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Millennium Actress – Il capolavoro di Satoshi Kon che corre nei nostri cinema con vent’anni di ritardo – Recensione

Millennium Actress: Un’attrice, una chiave e una maratona emotiva che sbarca finalmente nelle sale italiane dopo oltre 25 anni. L’opera più monumentale del maestro era rimasta l’unica orfana di una versione in HD, tenuta in ostaggio da un nostalgico DVD targato Password dal lontano 2008. Ora è tempo di glorioso riscatto visivo (e spirituale), quindi preparate i fazzoletti e rifatevi gli occhi! 🏃‍♀️✨🍿

🎥 Trama – Una chiave, un fantasma e una corsa lunga mille anni

Immaginate una diva del calibro di Greta Garbo , ma giapponese e animata dalla mano di un genio assoluto. Chiyoko Fujiwara (voce di Miyoko Shōji) è un’ex stella intoccabile del cinema nipponico che da trent’anni fa l’eremita nel suo villino, lontana dai riflettori.

Un bel giorno accetta di farsi intervistare da Genya Tachibana (voce di Shōzō Īzuka), un documentarista che incarna l’essenza stessa del fanboy devoto, accompagnato dal suo cinico operatore di macchina, che probabilmente sperava solo in un rimborso spese e si ritrova su una giostra spaziotemporale. Genya non si presenta a mani vuote alla porta della diva, ma le restituisce una vecchia chiave arrugginita smarrita dalla donna decenni prima. Eh boom!. Quel pezzo di metallo scardina un vaso di Pandora fatto di ricordi impolverati, set cinematografici e ferite mai chiuse.

Da qui parte un viaggio mnemonico clamoroso e senza freni. Scopriamo che la giovane Chiyoko aveva salvato un misterioso pittore dissidente inseguito dalla polizia. Tra i due c’erano stati giusto due sguardi, una mezza promessa e il dono di quella fantomatica chiave. Il tizio sparisce quasi subito in Manciuria e lei cosa fa? Diventa l’attrice più famosa del Paese solo per viaggiare, girare il mondo e farsi vedere sul grande schermo, sperando disperatamente che lui la riconosca guardando un film.

Da questo preciso momento la trama smette di viaggiare su binari dritti e rassicuranti. La vita reale di Chiyoko ei film storici che interpreta si fondono in un frullatore allucinogeno. Lei corre sui set di ogni epoca storica, inciampa, si rialza e cambia costume, sempre all’inseguimento di un’ombra su sceneggiature scritte da altri. 

Chiyoko corre più della trama media di mezza stagione Netflix, e noi le andiamo dietro con la lingua di fuori!!

Se pensate che il succo di Millennium Actress sia il banale “Riuscirà la nostra eroina a trovare il suo amato bello e dannato?“, siete completamente fuori strada. La trama romantica è solo un’esca succulenta per agganciarvi lo stomaco. Il vero motore dell’opera è capire cosa significa vivere un’intera esistenza rincorrendo un’illusione. Satoshi Kon ci sbatte in faccia che la ricerca stessa è il carburante della vita, in un gioco di specchi dove il cinema non riflette la realtà, ma se la mangia con le bacchette.

«Ho corso per mille anni inseguendo un uomo che mi ha lasciato solo un pezzo di ferro. Fosse stato un buono Amazon, almeno avrei svoltato il Natale.» 

– (Chiyoko Fujiwara, confidenze fuori onda)

✅ Cosa funziona in Millennium Actress 🗝️ Kon prende il montaggio e lo usa come una katana

Se vi aspettate la classica storiella romantica strappalacrime con il fazzoletto pronto all’uso, avete sbagliato sala. In Millennium Actress  il sentimento non è mai un banale accessorio narrativo, ma un’ossessione bruciante e totalizzante. Chiyoko non è la damigella in pericolo che aspetta il principe azzurro sul balcone.

È un rullo compressore emotivo che usa l’amore come carburante nucleare per attraversare un’intera esistenza. Satoshi Kon prende la polverosa struttura del melodramma e la disintegra, dimostrando che la nostra protagonista, in fondo, non ama soltanto l’uomo misterioso, ma venera visceralmente l’atto stesso di rincorrerlo.

Il capolavoro concettuale del film risiede nella fusione chirurgica tra realtà, cinema e inconscio. Kon abolisce col sorriso ogni confine tra il ricordo vissuto, la scena recitata sul set e l’immaginazione pura. Non ci sono rassicuranti didascalie o flashback sfocati ai bordi per guidare lo spettatore pigro. La mente di Chiyoko è una colossale stanza degli specchi dove la sua biografia e le pellicole che ha girato si scambiano continuamente i vestiti.

E qui entra in scena la vera magia oscura del regista. Il Match Cut (quel trucco di montaggio che lega due scene simili) non è solo un espediente tecnico per fare bella figura con i critici, ma è la lingua stessa con cui il film respira e pensa. I passaggi tra le epoche avvengono con una fluidità disarmante, attraverso un’apertura della porta, una caduta rovinosa o un’esplosione. La nostra eroina corre per sfuggire ai samurai, inciampa disperata e si rialza sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, per poi essere sbalzata nello spazio profondo a bordo di un razzo. Kon monta i ricordi come un ladro elegante, ti sfila il pavimento da sotto i piedi e tu lo ringrazi pure.

Mentre ci godiamo questa corsa forsennata, il film erige un monumento silenzioso e imponente alla storia del cinema giapponese. Chiyoko stessa è un Frankenstein meraviglioso modellato sulle grandi dive del passato come Setsuko Hara (famosa per essersi ritirata nel nulla all’apice del successo), ma il suo viaggio ci fa attraversare le ere d’oro della settima arte.

Si passa dai drammi storici in costume con echi ai maestri nipponici come Akira Kurosawa, alle atmosfere domestiche e delicate di Yasujirō Ozu, scivolando nei mostri giganti in puro stile Godzilla, fino alla fantascienza più lisergica. I supereroi Marvel che sanno fare una battuta ogni tre minuti possono solo prendere appunti su come si costruisce un universo multigenere coerente. E insieme al cinema, ammiriamo il Giappone stesso mutare pelle, passando dalle lame affilate dell’era Sengoku alla ricostruzione postbellica, in un Paese che cambia scenografia ma non perde mai i suoi traumi.

In tutto questo sublime delirio brilla la figura goffa e meravigliosa di Genya . Lui non è un semplice intervistatore armato di microfono, ma l’incarnazione definitiva dello spettatore cinematografico. Genya entra fisicamente dentro le memorie e i film dell’attrice, vestendo di volta in volta i panni del soldato o del contadino pur di proteggere la sua eroina dai cattivi di turno. È il fan definitivo, il sacerdote devoto del cinema che si inginocchia davanti alla pellicola e dice amen direttamente in macchina da presa.

E poi ci sono i simboli, piazzati per farci male. La famosa chiave arrugginita non apre nessuna porta fisica, ma è l’accesso diretto e spietato al senso stesso della vita dell’attrice. Le gru di carta (gli origami che il pittore voleva dipingere) diventano il simulacro del desiderio e della fedeltà. Una ricerca di immortalità che non salva i corpi mortali, ma rende eterni l’arte e il ricordo. Un mix da infarto che ti lascia incollato alla poltrona, emotivamente prosciugato ma innamorato perso.

«Ho speso la mia vita a filmare una donna che inseguiva un fantasma, mentre il mio cameraman mi inseguiva per farsi rimborsare il biglietto del treno.»

–  (Genya Tachibana, ricordi di un set in passivo)

❌ Perché non guardare Millennium Actress 🚧 Se cerchi il navigatore, hai sbagliato film

Sarò brutale: se siete spettatori abituati alle trame con i binari belli dritti e le caselline colorate che vi dicono esattamente cosa provare in ogni istante, state alla larga. Questo non è un prodotto che potete guardare distrattamente mentre scorrete il feed di Instagram o cercate di capire in quale buco nero è finito il piolo del mobile IKEA mentre imprecate contro le istruzioni in svedese.

In Millennium Actress la linearità narrativa è stata presa a scudisciate e lanciata dalla finestra. Il racconto è una pozzanghera liquida e in continuo movimento, e se avete bisogno dei cartelli stradali luminosi per distinguere la realtà dalla finzione, rischierete un attacco di mal di mare dopo appena quindici minuti.

Inoltre, preparatevi a fare un passo con una certa distanza emotiva verso l’oggetto del desiderio. Il celebre pittore con la chiave, inseguito per tutto il film in lungo e in largo per il Giappone, è poco più di un’ombra senza volto. Per molti è proprio questo il fascino del film, che rende il centro romantico un’allegoria potente e universale, ma se cercate una storia d’amore “concreta” e rassicurante in stile Hollywood, con baci appassionati sotto la pioggia e dichiarazioni sdolcinate, resterete a bocca asciutta. L’opera di Satoshi Kon richiede una partecipazione attiva: vi chiede di accendere il cervello e di avere il cuore pronto a prendere sberle con estrema eleganza. Astenersi perditempo.

🌀 Extra – Il cinema come specchio dell’inconscio

Se c’è una cosa che Millennium Actress fa meglio di quasi chiunque altro, è trattare il cinema non come semplice specchio del reale, ma come macchina vivente che inghiotte memoria, desiderio, trauma e identità, poi restituisce tutto in forma di immagini che sembrano sogni ma pungono come ricordi veri. In questo senso, il film non racconta soltanto la vita di Chiyoko , ma mostra come una persona finita per esistere dentro le immagini che ha vissuto, recitato e custodito.

Il punto geniale è che Kon non usa il cinema come cornice elegante per raccontare la psicologia dei personaggi. Fa il contrario. Trasforma il cinema stesso in una funzione della psiche, in un luogo dove il confine tra esperienza reale e immagine mentale si scioglie come gelato lasciato sul cofano ad agosto. Così il set, il ricordo, il sogno e il desiderio diventano la stessa sostanza narrativa, e Chiyoko smette di essere soltanto un’attrice per diventare una creatura fatta di pellicola, nostalgia e rincorsa.

Qui sta anche la parentela profonda con altri film del maestro, ma con una differenza sostanziale. In Perfect Blue il crollo tra realtà e finzione genera paranoia, sdoppiamento e violenza mentale, come se l’identità venisse passata in un frullatore rotto. In Paprika – Sognando un sogno quel collasso diventa invece festa barocca dell’inconscio, carnevale delirante dove sogni e vita quotidiana si contaminano senza più chiedere permesso. Millennium Actress sta in mezzo, ma con una grazia tutta sua: non usa la frattura tra i piani per spaventare, bensì per commuovere, trasformando l’inconscio in una sala cinematografica eterna dove il desiderio continua a proiettarsi anche quando la vita materiale ha già chiuso bottega.

Ed è qui che il film smette di essere “solo” un capolavoro romantico o un monumento al cinema giapponese. Diventa una riflessione feroce e dolcissima su come costruiamo noi stessi attraverso le immagini che inseguiamo. Chiyoko non ricorda semplicemente il proprio passato, se lo monta addosso, lo recita di nuovo, lo trasfigura e lo rende abitabile, come fanno tutti gli esseri umani quando cercano di dare una forma narrativa alle proprie ferite. Il cinema, allora, non è evasione. È il laboratorio dell’identità, il mausoleo del desiderio, il posto in cui le ossessioni si mettono il costume di scena e chiedono pure un primo piano.

Kon non gira film. Ti sviluppa i sogni in pellicola e poi ti lascia lì, seduto in sala, a raccogliere i pezzi del tuo inconscio come popcorn caduti sotto la poltrona.

«Ero nel Giappone feudale, poi sono inciampata e mi sono ritrovata su un razzo spaziale. E io che mi lamentavo dei ritardi della metropolitana di Tokyo.» 

– (Chiyoko Fujiwara, diario di bordo)

🎭 Conclusioni – La corsa finisce, il cinema resta

Millennium Actress è quel raro caso in cui tre assi monumentali: un lungo e ossessivo viaggio d’amore, un omaggio viscerale alla storia del cinema giapponese e la cronaca del cambiamento storico e culturale di un’intera nazione, non si limitano a convivere, ma ballano un valzer perfetto senza mai calpestarsi i piedi. La vera grandezza di Satoshi Kon risiede proprio nell’intuizione di non separare questi elementi in compartimenti stagni, ma di fonderli in un flusso emotivo che trasforma lo spettatore in un Genya con gli occhi lucidi.

E quando finalmente arriva la battuta finale c’è l’illuminazione definitiva. La consapevolezza che il senso non risieda affatto nel raggiungere o possedere l’oggetto amato, ma nell’energia sprigionata dalla ricerca stessa. È la dichiarazione che eleva la pellicola da semplice favola romantica a riflessione profonda sul desiderio e sull’arte. Un manifesto che ci ricorda perché, in fondo, continuiamo tutti a guardare i film: non per arrivare ai titoli di coda mangiando popcorn freddi per inerzia, ma per restare perennemente in movimento.

“Il cinema qui non riflette la vita, se la mangia con le bacchette.”

Ci vediamo al prossimo nastro,
Hanshiro Tsugumo del Tufello🎬

Millennium Actress è al cinema per la prima volta in Italia dall’11 al 13 Maggio con Anime Factory per Plaion Pictures.

Regia: Satoshi Kon Con: Miyoko Shôji, Mami Koyama, Shôzô Îzuka Anno: 2001 Durata: 87 min. Paese: Giappone Distribuzione: Anime Factory / Plaion Pictures

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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