Supergirl: Una recensione che parte con le buone intenzioni e finisce, come il film, a fare i conti con la propria mediocrità cosmica. ✨
🎥 Trama – Il solito giro nell’iperspazio del dolore
Supergirl prende una ragazza rotta, la butta in un universo che sa di déjà-vu e le chiede pure di diventare simbolo, identità, trauma, speranza e magari pure colazione. Il problema è che mette sul tavolo temi grossi come pianeti interi, poi li riduce a brandelli da trailer, come se bastasse nominare il lutto per far nascere la profondità. La storia ci prova, sì, ma lo fa con la grazia di un carrello della spesa senza una ruota.
“La vita ti distrugge, poi ti chiede anche il biglietto.”

✅ Cosa funziona in Supergirl – Il barlume dentro il neon
Il film intrattiene, e questo va detto senza fare i puristi con il mantello stirato. Alcune sequenze scorrono bene, il ritmo non ti massacra, e persino la relativa parsimonia di CGI in certi punti dà un minimo di consistenza fisica.
Milly Alcock regge il centro del racconto con una faccia interessante, tagliente, quasi sempre più viva del copione che le gira attorno. E Jason Momoa come Lobo è la cosa più centrata del film, un casting che finalmente gli cuce addosso un personaggio credibile, sporco, volgare, perfetto per il suo carisma scomposto. Lobo è l’unico che entra in scena come se avesse davvero rubato una navicella.
“Finalmente qualcuno ha capito che un carro armato con i dread funziona meglio di un principe dei mari con la postura da vetrina.”

❌ Perché non guardare Supergirl – La grande sagra del già visto
Il vero problema è che Supergirl sembra un riciclo di riciclo di riciclo, come se qualcuno avesse preso Guardiani della Galassia, l’avesse passato nel frullatore di Star Wars e poi avesse chiesto a un assistente AI di scrivere i temi esistenziali. C’è la locanda, ci sono i viaggi, ci sono i pianeti, ci sono le scritte, ci sono i soliti segnali di “grande universo” che però non hanno sangue nelle vene. Tutto appare buttato lì in superficie, come un addestramento alla profondità fatto da chi la profondità l’ha vista solo in un documentario su YouTube. Il resto del film sembra una versione sbiadita del simbolo sul petto: c’è, ma non scalda.
Qui manca proprio quella gravità che la saga di Superman aveva sempre promesso, quel senso di peso da Krypton che ti cade addosso come un cielo di piombo. In questo film, invece, il mantello sembra tenuto insieme con lo scotch e l’epica arriva col freno a mano tirato.
E poi c’è il villain, Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts), che non ha mordente neanche se lo mordi tu. Dovrebbe essere una presenza tossica, invece sembra l’ennesimo antagonista da film che ha paura di essere cattivo sul serio, come se il male dovesse per forza presentarsi con la faccia di uno scemo utile alla trama. Il risultato è un villain che non minaccia, non graffia, non sporca niente. Praticamente un contrattempo con il costume.
Ogni volta che prova a diventare mito, inciampa come Clark Kent con gli occhiali storti, e l’universo che dovrebbe vibrare sembra più un parcheggio dietro al Daily Planet dopo la chiusura. Zack Snyder, con tutti i suoi eccessi, almeno faceva sembrare ogni inquadratura una lastra di marmo avvelenato; qui invece tutto luccica, sorride e poi evapora.
“Ho visto il futuro del mito, ed era in saldo.”
🎭 Conclusioni – Il mantello corto dell’epica
La cosa più triste non è che il film sia debole. È che sembra convinto di essere importante mentre si appoggia a temi che non sviluppa davvero, come un supereroe che posa da salvatore ma poi perde il bus. Si percepisce l’ennesima voglia di fare cinema “importante” dentro un contenitore che resta commerciale fino al midollo, con quell’aria da franchise che vuole sembrare drammatico ma finisce per fare gli occhi dolci al merchandising.
Supergirl non crolla con fragore, semplicemente si siede e ti guarda aspettando che tu la prenda sul serio. E tu, onestamente, dopo un po’ preferisci spegnere il cervello e lasciare che il vuoto faccia il resto.
“Oggi ci vendono l’universo DC come un parco giochi; Snyder, almeno, lo faceva sembrare un funerale con i fulmini.”
🌀 Extra – L’ombra lunga di Snyder e il carnevale del resto
C’è anche un punto più grosso del film stesso, ed è il vuoto che lascia l’idea di un universo DC davvero cupo, disteso, solenne, con il respiro di un mito e non quello di una giostra.
Zack Snyder, piaccia o no, aveva almeno una visione: dava ai supereroi il peso del marmo e il buio di un cielo che poteva crollarti addosso da un momento all’altro. Questo nuovo corso, invece, sembra spesso voler sostituire la vertigine con la chiacchiera, l’epica con il battutismo, la tragedia con il luna park.
Ed è proprio qui che il film paga pegno: perché quando togli quell’aniluce da fine del mondo, quella gravità da divinità malate, e la sostituisci con il solito frullato di ironia, fan service e universo condiviso, resta un mondo più leggero sì, ma anche molto più povero. La sensazione è che si sia perso il coraggio di restare seri per più di trenta secondi, come se la parola “solennità” fosse diventata una parolaccia. Snyder non era perfetto, anzi, ma almeno faceva sentire che lì dentro c’era una cosmologia, non soltanto una strategia commerciale con il mantello.
Regia: Craig Gillespie Con: Milly Alcock, Jason Momoa, David Corenswet, Eve Ridley, Matthias Schoenaerts, Emily Beecham, Aneurin Barnard, David Krumholtz, Saskia Rosendahl Anno: 2026 Durata: 107 min. Paese: Stati Uniti Distribuzione: Warner Bros. Pictures
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