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La stanza di Mariana – La tenerezza come forma di resistenza – Recensione

La stanza di Mariana: Emmanuel Finkiel porta sullo schermo il romanzo Fiori nelle tenebre di Aharon Appelfeld, scegliendo un racconto intimo e misurato che affida alla sensibilità dei personaggi il peso della memoria.

1945. La storia è ambientata nell’Ucraina occupata dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Hugo (Artem Kyryk), un bambino ebreo, viene nascosto dalla madre nella “casa” di Mariana (Mélanie Thierry) per salvarlo dalle deportazioni. La casa è un bordello, un luogo che ci si aspetterebbe degradato, ma che il film racconta in modo diverso, quasi sospeso. Hugo vive nascosto in una stanza segreta (l’armadio) e la guerra arriva solo attraverso rumori, voci e silenzi.

Cosa funzione in La stanza di Mariana

La stanza di Mariana non è un film che racconta la guerra: la trattiene. La comprime dentro uno spazio minimo, una stanza segreta in una casa che è un bordello, nell’Ucraina occupata dai nazisti nel 1945. Hugo, un bambino ebreo, viene nascosto lì dalla madre per salvarlo dalle deportazioni. La Storia resta fuori campo, percepibile solo attraverso rumori lontani, voci soffocate, silenzi carichi di minaccia. Dentro, invece, c’è l’attesa, la paura che diventa routine, il tempo che si dilata fino a diventare fisico.

La stanza non è soltanto un rifugio: è un limbo, un ventre e insieme una prigione. Hugo impara che sopravvivere significa sparire, diventare invisibile. Non piange, non corre, non fa rumore. Per resistere, si affida all’immaginazione, costruendo una vita parallela mostrata con chiarezza come frutto della sua fantasia. Non è un inganno per lo spettatore, ma una necessità vitale: l’unico spazio di libertà possibile per un bambino privato dei genitori e del mondo.

Emmanuel Finkiel prosegue coerentemente il suo percorso autoriale. Come in Voyages e Je suis, sceglie un cinema della memoria, delle vite fragili e silenziose, rifiutando la spettacolarizzazione del dolore. La guerra non viene mostrata, ma suggerita. È una presenza costante e invisibile, più opprimente proprio perché non esplicita.

Il personaggio di Mariana è uno degli elementi più riusciti. Prostituta per necessità, non viene mai ridotta a simbolo di degrado morale. Al contrario, la casa sembra trasformarsi grazie alla presenza di Hugo, diventando uno spazio sospeso, quasi irreale. Mariana non è un’eroina né una santa: è una donna ambigua, fragile, profondamente umana. Mélanie Thierry la interpreta con grande delicatezza, restituendo una figura capace di tenerezza senza idealizzazione. Proteggere Hugo diventa anche un modo per proteggere se stessa, per restare ancorata a una realtà che, nonostante tutto, conserva un barlume di bellezza.

Anche la regia colpisce per rigore e coerenza. Inquadrature misurate, pochi movimenti di macchina, una fotografia fatta di luci soffuse e ombre profonde che costruiscono un’atmosfera intima, claustrofobica, sospesa nel tempo. Il silenzio ha un ruolo centrale: parla più dei dialoghi, riempito da ciò che non può essere detto: identità, paura, desiderio di vivere.

Perché non guardare La stanza di Mariana

Proprio questa eleganza formale, però, diventa anche il limite di La stanza di Mariana. La composizione visiva, così curata e controllata, finisce talvolta per attenuare l’impatto emotivo del dolore, rendendolo troppo composto, quasi levigato.

Il problema principale resta la mancanza di originalità. La stanza di Mariana affronta il tema della Shoah con rispetto e correttezza, ma senza offrire una prospettiva realmente nuova.

Sia chiaro: è un tema che merita di essere raccontato sempre, e continuerà a esserlo; tuttavia, la stanza di Mariana lascia una sensazione di ripetitività, accentuata anche dalla durata, che rafforza l’impressione di déjà-vu. Rimane il dubbio su cosa voglia essere davvero: una testimonianza intima e necessaria oppure un’opera capace di incidere più profondamente nel panorama, già affollato, del cinema della memoria.

Conclusione

La stanza di Mariana è un film ben interpretato, misurato, che trova la sua forza nella relazione tra i protagonisti più che nella storia in sé. Non sconvolge né rinnova il racconto della Shoah, ma lascia un sentimento preciso e persistente: l’idea che, anche negli spazi più oscuri e improbabili, la tenerezza possa diventare una forma silenziosa di resistenza. Quando il film finisce, resta un senso di sospensione. Non viene voglia di parlare subito: si rimane in silenzio o, piuttosto, si lascia spazio all’immaginazione ed ai “se“. Come Hugo.

In Italia è uscito al cinema il 27-28 e 29 gennaio come film evento per il Giorno della Memoria distribuito da Movies Inspired.

Regia: Emmanuel Finkiel Cast: Mélanie Thierry, Artem Kyryk, Julia Goldberg, Yona Rozenkier, Minou Monfared, Dima Savyan, Olga Radchuk, Olena Khokhlatkina, Nikola Tutek, Anastasia Fein Anno: 2025 Durata: 131 min Paese: Francia / Israele / Ungheria / Belgio Distribuzione (Italia): Movies Inspired

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