Lo strano vizio della signora Wardh (L’étrange vice de Mme. Wardh): Edwige Fenech, George Hilton, Vienna, rasoi, feticismi e una paranoia che entra dalla porta principale senza neppure suonare il campanello. Artus Films porta in Blu-ray uno dei gialli più affilati di Sergio Martino, e stavolta il vecchio coltello ha ancora il filo.
🔥 Trama e giudizio sintetico – Il desiderio ha il manico del rasoio
Julie Wardh (Edwige Fenech) ha un marito ricco, un passato che preferirebbe gettare nel Danubio e un ex amante, Jean (Ivan Rassimov), che non ha capito il concetto di “relazione finita”. Tornata a Vienna con il consorte Neil Wardh (Alberto de Mendoza), Julie si ritrova braccata dai fantasmi della propria vita mentre un assassino armato di rasoio semina cadaveri tra donne giovani e belle. Naturalmente Jean ricompare.
Naturalmente è inquietante. Naturalmente tutti sembrano avere qualcosa da nascondere: è un giallo italiano del 1971, mica una riunione di condominio.
Con Lo strano vizio della signora Wardh, Sergio Martino prende il manuale del giallo, lo sporca di eros, lo profuma di pop art e lo lancia giù da una scalinata viennese. Il risultato è uno dei film più compiuti del suo periodo aureo: la suspense non sempre rispetta la matematica, il meccanismo finale ha qualche bullone che traballa, ma Martino sa benissimo come farti guardare dall’altra parte mentre prepara il colpo basso.
La regia è rapida, elegante e nervosa. I corridoi, gli specchi, i parchi, le porte socchiuse e i corpi diventano trappole sceniche; la Vienna del film è una città fredda, mondana e malsana, perfetta per una storia in cui il desiderio non è mai un rifugio ma un’arma carica. La fotografia di Emilio Foriscot trasforma velluti, riflessi e cromie in materiale da incubo patinato, mentre la musica di Nora Orlandi accompagna il tutto con quella grazia melodica che nel giallo italiano spesso significa una cosa sola: qualcuno sta per fare una pessima fine.
E poi c’è Edwige Fenech, qui non semplice presenza erotica da manifesto, ma motore emotivo del racconto: fragile, ambigua, esposta e continuamente osservata. Al suo fianco, George Hilton porta il consueto fascino da uomo troppo educato per non essere sospetto.
“A Vienna persino i sorrisi hanno il manico del rasoio”, potrebbe dire il film, se avesse voglia di essere onesto fino in fondo.
Voto film: 8/10.
Un giallo che non cerca l’alibi della perfezione: seduce, confonde, eccede e colpisce. Come doveva fare.
“A Vienna anche le tende sembrano sapere chi è l’assassino. E tacciono meglio di metà del cast.”

👁️ Analisi video – Vienna risplende, il rasoio pure
Artus Films presenta il film in 1080p AVC, con un master restaurato in 2K e il corretto formato panoramico 2.35:1. La durata rilevata è di circa 99 minuti e 41 secondi, mentre il video viaggia attorno ai 33 Mbps di bitrate medio: numeri da Blu-ray serio, non da sottobicchiere travestito da alta definizione.
Il quadro è pulito, stabile e fedele alla natura fotochimica dell’opera. La grana cinematografica è presente e abbondante, come deve essere in un film del 1971: nessun cerone digitale, nessuna riduzione rumore che trasformi Fenech e Hilton in manichini di plastica. I colori restano vividi ma non sparati al neon: i rossi, i blu, gli interni borghesi e la luce viennese hanno consistenza, senza l’isteria di un grading moderno messo lì per impressionare il televisore del cugino.
I neri sono ben amministrati, i contrasti equilibrati e la pulizia generale è più che soddisfacente. I dettagli sui tessuti, sull’arredamento e sugli esterni sono buoni, pur senza la rivelazione assoluta che ci si aspetterebbe da un restauro 4K di ultima generazione.
Va però detto, perché la fedina tecnica deve rimanere immacolata: su una larga porzione del film è visibile un lieve fenomeno di sdoppiamento o morbidezza dell’immagine, soprattutto nei piani più fermi. Non è un pasticcio di compressione né un filtro digitale moderno: sembra piuttosto un difetto antico, con ogni probabilità legato alla ripresa o all’elemento analogico usato come fonte. Fastidioso? A tratti, se guardi il disco con la lente d’ingrandimento e l’anima di un perito assicurativo. Distruttivo? No. Il Blu-ray resta pienamente godibile e complessivamente molto valido.
“La fotografia di Foriscot non chiede di essere corretta: chiede solo di non essere presa a martellate dal filtro antirumore.”

🔊 Analisi audio – Nora Orlandi accompagna il delitto
Sul fronte sonoro Artus non fa il fenomeno con remix fasulli e surround buttati nel calderone per far lampeggiare l’amplificatore. Meglio così. Il disco propone le tracce italiana e francese in LPCM 2.0 mono, 48 kHz/16 bit, 1536 kbps.
Per il collezionista italiano, la presenza della lingua originale è la notizia che conta: comprare un giallo di Martino e non poterlo ascoltare in italiano sarebbe come ordinare una carbonara senza pecorino, poi fingere che sia cucina contemporanea.
La traccia italiana conserva le caratteristiche del cinema di genere dell’epoca: post-sincronizzazione evidente, dinamica naturalmente contenuta, gamma bassa poco profonda e una certa secchezza sulle voci. Ma il materiale è pulito, le battute restano chiare e la musica di Nora Orlandi emerge con discreta presenza. Non aspettatevi miracoli da sala Atmos: qui il suono è frontale, compatto, vintage. Ed è giusto che resti tale.
La pista francese ha un suo fascino archeologico e può interessare chi ama i doppiaggi d’epoca o vuole sentire l’edizione nel suo contesto di mercato, ma il vero piatto forte resta l’italiano. I sottotitoli sono disponibili soltanto in francese, limite comprensibile per una pubblicazione transalpina ma da segnalare a chi mastica poco la lingua di Molière.
“Il PCM italiano non fa il gradasso. Fa di meglio: lascia parlare il film nella sua lingua.”

📀 Analisi extra – Dietro il rasoio c’è una bella squadra di colpevoli
Qui Artus Films fa sul serio. Non si limita a buttare nel disco un trailer polveroso e tre foto di scena, come fanno certi editori che chiamano “contenuti speciali” il materiale che hanno trovato dietro a un armadio.
Il pacchetto è ricco e soprattutto pertinente:
- Presentazione di Emmanuel Le Gagne, circa 21 minuti. Un’introduzione utile, densa e mirata, che contestualizza il film nel giallo e nella carriera di Martino, soffermandosi anche su sequenze cruciali come l’apertura e la scena del parco.
- Intervista a Sergio Martino, circa 44 minuti. È il cuore dell’edizione: il regista parla della genesi del film, delle coproduzioni europee, della Vienna di scena, della censura, delle influenze e del lavoro con i suoi collaboratori. Un modulo da vedere dopo il film, non prima, a meno che non vi piaccia farvi servire il colpevole insieme all’aperitivo.
- Intervista a Ernesto Gastaldi, circa 22 minuti. Lo sceneggiatore entra nella meccanica del racconto, negli elementi di suspense, nei punti fragili della trama e nel rapporto creativo con Martino. Un contributo prezioso perché non santifica il film: lo racconta anche nelle sue crepe, che spesso sono proprio quelle da cui filtra la luce del cinema bis.
- Intervista con George Hilton e Antonio Bruschini, circa 19 minuti. Memorie di lavorazione e lettura storica del giallo si incrociano in un modulo che acquista ulteriore valore documentario, considerando che entrambi sono ormai scomparsi.
- Galleria fotografica e di manifesti, circa 3 minuti.
- Trailer originale
Non c’è il corposo libro di 96 pagine incluso nel precedente cofanetto La trilogia del vice, e va precisato per non vendere fumo in una bottiglia di profumo anni Settanta. Ma come edizione singola il piatto è tutt’altro che scarno: si parla di oltre un’ora e quaranta di approfondimenti utili, specifici e ben costruiti.
Sostanza, memoria storica e zero riempitivi idioti. La macchina del giallo viene smontata, spiegata e rimessa in moto.
“Martino racconta, Hilton ricorda e il collezionista annuisce: finalmente un disco che non vi tratta da fessi.”

📦 Box: Edwige Fenech, il volto che il giallo non smetteva di inseguire
C’è un equivoco duro a morire, alimentato da decenni di locandine sudaticce e da spettatori che al cinema chiedevano poco più di una scollatura e un cadavere fresco: ridurre Edwige Fenech a semplice icona erotica del cinema italiano di genere. Comodo, sbrigativo, e falso come un alibi in un film di Sergio Martino.
Nel thriller all’italiana, Fenech non è mai soltanto il corpo da mettere in pericolo. È spesso il volto della paranoia. I suoi occhi spalancati, il sorriso che si incrina, l’espressione sospesa tra attrazione e terrore diventano un dispositivo narrativo: lo spettatore guarda lei e, contemporaneamente, sospetta di lei. Vittima? Complice? Fantasma di un desiderio represso? In un giallo degno di questo nome, la risposta arriva sempre quando ormai il coltello è già entrato nella carne.
In Lo strano vizio della signora Wardh, il personaggio di Julie Wardh condensa alla perfezione questa funzione. Julie è una donna inseguita dal passato, stretta tra un matrimonio protettivo solo in apparenza e il ritorno di un ex amante ossessivo e violento. Fenech la interpreta senza trasformarla in una santa perseguitata: nei suoi silenzi, nei cambi d’umore e nelle reazioni sproporzionate si infiltra il dubbio. E Martino ci gioca con l’entusiasmo di un baro che ha già segnato tutte le carte.
Il suo volto funziona perché contiene due immagini contraddittorie. Da un lato la luminosità della diva pop, perfetta per le cromie laccate, gli abiti da rivista e gli interni alto-borghesi del giallo anni Settanta. Dall’altro una fragilità autentica, quasi infantile, che rende credibile la paura. Quando Fenech è sola in campo, il film non ha bisogno di spiegare troppo: basta un’inquadratura prolungata, una porta socchiusa e quel suo modo di guardare oltre la macchina da presa, come se avesse sentito un rumore che noi non possiamo ancora sentire.
Con Martino l’attrice costruì una delle collaborazioni più decisive del genere, passando da Lo strano vizio della signora Wardh a Tutti i colori del buio e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave. Tre film diversi, tre variazioni sullo stesso incubo: la donna come centro visivo del racconto, oggetto dello sguardo maschile ma anche soggetto che assorbe, devia e manda in crisi lo sguardo stesso.
“Nel giallo italiano il colpevole indossa i guanti neri. Edwige Fenech indossa il dubbio, che è molto più difficile da togliere.”
Questo è il punto che i nostalgici distratti tendono a perdere mentre lucidano le copertine. Fenech era glamour, certo. Era una presenza erotica potentissima, inevitabile. Ma era soprattutto un’interprete capace di rendere il desiderio qualcosa di instabile, pericoloso e persino doloroso. In altre parole: il volto perfetto per un cinema in cui il piacere, prima o poi, finiva sempre per lasciare impronte sulla scena del crimine.
✅ Conclusioni – Sentenza finale senza attenuanti
Il Blu-ray Artus Films di Lo strano vizio della signora Wardh è una promozione a pieni voti. L’edizione offre un trasferimento 2K rispettoso del materiale, una compressione robusta, la grana al suo posto, il doppio audio francese e italiano in PCM, e un reparto extra che non tratta il film come un vecchio peccato da nascondere sotto il tappeto. Il prezzo ufficiale indicato da Artus è di 13,90 euro, cifra onesta per un singolo Blu-ray di catalogo con questa dotazione.
Certo, il master non cancella alcuni limiti intrinseci della fonte, in particolare quella lieve morbidezza o sdoppiamento che affiora in vari passaggi. Ma chi cerca il giallo italiano restaurato come se fosse un demo disc da OLED ha già sbagliato vicolo: qui si compra cinema, non una pubblicità per pannelli televisivi.
Verdetto: COMPRA.
Se ami Sergio Martino, Edwige Fenech, il giallo anni Settanta e i dischi che hanno qualcosa da dire anche dopo la fine dei titoli di coda, questo Artus va messo in collezione. “Il colpevole cambia faccia, il buon Blu-ray no”, direbbe Martino davanti a un bicchiere di whisky e a un rasoio lasciato troppo vicino al lavandino.
Daruma View