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Lo chiamavano Jeeg Robot – Il 4K che se porta via er cinepanettone e pure er cinema vero – Recensione

Lo chiamavano Jeeg Robot: Dieci anni dopo, er cult de Mainetti torna co’ un restauro più pulito che rivoluzionario e un’edizione co’ er braccino corto.

A dieci anni dalla botta originale, Jeeg torna in 4K e lo fa come fanno i film che contano davvero: senza trucco, senza fronzoli, ma co’ una faccia che ancora mena. L’edizione però, va detto subito, pare fatta co’ la calcolatrice e non co’ er cuore.

🔥 Trama e Giudizio Sintetico – Er perché je volemo bene a Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot nun è solo un cinecomic italiano riuscito: è uno de quei film che ha preso Roma, la periferia, la violenza, l’umanità sbandata e ce l’ha buttata dentro un immaginario pop che semo ancora qui a rincorre.

Gabriele Mainetti ha fatto un debutto che de sicuro non chiedeva permesso a nessuno, mettendo insieme strada, fumetto, commedia nera e disperazione vera con una sicurezza che ancora oggi fa tremà certi titoli più “importanti” e molto meno vivi.

Enzo Ceccotti non è un supereroe di borgata qualsiasi. È un personaggio sporco, stanco, litigioso, tragico e pure buffo, che sta in equilibrio fra comicità amara e dramma urbano senza mai scivolà nel patetico. E poi c’è Roma, che qui non fa da cartolina ma da campo di battaglia: periferia, sottopassaggi, brutture, umanità arrugginita. Questo film, nel cinema italiano degli ultimi dieci anni, sta parecchio in alto. E no, non per nostalgia: proprio per valore.

“Aho, co’ sto 4K non me fai diventà elegante, me fai solo vede’ meglio le botte.”

–Enzo Ceccotti

👁️ Analisi Video – Er restauro 4K, cioè che cosa se vede davvero

Non stamo a parlà de un miracolo da sala operatoria, ma de una rimasterizzazione 4K conservativa che lavora su definizione, esposizione e pulizia generale, senza ammazzà er carattere duro dell’immagine. La fotografia plumbea de la periferia romana se tiene tutta la sua ruvidità, ma er nuovo master tira fora meglio le luci dei cavalcavia e i toni spenti der cemento.

Mainetti stesso ha chiarito che il lavoro è stato pensato per migliorà il film, non per rifallo da capo, e questo è fondamentale: dieci anni dopo non te devi aspetta la rivoluzione, ma una sistemata fatta come si deve.

Il film nasce da materiale digitale girato in ProRes 4444 con Arri Alexa XT, quindi ci scordamo la favoletta del “nativo 4K” da scansione del negativo. Qui la faccenda è un’altra: il materiale originale è già digitale, già definito, già figlio di una stagione in cui certe camere avevano limiti precisi, e il nuovo master interviene per tirà fuori più ordine, più leggibilità, più nitidezza. La cosa buona è che non appiattisce i contrasti e non liscia la pellicola come se dovesse diventà un prodotto da supermercato. Rimane quella durezza che Jeeg si porta dietro fin dall’inizio.

Per riassumere: più pulizia, più precisione e più controllo sulle esposizioni, ma senza colpi de teatro. L’HDR10 c’è, lavora bene, ma non cerca mai de riscrive l’identità visiva del film. E per questo il restauro funziona. Nun fa er fenomeno ma fa er mestiere.

“Er 4K te l’aggiusta, ma nun te fa er miracolo: Jeeg resta Jeeg, mica una statua de porcellana.”

– Il Cinefilo Brusco

🔊 Analisi Audio – Cioè quanno er quartiere se sente bene

L’audio del nuovo UHD resta serio, solido e credibile, senza mettersi a fa’ er brillante per forza. La traccia italiana in DTS-HD Master Audio 5.1 continua a fare il suo sporco lavoro come già faceva all’epoca, con dialoghi chiari, ambiente ben distribuito e un impatto che accompagna il film invece de provà a rubaje la scena.

L’esplosione sur Tevere, li scontri e le canzoni der Zingaro trovano finalmente più respiro, mentre la spazialità dei vicoli romani acquista profondità senza sacrificà mai la chiarezza dei dialoghi.

L’audio non gonfia tutto a caso, non pompa come un mostro senza cervello, ma dà alla storia quel peso giusto quando serve. Nelle scene più tese i dialoghi restano leggibili e la colonna sonora continua a girare senza impastà tutto.

“L’audio nun te spiega la vita, te la sbatte in faccia co’ due schiaffi e un bassone.”

– Lo Zingaro

📀 Analisi Extra – Il punto dove l’edizione se impiccia da sola

Ho er nervo scoperto, perché l’edizione, su sto fronte, è bella pigra. Gli extra so’ quelli del vecchio Blu-ray, quindi roba già vista, già nota, già spremuta. Nessun contenuto nuovo pensato per i dieci anni, nessun incontro anniversario inserito nel disco, nessun materiale fresco capace di giustificare davvero l’aria da edizione speciale.

E questo pesa, perché parliamo de un film che si meritava almeno un paio di contenuti nuovi fatti come si deve: un backstage aggiornato, una chiacchierata con Mainetti e cast, un pezzo sul fenomeno culturale che Jeeg è diventato, magari pure un approfondimento sul suo percorso nel cinema italiano. Invece no: si ricicla il vecchio corredo e bona lì. È qui che l’edizione comincia a puzzà de occasione mancata.

“Gli extra so’ come le chiacchiere in questura: tanto rumore, ma se semo detti già tutto dieci anni fa.”

– Nunzia

🎁 Il packaging, cioè la limited che limited nun pare

Mo’ veniamo alla parte che te dovrebbe fa uscí de casa e svuotà er portafogli. La confezione è povera, poco ambiziosa, quasi da minimo sindacale per un titolo che meritava molto de più. Una custodia in Slipcase almeno faceva scena, una card o una Steelbook sarebbe stata la risposta naturale per un cult così amato, soprattutto se lo volevano vendé come edizione celebrativa.

Invece il risultato pare quello de una pubblicazione fatta perché economicamente andava fatta, non per restare. La dicitura “edizione limitata” qui suona parecchio come etichetta di marketing e poco come scelta editoriale vera. E sì, il fatto che il disco possa pure esse ristampato in futuro lo rende ancora meno “limitato” nel senso nobile del termine. Peccato, perché Lo chiamavano Jeeg Robot aveva tutto per meritasse un trattamento più elegante.

Noi semo ancora qui che aspettamo l’edizione co’ la maschera der poro Enzo Ceccotti. Mentre l’unica edizione speciale che avemo in casa è er digibook crucco.

“Edizione limitata, certo. Limitata de fantasia, quello sì.”

– Marcellone

Conclusioni – Il verdetto, cioè comprallo o no

Il verdetto è abbastanza semplice: il 4K se compra, perché Lo chiamavano Jeeg Robot è un film enorme e perché il nuovo master lo tratta con rispetto, pulizia e buona testa. Però l’edizione nel suo complesso resta poco generosa, quasi svogliata, e questo va detto senza fare sconti a nessuno.

Quindi sì al disco, sì al film, no all’entusiasmo per la confezione. È un acquisto consigliato per chi ama davvero Lo chiamavano Jeeg Robot e vuole la versione migliore disponibile oggi, ma non è l’edizione celebrativa fatta come Dio comanda. È più un buon ripasso che una festa ben organizzata. E per un cult del genere, onestamente, ce se poteva mette’ un po’ più de cuore.

“Er film se merita er 4K. L’edizione, invece, se meritava più rispetto.”

– Alessia

📦 Box: Quattro motivi pe’ dì che stamo davanti a un classico

  • Gabriele Mainetti: regista che ha preso il cinema de genere e l’ha buttato dentro Roma senza chiedere permesso a nessuno.
  • Claudio Santamaria: perfetto come Enzo, burbero, stanco, umano e credibile fino all’osso.
  • Luca Marinelli: lo Zingaro è una di quelle interpretazioni che se magna la scena e lascia solo le briciole.
  • Ilenia Pastorelli: cuore e corpo del film, senza de lei Jeeg perderebbe metà della sua anima.

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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