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Normal – La cittadina tranquilla dove anche il citofono ha un alibi

Normal: Bob Odenkirk torna a distribuire giustizia come fossero pizze sbagliate: con ostinazione, poca pazienza e un conto da far pagare a qualcuno.

Con Normal, Ben Wheatley prende il neo-western, lo immerge nella neve artificiale, gli mette in mano una pistola e gli suggerisce di non chiamare mai il comune per segnalare un problema. Perché a Normal, Midwest americano, un parcheggio fatto male può essere l’inizio di una relazione e una rapina in banca può trasformarsi nel colloquio di lavoro più sanguinoso dell’anno. 🍕💥

Un action crime compatto, divertente e tutt’altro che rivoluzionario. Ma sa fare una cosa che molti blockbuster contemporanei hanno dimenticato mentre lucidavano il proprio universo condiviso: intrattenere senza convocare un consiglio di amministrazione Marvel.

🎥 Trama – Benvenuti a Normal, dove il benvenuto è una minaccia

Ulisse (Bob Odenkirk) è uno sceriffo temporaneo, ammaccato nel corpo e nella vita coniugale, spedito nella pittoresca cittadina di Normal per respirare un po’. Il classico piano terapeutico americano: aria pulita, case con veranda, gente che sorride troppo e una quantità di segreti sufficiente a far sembrare Twin Peaks un condominio con amministratore trasparente.

La pausa finisce, naturalmente, durante una rapina in banca che va stortissima. Da lì Ulisse scopre che Normal è normale quanto una pizza all’ananas servita in una questura italiana: tecnicamente esiste, ma qualcuno dovrebbe intervenire. Dietro i sorrisi da cartolina, le pacche sulle spalle e gli esercizi commerciali che paiono usciti da un opuscolo turistico del 1957, si apre un groviglio di criminalità, complicità e violenza pronta a esplodere.

Wheatley e Kolstad impostano il film come un Mezzogiorno di fuoco ribaltato: non è un manipolo di banditi a minacciare la città, è la città stessa a guardare lo sceriffo come si guarda il vicino che denuncia il barbecue abusivo.

“In questa città tutti si conoscono. Il problema è che probabilmente si sono conosciuti mentre nascondevano un cadavere.”

Cosa funziona in Normal – Pizze, proiettili e facce da funerale

La prima qualità di Normal è che non perde tempo a convincerti di essere importante. È un film di 90 minuti, e quella durata oggi è quasi un gesto rivoluzionario: meno di due ore, zero intermezzo filosofico sul trauma generazionale del caricatore scarico, giusto il tempo di mangiare una margherita prima e pentirsene dopo.

Bob Odenkirk è il motore del film. Ulisse ha addosso cicatrici visibili e invisibili, sarcasmo da impiegato comunale costretto a lavorare di sabato e quell’aria da uomo normale che, se gli fai un torto, non ti distrugge l’auto. Ti iscrive a trenta newsletter di pizzerie concorrenti con consegna a sorpresa per sei mesi.

Odenkirk conosce ormai benissimo questo territorio, quello dell’uomo apparentemente ordinario che possiede un archivio interiore pieno di porte da non aprire. Dopo Io sono nessuno, torna a maneggiare l’action con una fisicità sgraziata, concreta e molto più simpatica dei soliti semidei palestrati che sparano mentre pensano al proprio personal trainer.

Derek Kolstad, qui sceneggiatore e produttore, riprende parte della formula che aveva già reso efficace Io sono nessuno, mescolando un protagonista sottovalutato, una spirale di violenza e un umorismo secco. Il suo soggetto è firmato insieme allo stesso Odenkirk, mentre la sceneggiatura è farina ancora una volta del suo sacco. La parentela con il mondo di John Wick c’è, ovviamente. Quando un film di questo tipo ha Kolstad nei titoli, è come vedere il prezzemolo nella cucina italiana: non è una sorpresa, ma se manca te ne accorgi.

il regista Ben Wheatley non cerca il capolavoro a tutti i costi e, per una volta, è una buona notizia. Non trasforma Normal in un esperimento lisergico che ti fa dubitare di aver assunto farmaci sbagliati, come talvolta gli è capitato di fare con sommo gusto in altri territori. Qui serve la pagnotta con mestiere: costruisce una provincia innevata, sporca e sospetta, alterna attese, esplosioni e scontri corpo a corpo con una regia nervosa ma abbastanza leggibile. Il regista privilegia effetti pratici, scene girate realmente sul set e un impianto visivo da western moderno, evitando di far sembrare ogni pallottola un salvaschermo da videogioco mobile.

Il cast di supporto ha la consistenza giusta per non far sembrare Normal un monologo di Saul Goodman con la pistola. Lena Headey, nei panni di Moira, porta ambiguità, intelligenza e quel suo sguardo da persona che può offrirti un caffè o avvelenarti il termosifone, dipende da come parcheggi. Henry Winkler, invece, sfrutta benissimo la propria immagine rassicurante nel ruolo del Sindaco: vedere Fonzie amministrare una cittadina con possibili scheletri nell’armadio è già una gag nera pronta all’uso.

Il ritmo, infine, è calibrato. Il film sa rallentare quando deve disseminare sospetti e poi accelera senza mettere il pilota automatico della confusione. Niente è davvero imprevedibile fino al midollo, sia chiaro, ma quasi tutto è abbastanza ben dosato da non farti controllare il telefono in cerca del numero della pizzeria.

“La legge è uguale per tutti. A Normal, però, alcuni hanno il pacchetto premium.”

Perché non guardare Normal – Il déjà-vu ha una pistola carica

Il limite più vistoso di Normal è anche la sua natura più onesta: è un film che conosce molto bene il proprio albero genealogico, forse fin troppo. È figlio del pulp post-tarantiniano, del western contemporaneo, del noir da provincia e di quella lunga stirpe di uomini riluttanti che smettono di essere riluttanti al primo cadavere, poi al secondo, poi quando il garage salta in aria.

Il paragone con Fargo resta più un’atmosfera che un traguardo. C’è la provincia americana come acquario di eccentrici, ci sono il black humor e l’aria gelida che pare voler seppellire tutto. Ma mancano quella precisione geometrica e quella ferocia umana che i fratelli Coen sapevano estrarre anche da una targa stradale. Normal è più diretto, più muscolare e, diciamolo, meno interessato a dissezionare l’assurdo morale dei suoi abitanti.

La sceneggiatura offre misteri, svolte e volti sospetti, ma non inventa una grammatica nuova. Ci sono frammenti di Io sono nessuno, un po’ di John Wick, ombre di tanti revenge movie alla Io vi troverò e quell’idea ormai frequentatissima secondo cui l’uomo apparentemente quieto è in realtà una pentola a pressione con la fedina penale. Il risultato è gustoso, ma sa di ricetta ben collaudata. E come tutte le ricette collaudate, dipende molto da chi la cucina.

Qualche snodo inoltre sembra aver già timbrato il cartellino in altri film. Si intuisce la direzione prima che i personaggi trovino il navigatore, e alcuni comprimari restano più pittoreschi che realmente memorabili. È un difetto sopportabile, ma va detto: Normal non reinventa il genere, lo parcheggia in doppia fila e gli lascia il motore acceso.

“Niente è come sembra. Tranne il fatto che qualcuno, prima o poi, finirà contro una vetrina.”

🏺 Ulisse contro Ulisse – L’Odissea con il distintivo e senza l’agenzia viaggi

Chiamare il protagonista Ulisse non pare affatto una scelta buttata lì come una patatina nel divano. Il nome è la versione anglofona di Ulisse, cioè Odisseo, l’uomo che per tornare a casa dovette affrontare mostri, tempeste, divinità permalose, seduttrici, naufragi e soprattutto il concetto stesso di “viaggio di lavoro” trasformato in tortura mitologica.

Il povero sceriffo di Normal non ha una nave nera, un equipaggio di achei e un dio del mare con problemi di gestione della rabbia. Però ha una cittadina del Midwest che, a conti fatti, è persino peggio di Scilla e Cariddi: almeno i mostri di Omero non fingevano di offrirti una fetta di torta mentre nascondevano una cospirazione criminale in cantina.

Anche l’Ulisse di Bob Odenkirk è un uomo che arriva in un luogo credendo di dover restare poco, fare il proprio dovere e poi ripartire. Una parentesi lavorativa, un incarico temporaneo, una vacanza spirituale con le ferite mortali ancora fresche e un matrimonio in panne. Invece trova un labirinto di menzogne, alleanze instabili e figure ambigue che lo costringono a navigare a vista. L’eroe omerico usava astuzia, pazienza e una capacità soprannaturale di non spiegare subito chi fosse. Il nostro sceriffo usa sarcasmo, diffidenza e la faccia di uno che ha appena scoperto di aver ordinato una pizza quattro formaggi e ricevuto un attentato.

La differenza, naturalmente, è che Odisseo aveva un obiettivo nitido: tornare a Itaca da Penelope. Ulisse in questo caso entra a Normal con l’idea di allontanarsi dai propri guai, e scopre che l’America profonda ha inventato un’Odissea dove al posto delle sirene ci sono cittadini sorridenti, amministratori troppo gentili e gente che ti chiede come va prima di sabotarti l’esistenza.

C’è però un legame più interessante: entrambi gli uomini sono reduci. Odisseo porta sulle spalle la guerra di Troia, Ulisse il peso di un passato doloroso, di una vita privata malridotta e di una professione che gli ha lasciato addosso ferite fisiche e morali. Non sono eroi puri. Sono sopravvissuti che devono capire se tornare a essere uomini d’azione o limitarsi a galleggiare fino al prossimo disastro.

Insomma, Normal non è l’Odissea e Wheatley non si è messo a filmare Omero con una pistola semiautomatica e un distributore di benzina. Ma il nome suggerisce che Ulisse non è un semplice sceriffo capitato nel posto sbagliato. È un viaggiatore ferito, un uomo costretto a perdersi in un mondo ostile per scoprire dove, e soprattutto chi, sia davvero casa.

Ma c’è un altro Ulisse che si aggira, più furtivamente, tra le nevi di Normal: quello di Joel ed Ethan Coen. Il nome del protagonista richiama infatti anche Ulysses Everett McGill, il personaggio interpretato da George Clooney in Fratello, dove sei?, rilettura scanzonata dell’Odissea che trasforma il viaggio omerico in una fuga attraverso l’America rurale. E il gioco non si ferma lì: lo sceriffo precedente che Ulisse è chiamato a sostituire si chiama Gunderson, esattamente come Marge Gunderson, la poliziotta incinta interpretata da Frances McDormand in Fargo.

Insomma, tra Omero e i Coen, questo poveraccio di Ulisse entra a Normal già con una discreta quantità di letteratura sulle spalle. Gli manca solo il canto delle sirene; ma, conoscendo il paese, probabilmente gli sparerebbero addosso.

“Odisseo accecò Polifemo. Ulisse, se gli gira storto, gli manda una pizza famigliare con le acciughe e pagamento alla consegna.”

🌀 Extra – Ben Wheatley, il cuoco inglese che frigge i generi nel sangue

La carriera di Ben Wheatley assomiglia a un buffet preparato da uno chef brillante che ha perso la ricetta, trovato un’ascia e deciso che in fondo era meglio così. Regista britannico allergico al recinto ha attraversato horror, crime, commedia nera, cinema psichedelico, satira sociale, action e persino il cinema con squali giganteschi. Non sempre con lo stesso risultato, ma quasi sempre lasciando sul pavimento qualcosa di interessante, disturbante o leggermente esploso.

Con Kill List ha consegnato uno dei più abrasivi incubi britannici degli anni Dieci. Parte come un crime secco e domestico, con debiti, rabbia e due uomini che fanno lavori sporchi. Poi sterza nell’horror occulto con la grazia di un camion che entra in un negozio di porcellane. È il film che ha trasformato Wheatley in una promessa inquietante: non tanto un regista da “colpo di scena”, quanto uno capace di rendere la realtà ordinaria una trappola con i denti.

Killer in viaggio ha dimostrato che le vacanze di coppia sono già un genere horror senza bisogno di fantasmi. Il film usa la commedia nera britannica per raccontare una fuga romantica che si trasforma in un catalogo di omicidi, camper e rancori quotidiani. I disertori – A Field in England porta invece la sua vena sperimentale dentro la guerra civile inglese, il folk horror e l’allucinazione psichedelica. È il genere di opera che non guardi: ci sopravvivi, poi provi a raccontarla a un amico e quello cambia tavolo.

Con High-Rise, tratto da J.G. Ballard, Wheatley ha affrontato la satira distopica con Tom Hiddleston, costruendo un condominio che si disfa socialmente più in fretta di una chat condominiale italiana dopo il messaggio “Chi ha lasciato l’ascensore sporco?”.

Free Fire, invece, ha messo una banda di criminali dentro un magazzino e ha trasformato una trattativa d’armi in una sparatoria interminabile, feroce e grottesca. È forse il precedente più evidente per Normal: azione fisica, personaggi incapaci di gestire le proprie pulsioni e pallottole trattate non come decorazioni digitali, ma come pessime conseguenze pratiche.

Negli anni successivi Wheatley ha continuato a cambiare pelle con regolarità quasi sospetta. Ha diretto il thriller psicologico Rebecca, il delirante e pandemico In the Earth, e poi si è tuffato nell’industria spettacolare con Shark 2 – L’abisso, dimostrando che si può passare dall’orrore rurale inglese a uno squalo preistorico grande come un condominio senza chiedere scusa a nessuno.

In Normal, tutto questo bagaglio non sparisce. Viene però messo al servizio di una macchina più disciplinata.

È questo il suo merito: non voler dimostrare di essere il più strano della stanza. Ben Wheatley sa che il film ha bisogno di ritmo, facce giuste, neve, proiettili e un Bob Odenkirk abbastanza stanco da sembrare pericoloso.

“Ben Wheatley non cambia genere. Li rapisce, li chiude in un capanno e aspetta che si sparino tra loro.”

🎭 Conclusioni – Lo sceriffo, la bufera e la pizza della vendetta

Normal è un buon action crime, moderatamente originale e generosamente esplosivo. Non ha l’ambizione, né forse la materia, per diventare un nuovo classico del cinema pulp. Però ha Bob Odenkirk, un cast solidissimo, una durata civile, una regia che crede ancora nella materia dei corpi e degli oggetti, e una sana voglia di trasformare una cittadina americana in un distributore automatico di pallottole.

Firmato: Un uomo normale che, se gli fai un torto, ti manda sei pizze a domicilio con pagamento alla consegna.

Diretto dal regista di Kill List, I disertori – A Field in England e Free Fire, scritto da Derek Kolstad e costruito attorno alla faccia da uomo che ha già visto troppi moduli da compilare di Bob Odenkirk, il film arriva nelle sale italiane il 17 settembre con Vertice 360.

Regia: Ben Wheatley Con: Bob Odenkirk, Lena Headey, Henry Winkler, Ryan Allen, Billy MacLellan, Brendan Fletcher Anno: 2026 Durata: 90 min. Paese: USA, Canada Distribuzione: Vertice 360

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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