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It Ends – L’orrore corre sull’asfalto, io sto ancora fermo sulla Salaria – Recensione

It Ends: Quattro amici, una strada senza uscita e il futuro che lampeggia come una spia sul cruscotto. Un horror esistenziale riuscito, purché non pretendiate il navigatore incorporato. 🚗

Sto fermo sulla Salaria da un tempo sufficiente a sviluppare un rapporto affettivo con lo scarico del furgone davanti. Quello dietro suona. Dove dovrei andare, esattamente? Nella quarta dimensione? Ecco, sarebbe già una soluzione.

Poi arriva It Ends, esordio nel lungometraggio di Alexander Ullom, e mi presenta quattro ragazzi intrappolati su una strada che non finisce mai. Loro almeno si muovono. Io ho visto cambiare tre governi tra il semaforo e la fermata dell’autobus. Il film parte da un incubo stradale e lentamente lo trasforma in qualcosa di meno comodo da liquidare: una domanda sul futuro, sulle persone con cui pensiamo di attraversarlo e sulla possibilità che continuare ad avanzare non significhi necessariamente andare da qualche parte.

Il risultato è promosso, ma non a pieni voti, con la cintura allacciata e qualche riserva nel bagagliaio. Ullom sa creare tensione, sceglie bene i suoi interpreti e trova un’immagine capace di restare addosso. Non sempre, però, riesce a trasformare la propria ambiguità in un’esperienza emotivamente limpida. A volte ti accompagna dentro l’angoscia. Altre ti lascia sul ciglio con la cartina strappata, confidando che tu sappia distinguere una scelta poetica da un’indicazione mancante.

«Il navigatore dice “prosegui”. Pure il commercialista, ma nessuno dei due mi spiega verso cosa.»

(Pensiero apocrifo dal sedile del recensore.)

🎥 Trama: Quattro amici al casello dell’età adulta

James, Day, Fisher e Tyler si ritrovano per una serata in macchina prima che le rispettive vite prendano direzioni differenti. Sono interpretati da Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth e Mitchell Cole: quattro facce sulle quali il film costruisce quasi tutto il proprio piccolo universo. Una deviazione li porta su una strada apparentemente normale, finché tornare indietro diventa impossibile e fermarsi attira presenze decisamente poco disponibili a compilare una constatazione amichevole.

La soluzione sembrerebbe semplice: continuare a guidare, trovare un incrocio, raggiungere qualcuno. Ma la strada prosegue, il carburante non si comporta come dovrebbe e il viaggio comincia a perdere qualsiasi rapporto rassicurante con il tempo e lo spazio. L’auto, da mezzo per uscire insieme, diventa il posto dal quale non riescono più a uscire davvero.

La buona intuizione di Ullom è non limitarsi al giochino del percorso maledetto. All’inizio guardiamo fuori dai finestrini, aspettando la prossima minaccia. Progressivamente ci ritroviamo a osservare chi è seduto dentro: le battute, le insofferenze, la necessità di trovare una spiegazione e quella, altrettanto urgente, di smettere di cercarla.

Il terrore cambia bersaglio. Non riguarda più soltanto ciò che potrebbe raggiungere la macchina. Riguarda quello che potrebbe aspettarli anche se riuscissero finalmente ad arrivare.

✅ Cosa funziona in It Ends: L’ansia ha quattro ruote e una buona compagnia

Ullom capisce una cosa essenziale: per rendere inquietante un abitacolo non serve trasformarlo ogni cinque minuti in un frullatore di urla. Serve farci credere alle persone che lo occupano. Il gruppo funziona perché conserva una confidenza riconoscibile, fatta di conversazioni sciocche, piccoli attriti e umorismo usato come nastro isolante sopra una crepa che continua ad allargarsi. Anche quando il mondo perde logica, loro non diventano immediatamente quattro conferenzieri del disagio esistenziale.

Noah Toth dà a Fisher una leggerezza utile, perché scherzare è anche un modo di rimandare il momento in cui bisogna ammettere di avere paura. Phinehas Yoon rende leggibile l’ostinazione di James senza trasformarla subito in eroismo da protagonista con diritto contrattuale alla salvezza. Akira Jackson e Mitchell Cole contribuiscono a differenziare le temperature del gruppo: non quattro reazioni intercambiabili, ma persone che cominciano a non abitare più la stessa esperienza. La credibilità della compagnia è uno dei punti di forza del film.

La regia lavora bene sulla sproporzione tra il poco spazio a disposizione e l’enormità di ciò che resta sconosciuto. Dentro l’auto puoi contare i sedili. Fuori non riesci più a misurare niente. È una contrazione e una dilatazione continue: il mondo sembra sterminato, ma la libertà si riduce a pochi gesti. Guidare, parlare, aspettare. Un pendolarismo dell’anima, senza neppure il rimborso chilometrico.

Ed è qui che la strada acquista spessore. La si può leggere come la promessa guasta del diventare adulti: fai il percorso previsto, superi le tappe, continui a impegnarti e prima o poi dovrebbe comparire qualcosa che assomigli a una destinazione. Solo che nessuno ha firmato quella garanzia. Il film dà una forma concreta alla fatica di restare ottimisti quando il movimento non produce cambiamento.

L’aspetto più interessante, però, è che le diverse reazioni non si lasciano ordinare comodamente dalla più giusta alla più sbagliata. Insistere può essere coraggio, ma anche incapacità di accettare una perdita. Fermarsi può somigliare alla resa oppure alla decisione di non sacrificare tutto a un obiettivo ormai astratto. Non sono equivalenze perfette e il film non sempre le sviluppa fino in fondo, ma il conflitto c’è. E punge.

Poi c’è un dato della visione in sala che merita spazio: il gruppo di circa trenta giovani spettatori presente alla proiezione non ha tirato fuori lo smartphone nemmeno una volta. Non è una ricerca sociologica, ovviamente, e non trasforma automaticamente il film in un capolavoro. Ma resta un’osservazione significativa: questa storia spigolosa, tutt’altro che premurosa nel consegnare risposte, è riuscita a tenere concentrato proprio un pubblico vicino alla generazione che racconta.

Il ritmo, insomma, c’è. Non quello di una centrifuga che scambia il montaggio per la tachicardia. Quello di una situazione che cambia abbastanza da farti continuare a guardare, anche mentre non hai ancora capito dove stia andando.

«Da ragazzo volevo una strada tutta mia. Adesso vorrei almeno una piazzola e qualcuno che risponde al telefono.»

(Altra dichiarazione non autorizzata dell’automobilista.)

❌ Perché non guardare It Ends – Il sottotesto non è compreso nel telepass

Adesso mettiamo la freccia sui difetti, prima che qualcuno scambi l’entusiasmo per un abbonamento annuale all’indulgenza.

La qualità principale di It Ends è anche il suo ostacolo più ingombrante: trasforma una situazione concreta in un’esperienza da interpretare, ma non sempre rende immediatamente percepibile il passaggio. L’angoscia generazionale, il futuro diventato una superficie senza coordinate, il progressivo esaurimento delle aspettative arrivano soprattutto dopo. Quando ripensi alle scelte dei personaggi, colleghi le reazioni, rimetti in ordine ciò che durante la visione poteva sembrare soltanto un altro giro sullo stesso asfalto.

Questa risonanza differita è interessante. Non è, però, una giustificazione universale.

Se lo spettatore deve completare ogni circuito, a un certo punto viene il dubbio che la benzina dell’auto la stia pagando lui. Una sceneggiatura può lasciare aperto il significato e restare precisa sul piano drammatico. Qui, invece, alcuni passaggi rischiano di apparire più schematici che misteriosi: le persone tendono a diventare posizioni davanti all’assurdo, e qualche svolta sembra chiedere di essere interpretata prima ancora di essere stata pienamente sentita.

Non tutto ciò che resta oscuro è necessariamente profondo. E non ogni mancata spiegazione è un buco. Il problema di Ullom sta esattamente nel confine tra queste due possibilità: per buona parte del viaggio lo governa, in altri momenti lo lascia sfuocato.

L’intervista del regista conferma un interesse esplicito per le domande senza risposta e per la tensione tra il desiderio di fermarsi e l’obbligo narrativo di proseguire. Questo aiuta a comprendere l’impostazione, ma l’intenzione dell’autore non può fare da carro attrezzi a ogni incertezza del racconto.

Chi cerca un horror dalle regole definite, con indizi che convergono verso una spiegazione e un finale capace di chiudere il fascicolo, potrebbe quindi sentirsi preso in ostaggio. Non necessariamente perché è pigro. Magari vuole semplicemente un altro tipo di film. Uno spettatore può anche aver passato la giornata a risolvere problemi e non desiderare che il biglietto del cinema includa un turno aggiuntivo di interpretazione.

E c’è una differenza importante tra incuriosire e coinvolgere: It Ends riesce spesso nella prima operazione, non sempre con la stessa intensità nella seconda. L’idea regge, l’atmosfera tiene, ma la ripetizione ogni tanto mostra l’ossatura sotto la carrozzeria. Una premessa efficace che, prolungandosi, tende ad assottigliarsi.

Per questo non lo consiglierei indiscriminatamente. A chi accetta di ripensare un film dopo i titoli di coda può lasciare parecchio. A chi pretende che il significato arrivi insieme agli eventi, senza doverlo recuperare nel tragitto verso casa, rischia di offrire soprattutto frustrazione.

🌀 Extra: Analizziamo il finale – Forse il problema non era trovare l’uscita

🚗💨

⚠️ Attenzione: da qui alcuni dettagli del finale, necessari per discuterne il significato.

La cattiveria più riuscita di It Ends è questa: uno dei protagonisti arriva dove voleva arrivare e non sa più che farsene. Dopo aver consumato distanze assurde e sacrificato la compagnia dei suoi amici alla necessità di proseguire, trova un cartello che annuncia la fine della strada. Intorno, automobili abbandonate. Niente spiegone, nessuno sportello reclami dell’universo. Il percorso termina, ma la sua angoscia no. Praticamente quando raggiungi finalmente l’ufficio e scopri che potevi lavorare da casa, solo con conseguenze spirituali leggermente peggiori.

Quel parcheggio di carcasse è importante proprio perché lui non è il primo ad arrivare. Le altre auto suggeriscono che qualcuno abbia già inseguito la stessa promessa: andare abbastanza avanti da meritarsi una risposta. Il traguardo, invece, non consegna alcun premio. E rende improvvisamente discutibile tutto ciò che lui ha fatto per raggiungerlo. La sua ostinazione, che durante il viaggio potevamo scambiare per la qualità necessaria a salvarsi, mostra il conto: è arrivato fino in fondo, ma è arrivato solo.

Qui il film ribalta anche il nostro giudizio su chi ha scelto di fermarsi. Chi arriva al traguardo non sempre ottiene una rivelazione capace di dimostrare che lui avesse ragione e gli altri torto. Il suo crollo incrina quella divisione rassicurante tra chi combatte e chi si arrende. Continuare non era necessariamente la scelta più lucida. Poteva essere un altro modo di non affrontare la situazione, rimandando ogni decisione alla prossima curva.

Ma il finale vero non è il cartello. È l’inversione.

Il nostro malaugurato eroe riparte nella direzione dalla quale è arrivato. Un gesto che, dentro un film costruito sull’obbligo di avanzare, cambia il significato del movimento: tornare indietro non equivale più a perdere. Significa riconoscere che la direzione seguita fino a quel momento non bastava. La strada rimane la stessa; a essersi incrinata è la convinzione che percorrerla fino in fondo risolva automaticamente il problema.

L’incontro con un altro ragazzo lungo il percorso rende concreta questa trasformazione. Questa nuova presenza sale sull’auto e ricomincia a parlare, tornando a quella dimensione quotidiana che all’inizio sembrava semplice riempitivo tra amici. Dopo tutto quello che è successo, le chiacchiere cambiano peso. Prima servivano a passare il tempo. Adesso sono un modo per non lasciare qualcuno da solo dentro un’esperienza incomprensibile.

Ullom non ci garantisce che sia possibile recuperare ciò che si è perso, né che questa nuova compagnia interrompa l’incubo. Sarebbe troppo comodo, e il film di comodità ne concede meno di un sedile sfondato sulla linea notturna. Gli permette però di compiere una scelta diversa: non usare l’altro come passeggero provvisorio nella propria corsa verso la salvezza, ma riconoscerlo come qualcuno che sta attraversando la stessa paura.

È qui che il finale trova il suo piccolo spiraglio, senza trasformarsi in una pubblicità dell’ottimismo. L’ultimo dei nostri quattro protagonisti non ha imparato come uscire dalla strada. Ha forse imparato a non considerare irrilevante tutto quello che incontra mentre cerca di farlo. E dopo aver inseguito per un’eternità una risposta monumentale, si ritrova a fare qualcosa di minuscolo: fermarsi per una persona.

Io sulla Salaria continuo a non raggiungere questa maturità. Però, dopo il film, quello che mi chiede un passaggio mi sembra un po’ meno un peso. Poi dice «devo andare dall’altra parte di Roma» e ricomincia l’horror.

«La maturità è capire che non puoi controllare il traffico. La santità è non scendere dalla macchina.»

(Ultimo appunto prima dell’esaurimento.)

🎭 Conclusioni – Un buon film, purché non chiediate “quanto manca?”

It Ends è un esordio interessante e sufficientemente riuscito, sostenuto da un gruppo di interpreti credibile, da una gestione efficace della tensione e da un’immagine centrale abbastanza forte da continuare a lavorare dopo la proiezione. Il suo horror migliore non ha bisogno di saltarti addosso: ti lascia il sospetto di stare consumando energie per restare nello stesso punto.

Non tutto funziona allo stesso livello. La scrittura, nel difendere il proprio mistero, sacrifica a tratti chiarezza emotiva e sviluppo dei personaggi. E l’allegoria della crisi generazionale acquista consistenza soprattutto ripensandoci, più di quanto riesca sempre a imporsi mentre il film scorre. È un pregio per chi ama le opere che sedimentano. È un limite per chi, comprensibilmente, vorrebbe sentirne il peso senza doverlo prima ricostruire.

La mia è quindi una valutazione complessivamente positiva, ma con più di qualche ammaccatura: non un capolavoro da scortare a sirene spiegate, ma un piccolo horror con idee, personalità e abbastanza controllo da tenere gli occhi sullo schermo. Anche quelli di trenta ragazzi che, per una sera, hanno lasciato il telefono dov’era.

Io invece sono avanzato di due metri. Non so se sia crescita personale, ma ho pianto.

Er Frizione, automobilista romano, critico in folle e futuro caso umano all’altezza del raccordo.

Il film è al cinema dal 28 Ottobre con I Wonder Pictures.

Regia: Alexander Ullom Con: Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth, Mitchell Cole Anno: 2025 Durata: 89 min. Paese: Stati Uniti Distribuzione: I Wonder Pictures

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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