Los domingos : Premiato ai César , accolto con rispetto quasi liturgico, il film affronta vocazione, desiderio e famiglia con passo austero, anche se in questa sede, per prudenza spirituale e quieto vivere canonico, eviteremo accuratamente ogni rischio di scomunica.
Lo dico subito, così ci togliamo il pensiero: non bestemmio. Non per particolare santità, sia chiaro, ma per quel fondo di educazione da sacrestia che ti resta addosso anche quando la tonaca non l’hai mai presa davvero e però abbastanza da sapere, un giorno, che non era la tua strada.
Da ex chierichetto veneto, Los domingos me lo sono guardato con un’attenzione particolare, perché certi film io non li vedo soltanto: li annuso. E quando nell’aria sento incenso, vocazione e famiglia in crisi, mi si drizzano ancora le antenne come ai tempi in cui reggevo il messale senza capire bene se stessi servendo Dio o soltanto l’abitudine. “Mi, co’ ste robe de vocassion, go subito drissàe le recie” (Io, con queste cose di vocazione, ho subito drizzato le orecchie).
Perché il film di Alauda Ruiz de Azúa parte da un’idea forte, perfino coraggiosa: prendere una ragazza giovane, metterla davanti alla possibilità della clausura e usare quella scelta come un sasso nello stagno di una famiglia moderna, laica, disorientata. E fin qui, niente da dire: materiale buono, tema spinoso, persino poco frequentato dal cinema contemporaneo, che di solito la religione la guarda da lontano, con sospetto o con finta superiorità.
Il problema è che Los Domingos , almeno ai miei occhi, a un certo punto smette di interrogare la vocazione e comincia a proteggerla. Finge il dubbio, ma accarezza la risposta; apre la porta al conflitto, ma poi la richiude con molta cura, come se fuori ci fosse corrente. Anche perché tutto ciò che potrebbe davvero complicare il cammino della protagonista, il desiderio, l’attrazione, la scoperta di sé, la vita concreta, viene trattato più come tappa da superare che come alternativa capace di stare in piedi da sola. E lì, lo ammetto, il mio vecchio radar da sacrestia ha iniziato a suonare.
Perché io il fascino del linguaggio assoluto lo conosco: l’ho visto da vicino, l’ho respirato, l’ho puro servito, prima di capire che una chiamata può essere autentica anche quando non arriva dall’alto ma dal semplice bisogno di vivere diversamente. E allora il punto non è che Los domingos parli di fede: il punto è che, nel suo momento decisivo, quasi aver paura di metterla sembra davvero in crisi. Più che un film sulla vertigine della scelta, mi è sembrato spesso un film che quella scelta la benedice con garbo.
“La vocazione è come la sveglia della domenica mattina: suona sempre e solo quando stavi dormendo benissimo.”
– (Dal Vangelo secondo il mio vecchio parroco)
🎬 Trama – Una chiamata che spacca il salotto buono
La storia parte da una scelta che in teoria appartiene solo ad Ainara (Blanca Soroa) , ma che nel film diventa immediatamente un affare collettivo: la ragazza decide di entrare in convento e quella decisione manda in crisi padre, zia e tutto il piccolo mondo che la circonda. Non è tanto la fede in sé a scuotere gli equilibri, quanto il fatto che una giovane, nel pieno dell’età in cui tutti si aspettano desiderio, esperienze e futuro già confezionato, scelga invece la rinuncia e la clausola . “Insoma, par tuti xe na fase, par ela xe na strada” (“Insomma, per tutti è una fase, per lei è una strada.”).
Da lì in poi, Los Domingos racconta soprattutto il modo in cui gli adulti cercano di riportare quella scelta dentro categorie per loro più rassicuranti: crisi, ribellione, confusione, fuga dal mondo. Ognuno prova a leggere Ainara secondo il proprio linguaggio, ma quasi nessuno accetta davvero l’idea che quella vocazione possa avere un nucleo irriducibile, non spiegabile fino in fondo. È proprio questo il motore del film: non la cronaca di una chiamata, ma il terremoto che quella chiamata provoca in una famiglia che si crede aperta finché la libertà non prende una forma che non approva.
“Tutte le famiglie felici si somigliano, ma quelle in crisi mistica offrono sicuramente spunti migliori per la sceneggiatura.”
– (Tolstoj, se avesse frequentato i cineforum di provincia)
✨Cosa Funziona in Los Domingos – Dove il film colpisce nel segno
E sia chiaro: i pregi di Los domingos ci sono, e pure belli visibili, altrimenti non starei qui a perderci tutto questo fiato da ex servo d’altare congedato male.
Alauda Ruiz de Azúa parte da un’intuizione forte, perché prende un tema che il cinema di oggi tratta spesso con le pinze, la vocazione religiosa, e lo piazza nel cuore di una famiglia contemporanea, senza trasformarlo subito né in macchietta né in patologia. Già solo per questo, il film merita rispetto: ha il coraggio di mettere in scena una scelta radicale e impopolare senza travestirla da semplice follia adolescenziale.
C’è poi un rigore formale che funziona. La regia è sobria, controllata, mai urlata; osserva i personaggi con una certa freddezza e lascia che il disagio si accumula nelle stanze, nei silenzi, negli sguardi che non riescono più a parlare. “Qua no se strafà, e parfin questo xe un pregio” (Qui non si strafà, e perfino questo è un pregio). In un film del genere, dove bastava un attimo per finire nel melodramma da parrocchia o nel sermoncino da festival, la misura della messa in scena è una qualità da riconoscere.
Anche il conflitto familiare, quando il film resta lì con i piedi ben piantati, è raccontato con intelligenza. L’idea migliore non è tanto la fede come esperienza intima, quanto la fede come corpo estraneo che entra in casa e costringe tutti a rivelarsi per quello che sono davvero. In questo senso Los domingos ha qualcosa da dire: mostra bene quanto siano fragili certe famiglie apparentemente aperte, moderne e dialoganti, finché nessuno osa scegliere qualcosa che esca dal catalogo delle possibilità approvate.
E la protagonista, proprio perché non è sempre decifrabile, contribuisce al fascino del film. Non è una martire da santino né una ribelle da copertina indie: è una presenza chiusa, sfuggente, a tratti persino respingente, e questa opacità dà al racconto un minimo di attrito in più. “No sarà na santa da processione, ma almanco no la par finta” (Non sarà una santa da processione, ma almeno non sembra finta). Ed è forse questo il merito principale del film: per un po’ riesce davvero a far credere che il mistero della scelta resta intatto, senza spiegarlo troppo e senza consumarlo subito.
“Pure l’incenso di prima qualità, se ne respiri troppo, alla fine ti fa venire da starnutire.”
– (Antico proverbio da sagrestia)

⚖️ Perché non guardare Los Domingos – Dove la grazia si fa troppo prudente
Il problema di Los Domingos è che, proprio quando dovrebbe complicare davvero il proprio mistero centrale, comincia invece a proteggerlo. Il film sembra voler tenere aperto il conflitto tra fede, desiderio e vita concreta, ma a poco a poco orienta tutto verso una conferma sempre più cauta e sempre meno ambigua della vocazione. E così quella che all’inizio pare una domanda scomoda finisce per somigliare a una risposta già apparecchiata.
La mia perplessità più grossa sta nel modo in cui vengono trattati il corpo, l’attrazione e la possibilità di una vita diversa. Non perché un film debba per forza scegliere la carne contro lo spirito, ma perché qui ogni deviazione dal percorso spirituale sembra ridursi a tappa intermedia, a tentazione da assorbire, a parentesi utile solo a rendere ancora più “alta” la scelta finale. “Xe qua che el film se strenze massa” (È qui che il film si restringe troppo). Quando succede questo, il racconto smette di interrogare la protagonista Ainara e comincia a usarla per confermare una traiettoria già decisa.
Anche la presunta equidistanza del film, a ben vedere, traballa. Los domingos dà l’impressione di ascoltare tutti, di lasciare spazio tanto alla fede quanto al dubbio, ma nel modo in cui dispone i pesi emotivi e morali finisce per rendere la vocazione più nobile, più compatta e quasi più “vera” delle alternative che le stanno attorno. La parte laica, familiare, terrena, invece di diventare un controcampo davvero forte, spesso si sfilaccia e perde consistenza, come se il film avesse più paura di mettere in crisi la fede che di indebolire tutto il resto.
Ed è qui che riaffiora il rischio devozionale. Non nel senso più banale del termine, non come santino filmato o predica mascherata da cinema, ma come racconto che vuole apparire aperto mentre in realtà custodisce con troppa delicatezza il proprio centro spirituale. “No sta far el furbo col dubbio, se dopo te me benedisi tutto” . Per uno spettatore che cerca ambiguità vera, questa è una debolezza pesante: il film sfiora il conflitto, ma raramente ha il coraggio di lasciarlo sanguinare davvero.
“Se al cinema cerchi solo conferme e risposte esatte, tanto vale restare a casa a leggere il libretto dei canti.”
– (Pensiero ricorrente alla seconda ora di visione)

📿 Speciale – Il sacro al cinema, tra ferita e conferma
Bisogna fare delle distinzioni chiare, perché il cinema a tema spirituale non è tutto uguale. Da una parte ci sono i film che usano il sacro come una ferita aperta, roba che ti toglie il sonno. Pensate a Silence di Martin Scorsese , con Andrew Garfield e Adam Driver , dove il silenzio di Dio ti spacca letteralmente i timpani, o alla crisi nerissima e autodistruttiva del reverendo interpretato da un gigantesco Ethan Hawke in First Reformed – La creazione a rischio del maestro Paul Schrader . Lì non ci sono risposte facili, c’è solo un confronto brutale con l’assoluto.
Poi ci sono i maestri dell’austerità e del dubbio, come Robert Bresson con il suo capolavoro Il diario di un curato di campagna , dove la grazia è un peso fisico quasi insopportabile da trascinare, oppure opere dal distacco chirurgico e geniale come Lourdes della regista Jessica Hausner . I film religiosi migliori, infatti, non sono quelli che ti spiegano la fede, ma quelli che ti lasciano addosso il fastidio del mistero. Non ti chiedono di aderire, ti costringono semmai a restare in bilico. “El cinema religioso bon no te porta in processione: te lassa lì, in mezo al guà” (Il buon cinema religioso non ti porta in processione: ti lascia lì, in mezzo al guado).
Da ex chierichetto , questa differenza la sento quasi fisicamente. Ed è proprio misurandolo con questi giganti che Los Domingos mostra il fianco e si posiziona in quella zona infida dei film che vogliono solo confermare. Invece di sporcare il fascino della vocazione e di fargli pagare un prezzo umano davvero pesante, il film di Alauda Ruiz de Azúa preferisce rimettere ogni cosa in una cornice spiritualmente rassicurante, proprio quando dovrebbe sanguinare di più. “Par farla corta: no xe cinema da inginocchiarsi, ma gnanca da vegnirne fora sporchi” (non è un cinema davanti a cui inginocchiarsi, ma neanche da uscirne sporchi.). E per un tema così radicale, questa prudenza pesa tantissimo.
“Il dubbio è la sceneggiatura migliore che Dio abbia mai scritto, peccato che i registi vogliano sempre cambiare il finale.”
– (Riflessione amara prima dei titoli di coda)
🚪Uscire dalla chiesa con più dubbi che risposte
Alla fine, Los domingos è uno di quei film che partono da una materia forte, la vocazione , la famiglia, il desiderio che si scontra con l’assoluto, e per un po’ fanno pensare di voler davvero restare dentro quella ferita. Poi però, invece di affondare il coltello, preferiscono rimettere in ordine il mistero, proteggerlo, quasi accarezzarlo, e così quello che poteva essere un vero dramma del dubbio finisce per diventare un racconto più composto, più devoto, più rassicurato di quanto vorrebbe sembrare.
Da ex chierichetto veneto, lo ammetto, questo film l’ho sentito vicino e distante insieme. Vicino per linguaggio, odore, memoria, per quella vecchia liturgia del sacrificio che uno si porta addosso anche quando ha lasciato perdere; distante perché il cinema che mi prende davvero non è quello che benedice la scelta, ma quello che la mette a nudo e la lascia tremare. “Mi la tonaca no l’ho ciapà, ma el dubbio sì” (Io la tonaca non l’ho presa, ma il dubbio sì). E forse è tutto qui il mio punto: Los domingos lo rispetto, ne riconosco il garbo e l’ambizione, ma da un film così avrei voluto uscire meno consolato e un po’ più ferito.
Il film è al cinema dal 2 Aprile con Movies Inspired.
Regia: Alauda Ruiz de Azúa Con: Blanca Soroa , Patricia López Arnaiz , Miguel Garcés , Juan Minujín , Mabel Rivera , Nagore Aranburu , Lier Alava ,Noe Chiroque Anno:2025 Durata:115 min. Paese:Spagna / Francia Distribuzione: Movies Inspired
Daruma View