Nippon Shock Magazine #29, #30 e #31: quando il Giappone decise che Batman e Bruce Lee potevano convivere con robot depressi e tute di plastica.
C’è stato un momento storico, nei gloriosi anni ’70, in cui la Tatsunoko Production si è guardata allo specchio, ha guardato i fumetti americani, e ha detto: “Possiamo farlo anche noi, ma con molta più ansia esistenziale”. È così che è nata la sacra trinità dei supereroi in calzamaglia nipponica: Kyashan (1973), Hurricane Polymar (1974) e Tekkaman (1975). Tre serie che non c’entrano nulla l’una con l’altra a livello narrativo, ma che condividono lo stesso DNA fatto di mazzate fotoniche, drammi famigliari e caschi che oggi definiremmo quantomeno audaci. E Nippon Shock, con la sua solita delicatezza da collezionista compulsivo, ha deciso di dedicarci tre numeri consecutivi. Mettetevi comodi, perché stiamo per tuffarci in un mare di celluloide, lacrime e polimeri plastici.

NIPPON SHOCK #29: Tekkaman e l’Arte del Finale Negato
Partiamo dalla fine, o meglio, da una serie che una fine non l’ha mai avuta. Il numero 29 si presenta con un dossier di 40 pagine dedicato a Tekkaman – Il Cavaliere dello Spazio, un’opera che ha pescato a piene mani da Star Trek e La Guerra dei Mondi per creare uno dei mecha più iconici di sempre. La particolarità di Tekkaman è che era troppo avanti (o troppo deprimente) per il suo tempo: cancellata per bassi ascolti dopo 26 episodi sui 52 previsti, ha lasciato intere generazioni con l’amaro in bocca.
Ma qui entra in gioco il vero miracolo di Nippon Shock. Niente teorie complottiste o fan fiction lette sui forum di vent’anni fa: la rivista pubblica il vero finale mai visto di Tekkaman, ricostruito attraverso documenti originali Tatsunoko e interviste allo staff. Un finale epico fatto di battaglie cosmiche e sacrifici che ci fa solo incavolare di più per non averlo mai potuto vedere animato. E se questo non vi basta, ci sono pure chicche sulla misteriosa sigla italiana cantata da I Micronauti e l’immancabile sezione sui giocattoli (che oggi costano quanto un rene sul mercato nero).
A corredo, troviamo Sailor Moon tra magia ed esoterismo, un omaggio a Gamera (il Godzilla con il guscio che non ha mai avuto abbastanza rispetto) e un tuffo nella dolcezza stucchevole di Kiss Me Licia. Un mix perfetto per ricordarci quanto eravamo bipolari da bambini.

NIPPON SHOCK #30: Kyashan, o dell’Androide Triste
Con il numero 30 passiamo al capostipite della depressione robotica: Kyashan – Il ragazzo androide. Adriano Forgione guida un dossier che analizza il mito del “Moderno Frankenstein” (pag. 06). Perché, parliamoci chiaro, farsi trasformare in un robot dal proprio padre per combattere altri robot creati sempre dal proprio padre non è esattamente il sogno americano. È una tragedia greca con più circuiti e un cane robotico (Flender, vero MVP della serie).
Il dossier scava nelle testimonianze dello staff (pag. 14) e offre la discografia completa, oltre all’immancabile e pericolosissima sezione sui Toys curata da Alessio Gagliano (che sembra godere nel farci venire voglia di spendere lo stipendio in action figure vintage).
Il resto della rivista festeggia i 30 anni di Sailor Moon in Italia con ben tre articoli dedicati alla nascita del mito. Poi c’è l’Attacco dei Giganti (pag. 42), perché a Nippon Shock piace ricordarci che l’ansia narrativa giapponese non è finita negli anni ’70, ma si è solo evoluta in mostri carnivori giganti. Una menzione d’onore va a Fabio Cassella che ci parla di Creamy Mami: l’anime che ci ha insegnato che per diventare una popstar di successo basta una bacchetta magica e due alieni a forma di gatto.

NIPPON SHOCK #31: Hurricane Polymar, il Bruce Lee di Plastica
E infine arriviamo al numero 31 e a Hurricane Polymar, l’esperimento più caciarone del trio. A differenza dei suoi colleghi depressi, Takeshi (l’alter ego di Polymar) non ha traumi irrisolti o destini tragici: lui è solo un investigatore privato pasticcione che si trasforma in una via di mezzo tra Batman, Kamen Rider e Bruce Lee. letteralmente. Polymar pratica uno stile di lotta ispirato al Jeet Kune Do e ha il potere di trasformarsi in veicoli da combattimento liquefacendo il proprio corpo. Roba che la nanotecnologia di Iron Man spostati proprio.
Il dossier (pag. 06-31) affronta tutto, dalle trasformazioni polimeriche all’incompiutezza dell’opera, fino a toccare tasti dolenti come il live action e quell’esperimento chiamato Infini-T Force (pag. 20), il tentativo della Tatsunoko di fare la sua versione degli Avengers che tutti abbiamo gentilmente fatto finta di non vedere.
A fare da contorno al re dei polimeri, troviamo articoli su Lupin III, la prima parte del dossier su Ushio e Tora, e l’ennesima dose di masochismo sentimentale con Il poema del vento e degli alberi (pag. 76) curato da Salvatore Simeoli.
Il Verdetto: Una Trilogia di Plastica, Lacrime e Metallo
La redazione di Nippon Shock (Forgione, Destro, D’Auria e soci) si conferma composta da archeologi della cultura pop. Questa trilogia di numeri dedicati agli eroi Tatsunoko è l’equivalente editoriale di ritrovare la scatola dei giocattoli in soffitta, ma con la maturità di capire finalmente perché da piccoli piangevamo guardando Kyashan.
Tra finali ricostruiti, analisi filosofiche di supereroi in calzamaglia, e la solita, impeccabile cura per i dettagli (e per i nostri portafogli con quelle maledette rubriche sui toys), Nippon Shock centra ancora il bersaglio.
Voto al trittico: 9 trasformazioni polimeriche su 10. Mezzo punto in meno solo perché dopo aver letto il vero finale di Tekkaman, la consapevolezza di non poterlo vedere animato fa davvero, davvero male.
Daruma View 