Jay Kelly: Uno sfavillante, spettacolare viaggio mnemonico e meta-cinematografico nel passato lucente e nel malinconico presente che avanza tristemente ma, tra retrospezioni e retrospettive omaggianti una vita sotto i riflettori, va col senno di poi (ri)visto, riflettuto sotto matur(at)e e più distanti prospettive saggiamente emozionanti .
Ebbene, direttamente dalla fastosa, mai così alta qualitativamente parlando, pregevole e mirabile 82.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, quivi recensiamo il nuovo e controverso opus, arrischiato e forse irrisolto, imperfetto ma soavemente, a suo modo personalissimo ed amabile, a nostro avviso, magnifico Jay Kelly, firmato Noah Baumbach (Storia di un matrimonio).
Dopo aver controversamente inaugurato, sinceramente, senza molti esiti postivi, la suddetta kermesse di due anni or sono col bistrattato ma onestamente non disdicevole, anzi appieno da rivalutare seduta stante, Rumore bianco con Adam Driver (Ferrari), per l’occasione incontra per la prima volta in assoluto lo sgargiante, sempiterno e immarcescibilmente charming George Clooney (Wolfs).

Film della notevole eppur mai estenuante durata di 2h e 12 minuti, Jay Kelly è una pellicola a tratti tanto entusiasmante e ripiena d’inventiva pregiata, suadentemente sofisticata, ben congegnata e godibilmente citazionistica quanto, ahinoi, stereotipata e banale.
Scritto dallo stesso suo author Baumbach in associazione con l’attrice, per l’occasione sceneggiatrice, Emily Mortimer (Shutter Island), Jay Kelly è un film sia dalle molteplici, lapalissiane qualità rimarchevoli che, tutto sommato, un’operetta frivola e facilmente dimenticabile in quanto sostanzialmente assai poco corrosiva e quasi mai incisiva, specialmente a livello intrinsecamente emozionale.
Eppur lodabile e assolutamente da non sottovalutare. Presentato in pompa magna nel dì 28 agosto, Jay Kelly, a noi, premettiamo e rimarchiamo, però onestamente con doverosità intellettuale sincera, non è nient’affatto dispiaciuto eppur è un lungometraggio, nella sua interezza, confuso, enormemente sbilanciato, non privo di madornali cadute di tono imperdonabili che disamineremo, da analisti certosini, nel prosieguo della nostra valutativa recensione a seguire dettagliatamente illustratavi accuratamente e senz’alcuna reverenziale pietà mentitrice.
Ha ottenuto una lusinghiera media recensoria di pareri per di più favorevoli, specialmente dalla Critica d’oltreoceano. Avendone quest’ultima, insindacabilmente decretato, a conti fatti e oggettivi, chiarissimi d’evidenti dati alla mano incontrovertibili, opinabili eppur inopinabilmente attestati, riscontrato infatti una più che sufficiente media di recensioni in gran parte buone, equivalente esattamente al 66%, perlomeno secondo l’abbastanza attendibile ed oggettivo metacritic.com.
Jay Kelly dura corposamente la “bellezza”, doverosamente ripetiamo, di due ore e dodici minuti netti e avvincenti, a tratti noiosamente soporiferi, a causa delle sue palesi molte cadute retoriche, probabilmente un po’ da scorciare e quindi sinceramente lunghe, ed eccovene da noi, a grandi linee, al fin d’evitarvi soprese irritanti assai improprie, la sua trama espostavi sinteticamente e delineata nei suoi “lineamenti” maggiormente eloquenti, filmicamente intendendo:
Jay Kelly (uno splendido, “invecchiato”, anzi, per meglio dire, superbamente attempato e immutabilmente fascinoso George Clooney in forma abitualmente smagliante, autoironico, adorabilmente compiaciuto oltremodo e apprezzabilmente giocoso), è un’indiscussa, navigata, da chicchessia lodata e oramai affermata, irremovibilmente consacrata star incontrastata e mondialmente celebrata a dismisura, sebben un po’ esistenzialmente sciupata e stanca, dell’Hollywood più privilegiata, beatamente dorata che, nel bel mezzo del cammino di sua vita, citando e mutuando un celeberrimo passo storico del sommo poeta per antonomasia e nostrano Alighieri, in maniera tiepida, rimedita pensierosamente, financo vagamente in modo penoso autocelebrativo, fra il nostalgico, il patetico andante e il liberatorio coscienzioso, or che è anzianotto, saggiamente equidistante da eventi, belli, nefasti e perfino grandiosi, in merito al suo excursus attoriale e alla fatidica genesi del suo ascendere ad interprete rinomato della grande Mecca.
Kelly è un uomo che, per fatalità estremamente fortunose, forse in virtù di cabalistici eventi straordinariamente per lui dapprima insospettabilmente fruttuosi, scaltramente sfruttati vantaggiosamente a suo favore, per puro caso non poco però bramato, insomma, scalzò, probabilmente in modo, sì, crudele, ed egoistico, eppur spontaneo e non malignamente opportunistico, tantomeno premeditato, il suo involontario antagonista, pressoché coetaneo amico degli studi di recitazione per entrambi acerbamente giovanili, Timothy (Billy Crudup, Sleepers, The Good Shepherd).
Accompagnò infatti quest’ultimo a un provino per schietta, disinteressata amicizia sincera ma, per fatuità dell’imponderabile destino incalcolabilmente imprevisto, al contempo beffardo, per Jay però giustappunto propizio e fatato, anziché esser scelto Timothy dai severi selezionatori, fu invece notato proprio Kelly, cimentatosi per l’occasione in un’improvvisata performance emulativa del miglior Marlon Brando che fu.
Così impressionante da lasciar attoniti, piacevolmente stupiti i giudici, rimasti coinvolti all’istante. Da allora in poi, Kelly spopolò sempre più inscalfibile, assurgendo crescentemente e in modo vertiginoso a divo par excellence e celebrità internazionale delle più stellate. Divenendo, nel corso degli anni, forse perfino inconsapevolmente, un intoccabile, amatissimo mito agli occhi dei suoi ammiratori idolatranti la sua fama esponenzialmente accresciutasi a tamburo battente e irrefrenabilmente.
Nel frattempo, nell’arco temporale perlopiù riguardante ciò che ci vien mostrato nella pellicola, assistiamo, tra flashback volutamente echeggianti Bergman de Il posto delle fragole e Fellini di 8½, al mesto proceder di Jay Kelly nella vita di tutti i giorni.
Colto dalla cosiddetta crisi di mezz’età, oramai prossimo all’anzianità, Kelly ripensa alla sua carriera e noi, assieme a lui, visualizziamo il tutto attraverso l’occhio che guarda indietro nel tempo di Baumbach che si ritaglia anche un cammeo in veste d’uno dei registi di Kelly stesso. Kelly ha delle figlie “complicate” fra cui Jessica (la fotogenica, sempre magnetica Riley Keough, Hold the Dark, Paterno) e in modo altalenante, nevrotico, è seguito nei suoi affari dalla stressante, bizzosa segretaria Liz (Laura Dern, Inland Empire) e specialmente dall’inseparabile suo agente Ron (Adam Sandler), divenutogli oramai amico fedelissimo ma in rotta di collisione a causa non soltanto di divergenze creative (gli americani le definiscono, prendendo in prestito un’espressione peraltro tipica del gergo dell’industria cinematografica, irreconcilable differences).
Kelly, inoltre, è atteso in Italia, nella florida, amena Toscana per ritirare un premio e compierne uno spassoso tour promozionale che si rivelerà più avventuroso e faticoso di quanto avesse potuto dapprincipio minimamente immaginare.
Cosa funziona in Jay Kelly
Fotografato strepitosamente da Linus Sandgren (First Man, Saltburn) e, soprattutto nella prima tranche, girato in modo mirabile da un accorto ed elegantissimo Baumbach, è un film “biopic” sullo stesso suo interprete principale (infatti, Jay Kelly altri non è che parodicamente una “imitazione” e storpiatura del nome George Clooney), che spicca in alcuni momenti sobriamente delicati e ruggenti, impregnati di emozionalità viscerale ben effusaci e captabile “a pelle”.

Perché non guardare Jay Kelly
Precipita, ahinoi, nell’ultima maldestra e pedestre (anche campestre, eh eh, se vedrete il film capirete perché) mezz’ora ove, nella Toscana da cartolina appena abbozzata e sotto ogni punto di vista inquadrata da Baumbach con superficialità incredibile, perfino eccede in melensaggini indigeribili e insulse, smarrendo il suo baricentro e affogando in un mar di banalità sconcertanti e scenette, oltre che mal girate, grossolane e buffonesche, da intendersi spregiativamente.
Però rialzandosi in volo nel potente finale che, per quanto appositamente e in maniera furbesca studiato per piacere in modo forse fake a mo’ dello stesso Clooney, piacione anche or che ha superato le sessanta primavere, onestamente centra il bersaglio e commuove realmente.
Disponibile dal 5 Dicembre in esclusiva su Netflix.
Regia: Noah Baumbach Cast: George Clooney, Adam Sandler, Laura Dern, Billy Crudup, Riley Keough, Patrick Wilson, Eve Hewson Anno: 2025
Durata: 132 min Paese: Stati Uniti / Regno Unito Distribuzione: Netflix
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