamente vuoto. Camminavo ovunque, da solo, e mi sentivo sorprendentemente a mio agio. In quel tipo di silenzio ho trovato una grande calma.
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Il suo personaggio ascolta il Ginkgo come un amico, quasi un confidente. Si riconosce in questo rapporto con la natura?
Credo di essere parte della natura, anche se molte persone sembrano non esserne consapevoli e non sono abbastanza considerate verso gli altri esseri viventi della Terra. Il mio rapporto con la natura è simile a quello che ho con gli sport che amo, come la vela.
Quando sei su una barca a vela dipendi completamente dal vento. Devi conoscerlo, capire come cambia continuamente, perché il vento non è mai lo stesso, né nel tempo né nello spazio. Per navigare bene devi essere in armonia con la natura. Se le vai contro, rischi di capovolgerti.
Lo stesso vale per noi esseri umani: dovremmo trovare un modo per vivere in armonia con la natura, essere più rispettosi non solo delle piante, ma di tutti gli esseri viventi. Questo pianeta non appartiene solo a noi.

Durante le riprese le è mai capitato di percepire il Ginkgo come un vero partner di scena?
Prima di questo progetto non sapevo praticamente nulla delle piante. Per me erano solo piante. Ma dopo aver studiato la loro intelligenza, ho scoperto quanto siano straordinarie: comunicano tra loro attraverso le radici e i funghi, reagiscono al mondo esterno, possono persino migrare.
Durante la preparazione correvo ogni giorno in montagna, circondato da alberi e vegetazione. Un giorno ho avuto una sensazione strana: mi sembrava che mi stessero osservando. Questo progetto ha cambiato completamente il mio modo di vedere le piante.
Ora le considero esseri senzienti. Alcuni alberi che hanno più di cento anni, per me, hanno persino un’anima. Non posso più tornare indietro: quando oggi guardo una pianta provo qualcosa di completamente diverso.
Questo cambiamento di prospettiva ha influito anche sul suo modo di recitare?
Sì, perché prima un albero era solo un albero. Ora, quando lo guardi, hai dentro di te molti più livelli di emozione e consapevolezza. Conosci la sua intelligenza, il suo funzionamento, anche se non ha un cervello come il nostro.
Dopo il film, anche il mio comportamento quotidiano è cambiato. Ho costruito una casa vicino a un lago e ho detto al costruttore di non abbattere nessun albero. Cerco semplicemente di non fare del male alla natura.
In molti suoi film lei è il centro della scena. In Silent Friend, invece, tutto ruota attorno al Ginkgo. Com’è stato questo ribaltamento?
È stato difficile e bellissimo. Il montaggio non segue una narrazione tradizionale, ma le sensazioni, le emozioni. A volte non sai se stai seguendo il personaggio o l’albero.
Per me il film è un flusso di energia, di percezioni, di sentimenti.
Da In the Mood for Love al silenzio di Silent Friend: come si è evoluto il suo minimalismo attoriale?
Sono abituato a questo tipo di recitazione nei film di Wong Kar-wai, ma non mi aspettavo di lavorare con Ildikó Enyedi in un film europeo come questo. Dopo la preparazione le chiesi se ci fosse altro da fare per il ruolo. Lei mi rispose: “Niente. Devi solo essere lì”.
Ho capito che voleva che sentissi l’ambiente, che ascoltassi. Non stavo cercando di recitare, ma semplicemente di essere presente.
La quiete di Silent Friend è diversa da quella dei film di Wong Kar-wai. Qui il personaggio è più calmo, più in ascolto della natura. Nei film di Wong Kar-wai, invece, c’è sempre un fuoco interno: emozioni represse, segreti, passioni non espresse.

Infernal Affairs era azione pura. Oggi, nei silenzi di Wong, cosa resta di quel fuoco interno?
In Infernal Affairs c’è una lotta interiore costante, perché il personaggio deve nascondere la propria identità. Wong è più vicino allo spirito dei film di Wong Kar-wai.
In quel film ho cambiato molto la sceneggiatura insieme al regista e allo sceneggiatore, soprattutto nel finale. Volevo rendere il personaggio più credibile. In quel senso, ho portato molto di me stesso.
Il passaggio da star del cinema di Hong Kong a outsider europeo: è la chiusura di un cerchio o l’inizio di una nuova fase?
Non pianifico nulla. Ho ricevuto più offerte da Hollywood che dall’Europa, forse per una questione di lingua. Dopo Shang-Chi, il film Marvel, ho sentito il bisogno di uscire dalla mia comfort zone.
Ho lavorato con Wong Kar-wai per vent’anni perché mi sentivo a casa. A un certo punto, però, ho voluto provare qualcosa di diverso. Non so cosa verrà dopo. Lascio che le cose accadano.
Se arriva un progetto che trovo interessante, lo faccio. Mi affido al destino.
Grazie per la splendida chiacchierata Signor Leung.
Grazie a voi!
Daruma View 