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Le tigri di Mompracem – Nei fondali del crimine, dove anche Nemo chiederebbe il prepensionamento

Le tigri di Mompracem: 🌊 Un noir marino teso e ruvido, con fratelli, debiti e immersioni che sembrano passeggiate dentro un infarto. đźš˘

Qui vi parla il vostro lupo di mare di fiducia, ultimo discendente del capitano Nemo, ormai in pensione e logorato dal sale e dalla pessima computer grafica dei blockbuster moderni. Ma stavolta, signori miei, la rotta è tracciata bene. Dimenticate il Sandokan di Salgari: Alberto RodrĂ­guez (quello del bellissimo La Isla MĂ­nima) prende quel titolo esotico e lo scaraventa in un porto industriale di Huelva. Non ci sono pirati romantici con la scimitarra, ma proletari asfissiati dalle bollette e dal gasolio. Io confesso che qui il Nautilus avrebbe attraccato con enorme rispetto e forse un principio d’ulcera.

“Quando un film comincia con dei palombari indebitati, io non penso mai ‘andrĂ  tutto bene’. Penso ‘ottimo, finalmente del realismo’.”

🎥 Trama – “Altro che Sandokan, qui si nuota nel gasolio”

Antonio e Estrella (Antonio de la Torre e Bárbara Lennie) sono fratello e sorella, sommozzatori industriali con l’acqua alla gola in senso ben poco poetico. Il soprannome Le tigri di Mompracem Ă¨ un relitto affettuoso della loro infanzia, un gioco inventato dal padre malato per farli sentire padroni di un mare che, da adulti, li sta lentamente masticando.

Lavori precari, debiti stellari, fino a quando i due non trovano un tesoro moderno sotto lo scafo di una nave mercantile: tonnellate di cocaina. Decidono di rubarla ai narcotrafficanti per sistemare la vita di Antonio. Un piano suicida travestito da brillante occasione. Il mare, invece di promettere la libertà dei corsari, somiglia a una cassaforte arrugginita che qualcuno sta chiudendo a chiave dall’esterno.

“Ci sono thriller che ti prendono per mano. Questo ti prende per la caviglia e ti trascina giĂą come un parente che vuole parlarti d’ereditĂ .”

âś… Cosa funziona in Le tigri di Mompracem – “RodrĂ­guez sa dove affondare il coltello”

RodrĂ­guez ha il controllo totale della nave. Non cerca l’effetto speciale a tutti i costi, ma preferisce la tensione operaia, concreta e letale. Ogni immersione sembra un colloquio con la morte, ma diretto da qualcuno che sa usare la macchina da presa invece del megafono.

La fotografia di Pau Esteve Birba (giustamente premiata a San Sebastian) è maestosa: l’acqua torbida, le lamiere piegate e il buio soffocante diventano veri e propri elementi narrativi. E poi ci sono gli attori: le facce di de la Torre e della Lennie sembrano scolpite nella ruggine, stanche, dure, intrise di sale e rimorsi mal sopiti. La suspense qui non corre, serra i denti.

“Se volete squali in CGI, esplosioni atomiche e machismo da discount, cambiate rotta. Qui si naviga a motore spento, con la coscienza che fa piĂą rumore dell’elica.”

❌ PerchĂ© non guardare Le tigri di Mompracem – “Se cercate fuochi d’artificio, avete sbagliato oceano”

Mettiamo le cose in chiaro, marinai d’acqua dolce: se siete drogati di montaggi frenetici alla Fast & Furious, questo non è il vostro molo. Il ritmo è quello di una pressione che sale poco alla volta, atmosfere dilatate e cupezza costante.

Alcuni snodi del tipico crime-thriller si rivelano piĂą solidi che sorprendenti: la sceneggiatura non reinventa la ruota dentata del genere, ma si limita a oliarla con grande mestiere. L’assoluta assenza di luce (narrativa) e l’ambiente grigio-industriale potrebbero respingere chi al cinema cercava un’avventura romantica o un intrattenimento leggero.

“Kubrick guardava le stelle. Qui si guarda una chiglia incrostata e si capisce che l’infinito, purtroppo, può puzzare di carburante.”

🌀 Extra – “Tra abisso e cosmo, il palombaro è un astronauta col mutuo”

C’è una simmetria disturbante tra il fondo del mare e lo spazio profondo. Entrambi gli ambienti condividono isolamento assoluto, vulnerabilitĂ  della carne e una dipendenza totale dalle guarnizioni del tuo equipaggiamento. Basta un tubo allentato per trasformare un corpo umano in un errore statistico. Ma c’è una differenza fondamentale: nello spazio il pericolo è il vuoto letale, nel mare del film è l’immane pressione che ti vuole schiacciare come una lattina. E mentre lo spazio risuona di un silenzio cosmico e astratto, i fondali di RodrĂ­guez sono rumorosi, vibrano di scricchiolii industriali ed echi biologici. Il sommozzatore petrolifero diventa così l’astronauta della classe operaia. Non va nell’ignoto per gloria o esplorazione, ci va per pagare il mutuo. E in questa disperata contingenza, l’infinito fa molto meno sognare.

“Le vere tigri non stanno nella giungla. Stanno sott’acqua, hanno i debiti e respirano da un tubo.”

🎭 Conclusioni – “Nemo approva, Sandokan forse si offende”

Le tigri di Mompracem prende il mito letterario dell’avventura e lo rifonde in un noir sociale, cupo e drammaticamente contemporaneo. Un cinema ruvido, che ti stringe alla gola e visivamente superbo, abitato da personaggi sconfitti che tentano di mordere la vita prima che l’ossigeno finisca. Non è un film che ti coccola, è un film che ti infila la testa sott’acqua e poi, con la tipica educazione iberica, ti chiede anche di ringraziare.

Il film è al cinema dal 14 Maggio con Movies Inspired.

Regia: Alberto Rodríguez Con: Antonio de la Torre, Bárbara Lennie, Joaquín Núñez, César Vicente Anno: 2025 Durata: 109 min Paese: Spagna Distribuzione: Movies Inspired

Capitan Findus

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da piĂą di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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