Home / RECENSIONI / Avventura / Odissea – Nolan incontra il mito e nasce l’epicità – Recensione

Odissea – Nolan incontra il mito e nasce l’epicità – Recensione

Odissea: Udite, udite, voi che navigate tra multisala e streaming come tra Scilla e Cariddi, ché qui si canta di un’impresa non da poco: Non è un racconto da taverna per animi delicati, né un peplum lucidato per turisti del mito. No: è un viaggio che graffia.

🎥 La Trama (o meglio, il “Piano diabolico di Nolan”)

La storia la conoscete: Ulisse torna da Troia a Itaca, ci mette dieci anni e si scontra con mostri, dei e crisi esistenziali. Abbiamo un Matt Damon palestrato e disperato, costretto a remare su una vera nave nel bel mezzo di mari in tempesta. E poi abbiamo Tom Holland nei panni di Telemaco, che finalmente fa a botte senza potersi nascondere dietro una maschera di Spandex, e infine Robert Pattinson che interpreta Antinoo, un viscido dandy che indossa biancheria intima intessuta d’oro. Insomma, Omero muto.

“Non è vero cinema se almeno un macchinista non rischia l’assideramento in Islanda.”

– Proverbio nolaniano del mattino.

Cosa Funziona in Odissea – Nolan, Omero e il mare che non consola

Christopher Nolan prende l’Odissea e la rimette in moto come si rimette in mare una nave che ha già visto la guerra, il sale e la ruggine. Il risultato non è un adattamento da cartolina, né un poema illustrato per spettatori in cerca di fedeltà da timbro notarile: è un’opera che trasforma il mito in materia viva, ruvida e ferita. Soprattutto lo fa senza chiedere permesso, con quella ostinazione quasi ferrea che appartiene solo ai registi convinti che l’epica non serva a decorare la Storia ma a farla tremare.

Odissea, titolo originale, non racconta il ritorno di Ulisse: lo fa sentire addosso. Il mare non è un fondale, ma una pressione costante; il viaggio non è un’avventura ma una frattura interiore che si allarga a ogni onda. Questo nuovo adattamento non si limita a mettere in scena il mito, lo sottopone a una specie di prova del fuoco, come se volesse strappare via tutto ciò che di museale, remoto o decorativo rischiava di aderirgli addosso.

Quello che resta è un’epopea che sa di sangue, sale e fatica. Un’opera che ha il coraggio di essere epica senza diventare mai compiaciuta. Il punto non è tradire o non tradire Omero, ma capire che cosa significhi davvero adattarlo.

Il primo merito del film sta proprio nella sua capacità di distinguere il cuore dell’Odissea da quello dellIliade. Molti confondono le due opere di Omero. Qui non siamo davanti al poema della guerra ma a quello del dopoguerra: il poema del ritorno, dello smarrimento, della memoria che graffia e dell’identità che va ricostruita pezzo per pezzo.

L’Iliade è l’ira che divora Troia; l’Odissea è ciò che resta quando la furia si è consumata e bisogna tornare a essere qualcuno. Il regista capisce perfettamente questa differenza e la usa come asse portante del film, spostando il baricentro dal fragore delle armi alla stanchezza del sopravvissuto. Ulisse non è un vincitore in posa: è un uomo che porta addosso il peso di ciò che ha visto, fatto e perso.

La natura stessa dell’opera omerica, del resto, sembra favorire questa lettura. I poemi non sono reliquie immobili ma cantari stratificati, materia orale che si è trasformata nel tempo.

Il mondo in cui si muove il film è un Mediterraneo terminale, quasi post-civile, dove lEtà del Bronzo sembra finire nel modo peggiore possibile: non con una caduta pulita ma con un lento sfacelo. Il mare diventa un cimitero liquido, un luogo in cui l’umanità si misura con la propria rovina. Non c’è niente di rassicurante, niente di romantico, niente di turistico.

Gli episodi più noti assumono una consistenza funerea, come se ogni tappa del viaggio servisse a ricordare che il ritorno a casa non coincide mai con il recupero di ciò che si è perduto. Al massimo, coincide con la scoperta di quanto quella perdita abbia cambiato tutto per sempre.

Ulisse, in questo senso, è il personaggio più riuscito del film perché non viene mitizzato, ma interrogato. Non è l’eroe classico che avanza con la postura giusta e la gloria ben stirata sulle spalle. È un reduce. Un uomo segnato da una guerra che non gli ha lasciato addosso solo cicatrici visibili, ma anche una coscienza scheggiata. La sua astuzia, la sua fama, la sua intelligenza non bastano a proteggerlo da ciò che deve affrontare: ogni tempesta è un conto aperto, ogni approdo una verifica, ogni incontro una domanda scomoda. Il film non lo celebra, lo mette sotto pressione. E proprio per questo lo rende modernissimo, perché il trauma non ha bisogno di essere attualizzato: è già contemporaneo per natura.

Accanto a lui, Penelope (Anne Hathaway) smette finalmente di essere la moglie in attesa, la figura che tesse e sospira fuori campo. Non aspetta soltanto: valuta, resiste, sorveglia. Tiene in piedi Itaca mentre intorno tutto si degrada. È una controparte vera di Ulisse, non un accessorio del suo destino. Il ritorno dell’eroe non serve solo a ricongiungere una coppia ma a misurare il costo che il suo lungo vagare ha imposto a chi è rimasto.

Circe, Calipso, Atena, Elena e Clitemnestra non sono presenze ornamentali ma forze narrative che incrinano, giudicano e mettono alla prova. Circe (Samantha Morton) è perturbante e punitiva; Calipso (Charlize Theron) è ambigua e tragica; Elena e Clitemnestra (Lupita Nyong’o) portano dentro il film una dimensione del femminile che non accetta di restare sullo sfondo; Atena, infine, è il punto più alto di questa costruzione. Interpretata da Zendaya, non appare come una divinità decorativa, ma come una voce severa, quasi una coscienza esterna che accompagna Ulisse senza concedergli sconti. È una guida, sì, ma di quelle che non ti rassicurano: ti costringono a vedere quello che stai evitando.

In questo mondo Omerico disegnato da Nolan, la xenia, l’ospitalità sacra (Legge di Zeus), è la legge morale del racconto. Non è un dettaglio da manuale ma il criterio con cui il film misura la civiltà degli uomini. Accogliere lo straniero significa riconoscere il proprio limite; violare l’ospitalità significa cadere nella barbarie. Ogni incontro diventa un test: chi ospita rivela chi è, chi arriva rivela quanto sa stare al mondo senza divorarlo. È una lezione antica, ma tutt’altro che inoffensiva, il film la rilancia con una forza che parla benissimo anche al presente.

Il volto più velenoso di questa umanità corrotta è Antinoo, interpretato da Robert Pattinson con una grazia marcia da manuale. Non è il cattivo che entra sbattendo i pugni: è peggio. Entra con il sorriso giusto, la posa perfetta e la coscienza già noleggiata a ore. È il simbolo del potere senza merito, del narcisismo che vuole il trono ma detesta la fatica necessaria per meritarselo. Pattinson lo rende affascinante e viscido nello stesso momento.

Visivamente, Odissea si nutre di alcune immagini che restano addosso come sale sulla pelle.

La trasformazione dei seguaci in maiali da parte di Circe è una delle scene più efficaci nel restituire la dimensione disturbante del mito, perché ricorda che il soprannaturale non viene mai addomesticato. Il Cavallo di Troia è una dichiarazione di poetica oltre che un momento di strategia bellica: la vittoria dell’intelligenza sulla forza, ma anche il segno che una civiltà può cadere con l’eleganza di un dono avvelenato. La terra dei Cimmeri è il passaggio più cupo, una discesa nel vuoto che ha quasi il sapore di una condanna metafisica.

Tra le immagini che restano addosso con più forza c’è anche l’attesa di Argo, il cane che per vent’anni ha custodito il ritorno di Ulisse con una fedeltà quasi insostenibile. Nolan trasforma l’incontro in una ferita silenziosa: non c’è bisogno di parole, perché tutto è già scritto nello sguardo di chi ha aspettato troppo a lungo e riconosce il padrone quando ormai il tempo ha già fatto il suo danno. È uno dei momenti più crudeli e più puri dell’intero racconto, perché è lì che il ritorno smette di essere trionfo e diventa constatazione del tempo perduto.

E infine il ritorno a Itaca, con il dialogo fra Ulisse e Penelope, che diventa il vero banco di prova emotivo del film: non c’è più spettacolo, solo riconoscimento, distanza, tempo accumulato e ferite che non si lasciano cancellare.

“Tessimi una tela nuova, cara, che questo mantello in puro lino dell’età del bronzo mi fa prurito in formato 70mm.”

Perché non guardare Odissea – Neanche Omero ha saputo accontentare tutti

Se il film mostra un limite, è lo stesso che accompagna molti grandi kolossal: vorresti ancora più spazio per respirarlo. Condensare l’Odissea in meno di tre ore è un’impresa quasi impossibile, e in certi punti la compressione si sente. Alcuni passaggi arrivano con una rapidità che lascia intravedere la grandezza del materiale, ma non sempre il tempo di sedimentare davvero. Non è un difetto grave, piuttosto il prezzo inevitabile di un’ambizione smisurata. Nolan vuole contenere un oceano dentro una sola architettura narrativa, e il film riesce proprio perché non finge che l’operazione sia semplice.

Naturalmente, ogni volta che un mito viene liberato dalla fedeltà cerimoniale, arrivano anche le polemiche. Il casting è diventato terreno di scontro per ragioni che spesso hanno molto più a che fare con le ossessioni del pubblico che con il film stesso. Le critiche su Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena o i fraintendimenti legati a Elliot Page (NO non è Achille) mostrano quanto facilmente il dibattito si trasformi in rumore di fondo.

La formula “Elena dalle bianche braccia” in questi giorni sui Social viene agitata come fosse una prova forense, quando in realtà è una formula poetica, una superficie da leggere con cautela, non un timbro anagrafico da brandire come fosse il Vangelo dell’archivio greco. Il problema non è interpretare il mito, il problema è ridurlo a un regolamento condominiale sulla carnagione.

L’idea che il mito debba coincidere con una lettura rigida e quasi notarile della sua superficie. Omero non è un regolamento anagrafico. È poesia, e la poesia vive anche di spostamenti, interpretazioni e deviazioni. Se un mito viene ridotto al colore della pelle dei suoi personaggi, il problema non è più Nolan, ma il nostro modo di leggere Omero.

Alcune onde si attraversano, altre si sfiorano appena. E questa, più che una debolezza grave, è la traccia più evidente della sua smisurata volontà.

“L’ospitalità greca è sopravvalutata: io ti offro il vino, tu mi rubi il bestiame, io ti mangio l’equipaggio. Mi sembra uno scambio equo.”

– Polifemo, recensione su TripAdvisor.

🌀 Extra L’Odissea Rai, il peso della fedeltà e Dracula

Durante la visione del kolossal di Nolan non è insolito pensare al vecchio sceneggiato Rai Odissea del 1968 con gli effetti speciali di Mario Bava (regista dell’episodio di Polifemo) e Carlo Rambaldi.

Il confronto in questo caso potrebbe essere definito illuminante: Quella era una via quasi filologica, una trasposizione che cercava la massima aderenza alla struttura e agli episodi del poema. Nolan fa l’opposto: comprime, rielabora, distilla. Non vuole rifare la stessa opera, vuole farle cambiare corpo. Non c’è niente di illegittimo in questo, anzi.

Le due versioni dimostrano che esistono modi diversi di portare Omero sullo schermo: uno più letterale, l’altro più interiore e cinematografico.

La comparazione non produce una classifica, ma due legittimità diverse. La serie Rai serve a mostrare quanto il testo possa essere seguito quasi passo dopo passo. Odissea d’altro canto serve a mostrare quanto lo stesso testo possa essere rifatto vivere attraverso il linguaggio del cinema moderno.

Sono due strade diverse, ma entrambe sensate: una punta alla fedeltà letterale, l’altra alla verità emotiva. E in fondo è proprio questo che il dibattito sugli adattamenti dimentica troppo spesso: non esiste un solo modo giusto di portare Omero sullo schermo. Esistono modi diversi di ascoltarlo.

Per fare un esempio calzante ci viene in soccorso il buon Coppola e il suo Bram Stoker’s Dracula. Amato da generazioni di spettatori pur avendo trasformato il romanzo in una storia molto più romantica, molto più sentimentale e molto più centrata sul desiderio d’amore di quanto non sia il libro di Bram Stoker.

Nel testo, Dracula è soprattutto una forza predatoria, un corpo del contagio e del dominio. Nel film di Coppola, invece, diventa quasi un innamorato dannato, una figura tragica che cerca l’amore perduto con una malinconia che nel romanzo non occupa affatto il centro emotivo della vicenda. Eppure, nessuno fa processi a quel film. Anzi, proprio quella deviazione viene spesso letta come il suo pregio più grande.

Questo è il senso più forte dell’adattamento quando funziona davvero. Non conservare tutto, ma trovare l’equivalente giusto. Non imitare la forma originale ma farne risuonare il cuore in un’altra lingua.

“Non sono una strega cattiva, sto solo riciclando il testosterone tossico in suini da cortile.”

– Circe, tutorial di magia sostenibile.

🎭 Conclusioni – L’Odissea dei giorni nostri

Alla fine, Odissea non chiede soltanto di essere guardato. Chiede di essere misurato. È un film che prende il mito e lo riporta nel presente senza addolcirlo, senza trasformarlo in un souvenir colto per spettatori già compiacenti.

Nolan ha scelto di ridurre gli effetti speciali al minimo, preferendo location vere come Favignana e costringendo il cast a una fatica fisica che si sente in ogni inquadratura. Il risultato conserva tutta la monumentalità di un’opera pensata per il grande formato IMAX.

Il ritorno non è consolazione, ma verifica. Verifica di un uomo, di una civiltà, di un’idea stessa di casa. Non celebra Omero: lo rimette in questione, e nel farlo costruisce un’opera che non si limita a cantare il passato ma lo usa per giudicare il nostro presente e ci costringe a guardare ciò che siamo diventati.

L’Odissea non racconta come si torna a casa. Racconta cosa resta dell’uomo che prova a farlo.

Il film è al cinema dal 16 Luglio 2026 con Universal Pictures.

Regia: Christopher Nolan Con: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Charlize Theron, Zendaya Anno: 2026 Durata: 172 min. Paese: USA / Regno Unito Distribuzione: Universal Pictures

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

Guarda anche

volo-roma-catania-cancellato-etna-ryanair-disservizi-copertima

L’aeroporto chiude, il sistema scompare: cronaca di un naufragio siciliano – Odissea 2026

L’Odissea di Ferragosto: da Roma a Catania, naufraghi tra ceneri dell’Etnà, aeroporto chiuso, overbooking e …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.