La fine di Oak Street: La periferia americana anni ’80 incontra il Giurassico e stavolta a fare le valigie non sono gli alieni ma un intero quartiere 🦖🏡
Ricordate quella proiezione stampa surreale, quella con orde di influencer piazzati in prima fila armati di smartphone più che di senso critico, dove tra un selfie e l’altro qualcuno aveva anche notato che sullo schermo c’era un film? Ecco, io c’ero, e ora che i fumi del popcorn gratuito si sono dissolti posso dirvi come è andata davvero con La fine di Oak Street.
🎥 Trama – Un quartiere in gita scolastica nel Giurassico (senza permesso dei genitori)
Siamo nel 1982, perché ovviamente siamo nel 1982: prati tagliati con il righello, vicini impiccioni, matrimoni scricchiolanti e una tranquillità sobborghiana che sa già di presagio. La famiglia Platt, capitanata da una Anne Hathaway in modalità mamma-Terminator e da un Ewan McGregor più smarrito di un turista a Termini senza biglietto, vive la sua quotidianità fino a quando un evento cosmico non decide di fare i bagagli per loro: l’intera Oak Street viene strappata dalla periferia e catapultata in un altrove primordiale, ostile e pieno di denti.
Da lì in poi il film si trasforma in una gita di sopravvivenza dove il nemico non è il professore di matematica ma un Tirannosauro con appetito da hotel all inclusive e un branco di velociraptor pronti a fare branco sul serio.
Diretto e sceneggiato da David Robert Mitchell (sì, quello di It Follows, per capirci, uno che di tensione ne capisce), il film si regge su una struttura semplice ma efficace: famiglia disfunzionale più minaccia esistenziale uguale a redenzione emotiva forzata dai dinosauri. Non originalissimo, ma funziona come funziona un panino al prosciutto: non reinventa la cucina, ma ti sazia.
“Abbiamo chiesto un trasferimento in un quartiere più tranquillo, non un salto nel Cretaceo con annesso mutuo da pagare.”
— un abitante di Oak Street, poco prima di essere rincorso da un T-Rex

✅ Cosa funziona in La fine di Oak Street – Quando il citazionismo diventa una festa in maschera ben riuscita
Partiamo dal punto più ovvio e più delizioso: qui Steven Spielberg non è citato, è invocato come uno spirito guida in una seduta spiritica riuscitissima non solo l’ovvio Jurassic Park. La fotografia di Michael Gioulakis ricalca quasi fotogramma per fotogramma lo stile di E.T., mentre le musiche di Michael Giacchino fanno il verso a John Williams e Jerry Goldsmith con la stessa disinvoltura con cui un cover band suona “Thriller” al matrimonio di tuo cugino, e la cosa clamorosamente funziona.
Alcuni momenti restano scolpiti nella retina anche dopo i titoli di coda:
- L’attacco del T-Rex in piena Oak Street, un pezzo di bravura action che trasforma i vialetti curati in un campo di battaglia con più tensione di un incontro di famiglia a Natale.
- Il salto (fallito, e ridicolmente goffo) nella sfera dimensionale, un momento che oscilla tra il terrore cosmico e la comicità involontaria da manuale di fisica sbagliato.
- La scena, diciamo così, “romantica” tra due dinosauri che si accoppiano davanti a testimoni umani che smettono per un istante di essere terrorizzati: un momento che nessuno si aspettava e che nessuno dimenticherà, complice anche l’imbarazzo collettivo della sala durante la proiezione stampa.
Anne Hathaway costruisce una mamma cazzuta e credibile, lontana dalla solita madre isterica da b-movie: qui prende in mano il fucile (letteralmente) e guida la famiglia con la ferocia di chi ha già sopravvissuto a cose peggiori, come forse una recensione negativa. Ewan McGregor le fa da spalla dignitosa, mentre i giovani Maisy Stella e Christian Convery danno corpo ai figli con quel misto di terrore e sarcasmo adolescenziale che rende credibile l’intera famiglia disfunzionale in crisi ma che si ritrova.
Dietro la telecamera Mitchell dimostra ancora una volta di saper costruire tensione con pochi mezzi e tanta atmosfera, qui aiutato dalla scenografia di Maya Shimoguchi che ricrea una periferia anni ’80 fin troppo perfetta per non venire distrutta con gusto sadico. E dietro tutto questo c’è un dettaglio che aggiunge peso emotivo insospettato: il film è dedicato dal regista al padre, appassionato di dinosauri, morto nel 2024, un tocco personale che trasforma il citazionismo spielberghiano in qualcosa di più sincero di quanto ci si aspetti da un blockbuster con i denti aguzzi.
“Se Spielberg guarda questo film e non si commuove almeno un po’, gli restituiamo la tessera Amblin.”
— un critico che si è commosso più del previsto, seduto in terza fila alla proiezione stampa
❌ Perché non guardare La fine di Oak Street – Il solito menù con contorno riscaldato
Diciamolo chiaramente: qui l’originalità non è di casa. Il film prende E.T., Poltergeist e Jurassic Park, li mette nel frullatore e versa il composto in uno stampo preso in prestito da Ai confini della realtà.
Alcuni spettatori grideranno tranquillamente al furto travestito da omaggio. Personalmente sono più clemente: chiamiamolo “citazionismo dichiarato senza pudore”, ma resta il fatto che chi ha già visto una manciata di Amblin movie riconoscerà ogni singola svolta di trama con l’anticipo di chi indovina il finale di una soap opera dopo tre puntate.
I cliché ci sono tutti e sono serviti al tavolo senza vergogna: il matrimonio in crisi che si ricompone sotto pressione, i figli che crescono di colpo grazie al trauma, il finale un po’ frettoloso.
I dialoghi, specie nella prima mezz’ora, scricchiolano quanto le assi del portico dei Platt, e la seconda metà, per quanto adrenalinica, avrebbe potuto respirare meglio invece di correre verso i titoli di coda come se avesse un raptor alle calcagna anche lei.
“Ho visto questo film già tre volte, solo che si chiamava in altro modo ed era ambientato su un’isola tropicale.”
— uno spettatore che ha capito il finale dopo i primi venti minuti
🌀 Extra – Quando Spielberg diventa un genere a sé (e Mitchell lo sa benissimo)
Quello che rende interessante l’operazione non è tanto il “cosa” ruba il film, quanto il “come” lo confessa apertamente. J.J. Abrams, qui produttore, aveva già fatto un’operazione simile con Super 8 nel 2011, ma dove quel film guardava più a Incontri ravvicinati del terzo tipo, Oak Street punta dritto al combo E.T./Poltergeist con Jurassic Park e un finale infilato a forza che ricorda l’iconico twist di Ritorno al futuro (anche quello prodotto da Spielberg). Un’operazione nostalgica dichiarata, quasi terapeutica: il cinema come macchina del tempo personale, non solo per i personaggi ma per il regista stesso.
🎭 Conclusioni – Il dinosauro che ruggisce ma non morde troppo forte
La fine di Oak Street non cambierà la storia del cinema, non inventa nulla e lo sa benissimo, ma si guarda con lo stesso piacere colpevole con cui si guarda un episodio ben fatto di una serie che avete già visto altrove.
Non è un capolavoro, ma è onesto, diverte, emoziona quando serve e sa quando far ruggire un T-Rex al momento giusto. Se cercate un blockbuster che non pretenda di essere altro che un simpatico saccheggio ben fatto dell’infanzia cinematografica di tutti noi, Oak Street vale il biglietto.
Firmato: Rex il Velociraptor Recensore, che ha guardato il film con lo stesso spirito critico con cui si guarda un branco affamato: da lontano, ma con grande interesse.
Regia: David Robert Mitchell Con: Anne Hathaway, Ewan McGregor, Maisy Stella, Christian Convery Anno: 2026 Durata: 99 min. Paese: USA Distribuzione: Warner Bros. Pictures
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