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Le aquile della Repubblica: Il divo, il dittatore e il set dove la verità viene truccata male – Recensione

Le aquile della Repubblica: Un attore narcisista, un regime che riscrive la realtà e un film nel film che sa di trappola dorata. Tarik Saleh chiude la sua trilogia con una satira politica che ride poco e morde parecchio 🎬🐍

🎥 Trama 🍿 Star System col manganello e copioni insanguinati

Mettetevi comodi perché stiamo per scendere in un girone dantesco arredato con divani in pelle e coppe di champagne. Il protagonista di questo disastro annunciato è George Fahmy (interpretato da un monumentale Fares Fares).

Parliamo del pavone definitivo del cinema egiziano. George vive in un attico da sceicco, ha un ego che fa provincia a sé e galleggia serenamente chilometri sopra i problemi del popolino. Tutto questo splendore dura finché il nostro eroe non scivola su una colossale buccia di banana politica e finisce dritto nel mirino delle autorità egiziane.

Per evitare che la sua carriera evapori magicamente, il regime gli mette un elegante cappio di seta al collo. Il ricatto è semplice. George deve interpretare il vero presidente Abdel Fattah al-Sisi in un pacchiano film di propaganda intitolato La volontà del popolo. E siccome al peggio non c’è mai limite, il nostro divo decide genialmente di infilarsi in una tresca con l’affascinante moglie del generale che supervisiona il set (la bravissima Zineb Triki). Buttarsi in una vasca di piranha vestito da bistecca sanguinante sarebbe stato decisamente meno pericoloso.

“In certi Paesi il cinema è magia pura. In Egitto è il trucco pesante con cui il regime copre i lividi e spera che nessuno se ne accorga.”

✅ Cosa funziona in Le aquile della Repubblica* 🎬 Quando la dittatura si mette dietro la cinepresa

La vera genialità di Tarik Saleh sta nell’usare il set cinematografico come se fosse la miniatura perfetta dello Stato egiziano. La produzione del film diventa uno specchio deformante in cui i militari producono, la troupe terrorizzata esegue e il cinema passa da espressione artistica a siringa per il lavaggio del cervello collettivo. È una satira nerissima dove chi dà il ciak ha letteralmente il potere di farti sparire nel nulla.

Al centro di questo circo c’è l’attore venduto. George è un mentitore di professione che scopre a sue spese come la dittatura usi esattamente le sue stesse armi. Finché sei pagato profumatamente e bevi roba buona, sei disposto a fare il burattino del governo. Fares Fares restituisce un personaggio viscido ma umanissimo, offrendoci una critica feroce all’intellighenzia complice che si gira dall’altra parte.

Poi c’è la realtà che bussa forte alla porta. L’assurdità di far interpretare un dittatore bassino e calvo a un marcantonio cristiano copto è l’apoteosi della cecità propagandistica. Saleh alza un dito medio colossale contro il clima di censura reale, gli arresti per un post sui social e il controllo asfissiante. E lo fa mantenendo intatta la tensione di un thriller politico cospirativo. Si ride a denti stretti (e parecchio amari) mentre si aspetta che a qualcuno salti la testa da un momento all’altro.

“George voleva solo recitare tranquillo. Peccato che il nuovo ruolo da protagonista prevedesse anche la lenta e dolorosa cremazione della sua coscienza.”

❌ Perché non guardare Le aquile della Repubblica* 💣 Se cercate i botti alla Marvel avete sbagliato regime

Con tutto l’amore sarcastico che proviamo per questo film, dobbiamo ammettere che il peso dell’allegoria ogni tanto si fa sentire. La pellicola vuole essere un manifesto politico e metacinematografico così stratificato che a tratti si siede pesantemente su se stessa. La macchina simbolica è perfetta, ma Tarik Saleh rischia di diventare un pelino didascalico quando vuole spiegare a tutti i costi la rava e la fava del complotto.

Aggiungiamo pure un pizzico di narcisismo registico. Il buon Saleh sa di aver scritto un meccanismo a orologeria geniale e ogni tanto si perde a specchiarsi compiaciuto. Chi cerca un thriller dal ritmo forsennato e con inseguimenti mozzafiato potrebbe restare deluso dai rallentamenti filosofici sui massimi sistemi della verità e della finzione. È un difetto veniale, certo, ma se avete la soglia dell’attenzione di un criceto in astinenza da caffeina potreste patire.

“Le famose aquile della Repubblica? A me paiono più che altro piccioni gonfiati dalla propaganda e nutriti a scarti di censura.”

Il Regista: Tarik Saleh

🌀 Extra 🦅 Dalla strada al set, l’escalation della Trilogia del Cairo

Il vero fiore all’occhiello di questa operazione è capire il triplo salto mortale fatto dal regista. La trilogia evolve in maniera spaventosa. In Omicidio al Cairo la corruzione era fisica e passava dalla violenza della polizia. In La cospirazione del Cairo il controllo diventava spirituale attraverso le macchinazioni del clero e dei servizi segreti. Qui, con Le aquile della Repubblica, arriviamo al controllo totale della mente tramite l’immagine. Il potere non ti spezza più solo le ossa, ti scrive direttamente la sceneggiatura che devi sognare.

E non dimentichiamo il fattore umano dietro la cinepresa. Tarik Saleh è in esilio reale e non può rimettere piede in Egitto dal 2017. Questo film non è un innocuo saggio accademico sul cinema d’autore, è la vendetta artistica purissima di un uomo cacciato da casa sua che decide di bombardare i suoi aguzzini usando la pellicola al posto del tritolo.

🎭 Conclusioni 🎟️ Applausi al boia ma col sorriso a mezza bocca

Tirando le somme di questo bel casino dorato, abbiamo tra le mani un film che magari inciampa di tanto in tanto nella sua stessa ambizione, ma che chiude una trilogia monumentale con intelligenza affilata e tonnellate di fiele. Non è solo un thriller politico da sgranocchiare col popcorn, è la radiografia impietosa di un sistema malato.

Andate a vederlo e ricordatevi sempre di controllare chi c’è seduto sulla sedia del regista prima di firmare il contratto per la vostra vita.

Ci vediamo al prossimo film,
Il Faraone di Celluloide 👑🎥

Il film è al cinema dal 23 Aprile con Movies Inspired.

Regia: Tarik Saleh Con: Fares Fares, Zineb Triki, Lyna Khoudri, Cherien Dabis Anno: 2025 Durata: 120 min Paese: Svezia, Francia Distribuzione: Movies Inspired

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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