Scarlet: Mamoru Hosoda firma un fantasy che è, prima di tutto, un viaggio emotivo. Un attraversamento vertiginoso del confine tra vita e morte, dove la domanda centrale non è cosa perdiamo, ma cosa sopravvive dell’amore quando tutto ciò che lo sosteneva è andato in frantumi.
La storia si apre in una Danimarca del tardo XVI secolo, tra intrighi di corte e tensioni dinastiche. Scarlet, giovane principessa, è segnata da un trauma improvviso: l’assassinio del padre. Da quel momento, la rabbia diventa il suo unico compagno, e la vendetta l’unico linguaggio con cui leggere e affrontare il mondo che la circonda.
Nel tentativo di raggiungere l’assassino, si espone alla stessa violenza che la muove e ne viene travolta. È qui che il film cambia registro.
Scarlet si risveglia nel regno dei morti: una dimensione sospesa e inquieta, dove le anime vagano senza pace e lo spazio muta come in un sogno instabile. Ma nemmeno qui abbandona la sua caccia. Il suo diventa un viaggio quasi dantesco nell’aldilà, tra paesaggi deformati e memorie spezzate, che sembrano riflettere la furia che porta dentro.
Dopo un fallimento, il suo cammino incrocia quello di un giovane idealista, Hijiri, presenza inattesa e dissonante, che non condivide la sua rabbia e la spinge lentamente a guardare il proprio dolore da un’altra prospettiva.
In uno di questi momenti sospesi, Scarlet si ferma e si pone una domanda semplice e vertiginosa: «Se fossi nata in un’altra epoca… sarei stata diversa?» È una crepa nella sua certezza.
Quando si ritrova infine faccia a faccia con l’assassino del padre, Scarlet raggiunge il suo nodo più profondo. La resa dei conti non è più solo uno scontro, ma una scelta.

Cosa funziona in Scarlet
Con Scarlet, Mamoru Hosoda torna a uno dei motori più antichi della narrazione: la perdita, e tutto ciò che da essa si genera: dolore, memoria, desiderio di vendetta. Da questa ferita originaria prende forma un racconto emotivamente denso, quasi primordiale.
Il regista rientra nel territorio del fantastico, ma ne rovescia la funzione. Se in La ragazza che saltava nel tempo il tempo era strumento di crescita, in Mirai diventava spazio intimo familiare, e in Belle si apriva a una dimensione digitale e melodrammatica, qui si radicalizza: un aldilà vasto e ostile, in cui la protagonista è costretta a ridefinire il senso stesso delle proprie azioni.
L’eco di Amleto è evidente nella struttura narrativa, ma Hosoda la trasforma radicalmente: la vendetta è affidata a una principessa e, soprattutto, fallisce. La morte non chiude la storia, la rilancia. Negli “Altri Mondi”, un purgatorio popolato da anime di epoche diverse, il racconto diventa un viaggio metafisico in cui la figura di Hijiri emerge come fulcro etico ed emotivo, incarnando cura, amore e la possibilità di riscattare ciò che sembrava perduto.
Hosoda tenta così una sintesi ambiziosa tra introspezione e respiro epico. Il risultato resta volutamente in bilico: Scarlet affascina più per ciò che evoca che per ciò che organizza compiutamente, ma è proprio in questa instabilità che risiede il suo magnetismo.
Ciò che colpisce è l’ambizione emotiva: la vendetta, sentimento immediato e brutale, viene lasciata sedimentare fino a trasformarsi in riflessione sul lutto e sulla memoria. Il regno dei morti smette progressivamente di essere un semplice scenario fantastico e diventa uno spazio di metamorfosi interiore.
Sul piano visivo, Scarlet conferma la sensibilità quasi pittorica del regista, ma qui si aggiunge un elemento distintivo: un disegno dal tratto inconfondibile, delicato ma nitido, capace di coniugare fragilità e precisione. Le linee sembrano sfiorare le figure senza mai perderne la definizione, costruendo un equilibrio raro tra leggerezza e incisività. I paesaggi luminosi del mondo dei vivi si contrappongono agli scenari instabili dell’aldilà, in un continuo dialogo tra bellezza e inquietudine.
Il rosso, inscritto nel nome della protagonista, attraversa la visione di Scarlet come una vibrazione emotiva persistente: sangue, collera, passione, memoria. Nulla, nel mondo dei morti, possiede una forma definitiva. Gli spazi si piegano, si ricompongono, si dissolvono: non sono ambienti, ma proiezioni. L’animazione diventa così linguaggio psichico, forma visibile del conflitto interiore.
La colonna sonora accompagna questo percorso con misura, alternando aperture orchestrali a sospensioni malinconiche. Il tempo sembra smettere di scorrere linearmente: il fantastico non è spettacolo, ma risonanza emotiva.
Alla fine, Scarlet non è un film sulla vendetta. È il racconto del momento esatto in cui la vendetta smette di bastare. Hosoda utilizza il fantastico come specchio emotivo e costruisce un’opera che attraversa la morte per parlare, in realtà, della più fragile delle possibilità: cambiare. È in quella crepa sottile tra rabbia e perdono che Scarlet trova la sua forma più autentica.

Perché non guardare Scarlet
Proprio la sua ambizione narrativa può rivelarsi il suo limite.
L’opera rifiuta la linearità di molta animazione contemporanea: procede per immagini simboliche, intuizioni visive, stratificazioni emotive. Alcuni passaggi restano volutamente aperti, affidati allo sguardo dello spettatore.
Anche il ritmo privilegia la contemplazione rispetto all’azione. Diverse sequenze scelgono l’atmosfera alla progressione, rallentando lo sviluppo narrativo.
Per alcuni sarà un’esperienza ipnotica e poetica; per altri, meno coinvolgente rispetto a modelli più dinamici e orientati all’intrattenimento.
Eppure, proprio in questa sua natura sospesa e non immediata, Scarlet costruisce un mondo immersivo capace di parlare a pubblici diversi: un racconto che può affascinare tanto i più giovani quanto gli spettatori adulti, ognuno libero di abitarlo secondo la propria sensibilità.
Curiosità
Scarlet segna il ritorno alla regia di Mamoru Hosoda dopo Belle, confermando l’interesse del regista per storie che mescolano dimensioni fantastiche e riflessioni emotive profonde.
Il film è prodotto dallo Studio Chizu, lo studio fondato dallo stesso Hosoda e responsabile di alcune delle opere più importanti dell’animazione giapponese contemporanea.
Dal punto di vista visivo, il film combina animazione tradizionale e tecniche digitali avanzate per costruire il mondo dei morti, concepito come uno spazio instabile che cambia forma durante il viaggio della protagonista.
Scarlet è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, dove è stato proiettato nella sezione Alice nella Città, confermando l’attenzione dei festival internazionali verso il nuovo lavoro del regista.
Il film è arrivato nelle sale cinematografiche italiane il 19 febbraio 2026, distribuito da Eagle Pictures.
Regia: Mamoru Hosoda Con: Mana Ashida, Masaki Okada, Masachika Ichimura, Kôji Yakusho, Yuki Saitô, Yutaka Matsushige, Kôtarô Yoshida, Munetaka Aoki, Kazuhiro Yamaji, Sometani Shôta, Tokio Emoto, Kayoko Shiraishi, Michio Hazama, Mamoru Miyano, Kenjirô Tsuda, Toshio Furukawa, Lori Alan, Darren Bailey, Michael Benyaer, Chris Hackney, Joe Hernandez, Juanita Jennings, David Kaye, Jason Marnocha, Kazuki Namioka, Robert Pine, Jamieson Price, Shirô Saitô, Stephanie Sheh, Atsumi Tanezaki, Fred Tatasciore, Koki Uchiyama, Reina Ueda, Michelle Wong (IV), Michael Yurchak Anno: 2025 Durata: 112 min. Paese: Giappone Distribuzione: Eagle Pictures
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