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Koji Yakusho a Roma, ovvero: come trasformare un evento irripetibile in una cerimonia d’arredamento umano

Portare Koji Yakusho a Roma e poi impedire al pubblico qualsiasi forma reale di interazione è un talento organizzativo notevole: significa avere tra le mani un evento straordinario e trattarlo come una pratica da sbrigare con ordine, distanza e il consueto gusto per l’esclusiva.

Oggi pomeriggio, presso l’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, si è tenuto un incontro con Koji Yakusho in occasione della proiezione di Perfect Days, film inevitabilmente al centro della conversazione insieme al racconto del lavoro dell’attore sul personaggio di Hirayama. Sulla carta, uno di quegli appuntamenti da segnare in rosso: un interprete immenso, una presenza rarissima, un’occasione che per molti appassionati di cinema giapponese vale quasi quanto una reliquia ben conservata.

Peccato che, come spesso accade quando si decide di celebrare la cultura rendendola impermeabile al pubblico, l’evento sia sembrato meno un incontro e più una raffinata esercitazione di distanza sociale. Il pubblico c’era, sì, ma soprattutto nel suo ruolo più decorativo: riempire la sala, applaudire con compostezza, confermare che “la partecipazione è stata ottima” e possibilmente non sviluppare l’ardita idea di voler partecipare davvero.

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“Più che un incontro con il pubblico, è sembrata una gentile esposizione del pubblico all’evento.”

Un mito davanti, ma dietro il vetro

Ed è qui che sta il punto. Portare a Roma Koji Yakusho, uno dei più grandi attori giapponesi viventi, e poi costruirgli attorno un perimetro di formalismi, divieti e mediazioni sterili è un po’ come invitare a cena un maestro del sushi e servire grissini in confezione monoporzione. Educato, pulito, perfino presentabile: ma del tutto privo del senso dell’occasione.

Non una vera apertura al pubblico, non uno spazio autentico per il dialogo, non la minima sensazione che chi era seduto in sala fosse lì in quanto interlocutore e non in quanto fondale umano. Più che “incontro con il pubblico”, una formula da correggere in “esposizione controllata dell’ospite al cospetto del pubblico”. Che è diverso, e parecchio.

“Il pubblico era presente con entusiasmo, purché non desse troppo fastidio con la propria presenza.”

Il cerimoniale del non toccare

Il paradosso è che eventi simili vengono spesso annunciati con la retorica dell’eccezionalità, salvo poi essere gestiti con la fantasia di un ufficio protocollo in giornata no. Niente foto, niente riprese, niente registrazioni audio: tutto blindato, tutto centralizzato, tutto ordinatamente sottratto a chi era lì non solo per guardare, ma per conservare memoria di un momento raro.

Il risultato è stato involontariamente comico. Da una parte un attore che, nelle sue risposte, si è dimostrato generoso e lucidissimo nel raccontare il proprio mestiere, spiegando il lavoro di preparazione sui ruoli, l’allenamento concreto svolto per Perfect Days e il rapporto quasi organico che si crea fra corpo, set e personaggio. Dall’altra, un sistema organizzativo che sembrava suggerire al pubblico: “Siete fortunati a essere presenti; cercate però di non fare troppo caso al fatto che la presenza, in sé, è l’unica forma di partecipazione consentita”.

“Portare Koji Yakusho a Roma per poi sterilizzare l’incontro è un gesto di rara coerenza burocratica.”

Un’intervista corretta, ma senza sangue

L’incontro, affidato a Giorgio Amitrano, ha toccato temi tutt’altro che trascurabili: l’influenza del maestro Tatsuya Nakadai, ricordato da Yakusho come figura decisiva nella sua formazione, il peso monumentale di Toshiro Mifune nell’immaginario attoriale giapponese e il rapporto creativo con Kiyoshi Kurosawa, raccontato attraverso la lunga gestazione di Cure. Sulla carta, materiali splendidi. E infatti il problema non era l’argomento: era la temperatura.

Perché si può parlare di mostri sacri, di maestri, di poetiche, di metodi, di cinema e persino della Criterion Collection con film scelti da Yakusho come Ikiru, Barbarossa, Cure, The Funeral, City Lights e Paris, Texas, ma se tutto viene trattato con l’energia di una circolare ministeriale, allora anche il fuoco finisce per sembrare tiepido. Ed è un peccato doppio: per chi ascolta e per chi, sul palco, meriterebbe interlocutori capaci di incidere un po’ più a fondo.

Sia chiaro: è difficile credere che una figura della cultura di Amitrano non avesse domande migliori o più affilate da porre. Proprio per questo viene il sospetto che il tono fosse stato preventivamente sterilizzato, concordato, regolato, reso innocuo. Il che, in contesti del genere, è sempre la forma più elegante di sabotaggio: non fai brutta figura, ma nemmeno fai succedere qualcosa.

“A un certo punto è stato chiaro che il pubblico non era lì per partecipare, ma per testimoniare che l’evento era avvenuto.”

L’eleganza dell’esclusione

C’è poi un dettaglio che molti conoscono bene, anche senza bisogno di proclami: certi ambienti amano moltissimo la parola “apertura”, purché significhi “aperti a pochi”. Il resto è platea, cornice, massa silenziosa, concessione accessoria. Le vicinanze al palco, le dinamiche relazionali, le aree del privilegio simbolico sembrano organizzate secondo una gerarchia che il pubblico percepisce sempre, anche quando nessuno la nomina.

E allora resta una sensazione piuttosto semplice da descrivere: chi era lì per vivere un momento speciale ha finito per assistere soprattutto alla gestione esclusiva di quel momento da parte di altri. Le briciole agli appassionati, il salotto buono a chi conta. Una tradizione che certi apparati culturali praticano con impeccabile garbo e irritante costanza.

“Un incontro talmente controllato da riuscire quasi nell’impresa di far sembrare abusiva perfino la curiosità.”

La parte migliore? Yakusho, non l’evento

La verità è che Koji Yakusho, anche dentro una gabbia organizzativa così rigida, resta Koji Yakusho. Quando parla del mestiere, della costruzione del personaggio, della scuola di Nakadai, dell’eredità di Mifune o dell’intesa raggiunta con Kiyoshi Kurosawa, il suo peso artistico emerge comunque, limpido e innegabile. E infatti chi era in sala qualcosa si è portato a casa lo stesso: la presenza di un gigante, il privilegio di ascoltarlo, il valore di un cinema che ancora sa parlare con misura, profondità e umanità.

Ma proprio per questo l’amarezza aumenta. Perché un’occasione così rara meritava meno imbalsamazione e più vita. Meno cerimonia, meno controllo, meno culto dell’esclusiva; più cinema, più scambio, più fiducia nel pubblico. Altrimenti tanto valeva lasciare Yakusho dentro lo schermo di Perfect Days e risparmiarci la messinscena dell’incontro: sarebbe stato, paradossalmente, meno vicino ma più onesto.

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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