Unabomber: Questo film è una bomba a orologeria “scottante” con una trama dall’esplosiva miscela pirotecnica e appassionante, o una deflagrazione di banalità che scoppiettano a tutt’andare nel contrappuntarlo di noia? Noia che non riaccende la visione nella tensione scoccante la miccia propulsiva del pathos avvincente, bensì risulta solamente scocciante?
Oggi recensiamo Unabomber, pellicola di un’ora e trentasette minuti secchi, chissà se adrenalinici e coinvolgenti (ovviamente lo esplicheremo nella nostra seguente disamina), diretta dal danese cineasta Janus Metz Pedersen (La cena delle spie), qui sol accreditato soltanto come Metz, immessa direttamente e globalmente su Netflix a partire da venerdì 25 settembre scorso. Sceneggiata dal duo formato da Sam Chalsen & Nelson Greaves. I due hanno non poco romanzato e condensato la “storia vera” del criminale Theodore Kaczynski, detto semplicemente Ted e soprannominato, per l’appunto, col nomignolo del titolo stesso dell’opus ivi preso in questione.
Trama, riassunta nei suoi maggiori tratti per evitarvi rivelazioni inadeguate:
Dopo un incipit ad alta tensione deflagrante in senso figurato e non, seguiamo in parallelo due vicende collegate fra loro dal trait d’union della temibile presenza, più o meno palpabile e sinistramente aleggiante, financo corposa, ovvero, vera e propria in carne ed ossa, di Unabomber.
Dapprima, vediamo la volitiva e affascinante, inarrendevole detective dell’FBI Joanne Miller (un’intensa Shailene Woodley, Ferrari, The Mauritanian), a metà anni novanta, affiancata, seppur mal volentieri a causa delle loro continue schermaglie e divergenti metodi lavorativi, dal collega Leo Driver (Alexander Ludwig, Hunger Games), coordinati dal soprintendente “tenente” Dean Kaplan (Steven Ogg), indagare in merito al nostro famigerato eppur “fantasmatico”, non ancor ben identificato, tantomeno acciuffato Kaczynski (da “anziano” incarnato da Michael Laurence).
Dunque, attraverso repentini e fluidi flashback la vicenda si sposta in quel della prestigiosa Harvard dei sixties. Ove l’enfant prodige e già conclamato genio matematico suddetto (stavolta interpretato dal giovane Jacob Tremblay, Doctor Sleep), fu vagliato, quindi preso sotto l’ala protettiva del professor e rivoluzionario (perlomeno a sua detta) psicologo Henry Murray (Russell Crowe, Norimberga), sposato all’avvenente partner anche professionale Christiana Morgan (Annabelle Wallis, Svaniti nella notte). Ché immediatamente, ripetiamo, ne intuirono la “superiore” alterità e, dopo un formale test attitudinale, lo ritennero adatto al loro segreto programma sperimentale inerente alle cosiddette persone “speciali” da monitorar attentamente al fine d’apportar radicali cambiamenti in campo scientifico sociale post Seconda Guerra Mondiale.
Ted ha un fratello, David (Matthew Kevin Anderson), l’unico uomo che probabilmente lo conosce appieno ed è stato capace d’intuirne la personalità non poco equivoca e disturbata.
Come andrà a finire? Egualmente a come si svolsero davvero i fatti narratici, conclusisi con l’arresto di Ted oppure detonerà un colpo di scena da lasciar tutti, compresi noi spettatori, stecchiti e farà saltar in aria ogni aspettativa plausibile?

Cosa funziona in Unabomber
A nostro avviso e ahinoi, le note positive sono veramente poche e irrilevanti, data l’inconsistenza di tal prodotto alquanto mediocre e livellato sol sul veloce intrattenimento senza troppe pretese. Eppur il film ha, ciononostante, i suoi pregi che immantinente evidenzieremo.
Innanzitutto, Woodley è eccellente, fotogenica come non mai e sfodera una prova recitativa degna di nota.
Parimenti a Tremblay, calatosi nella parte con sentita partecipazione non sol attoriale, bensì emotivo speculare nella sua perfetta adesione “sofferta” all’ambiguo (siam eufemistici) personaggio principale assegnatogli.
Crowe s’impegna al minimo sindacale, altresì sa far valere la sua navigata esperienza da provetto performer al quale basta sol uno sguardo accigliato o inarcar la fronte per stagliarsi abitualmente carismatico.
La musica di Marco Beltrami è elegante e appropriata al contesto, la fotografia firmata Yves Bélanger (già visivo autore pregevole, fra gli altri, di Dallas Buyers Club e Giurato numero due), malgrado adotti sovente toni freddi, opachi e scialbi, ottimamente s’intona alla funeraria atmosfera tetra mostrataci.

Perché non guardare Unabomber
Ravvisatene le poche ma non trascurabili qualità, or ci tocca, per dovere d’obiettività, esser impietosi.
Il film è raramente coinvolgente e s’arrischia ad affrontare, sol però lambendoli in modo sbrigativo ed estremamente superficiale in maniera imperdonabile, molteplici temi assai complessi e rischiosi quali la malattia mentale, il peculiare autismo schizofrenico e il disagio adolescenziale coi relativi impatti sulla crescita e formazione personale. Qui accennati con imbarazzante schematismo e semplicistico sguardo scevro da ogni autorialità minimamente interessante.
Il tutto per di più corroborato, anzi, mal orchestrato da una piatta regia anonima e anodina, associata a una storia priva di nerbo, senza sussulti e prevedibile dall’inizio alla fine in modo disarmante.
In conclusione: un film che, anziché esplodere e scoccar “brillante” come una bomba “ritmata”, sincronizzata e congegnata nei minimi, tempistici dettagli, implode su sé stessa e ci lascia stesi per il tedio suscitatoci e l’agghiacciante, scontata sequela di ovvietà inanellate.
Disponibile su Netflix dal 25 settembre.
Regia: Janus Metz Pedersen Con: Jacob Tremblay, Russell Crowe, Shailene Woodley, Annabelle Wallis, Alexander Ludwig, Steven Ogg, Matthew Kevin Anderson, Michael Laurence Anno: 2026 Paese: Stati Uniti d’America Distribuzione: Netflix
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