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Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave – Il Blu-ray Artus apre la porta al marcio migliore di Sergio Martino – Recensione

Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (Ton vice est une chambre close dont moi seul ai la clé): Il giallo più lurido, claustrofobico e felinamente perverso di Sergio Martino torna in Blu-ray francese con un restauro 2K che fa respirare muffa, velluto e delitto.

Ci sono ville che promettono riposo e silenzio. Poi c’è quella di Oliviero Rouvigny, dove ogni corridoio puzza di alcool, desiderio represso, violenza e segreti murati troppo in fretta.

Artus Films porta in Blu-ray in edizione francese Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, distribuito Oltralpe con il titolo Ton vice est une chambre close dont moi seul ai la clé, e confeziona un’edizione che non cerca scorciatoie: italiano originale, master restaurato in 2K, immagine finalmente degna della fotografia di Giancarlo Ferrando e un pacchetto di extra breve ma intelligentemente mirato.

Non è una release pensata per chi vuole tutto tradotto, doppiato e servito con il cucchiaino. Qui ci sono audio italiano e sottotitoli francesi, punto. Per il pubblico italiano è un limite materiale da dichiarare senza trucco, soprattutto per chi usa i sottotitoli per esigenze di accessibilità o non mastica il francese. Ma per il cinefilo che il film lo vuole ascoltare come uscì dalle viscere del nostro cinema di genere, Artus ha fatto la scelta giusta: la lingua originale è quella che conta. Il resto è arredamento.

“Il francese è utile quando la stanza è chiusa. Per gridare, invece, basta l’italiano.”

– Oliviero Rouvigny, guida pratica alla convivenza tossica.

🔥 Trama e Giudizio Sintetico: Una villa, un gatto e parecchie anime in decomposizione

Lo scrittore fallito Oliviero, interpretato da un Luigi Pistilli in stato di grazia tossica, vive con la moglie Irene (Anita Strindberg) in una grande villa veneta. Beve, umilia, tradisce, ospita festini squallidi e trasforma ogni dialogo in un’aggressione preventiva. Non è un marito: è una crepa nel muro che ha imparato a parlare.

Attorno a lui girano donne desiderate, maltrattate, tradite o semplicemente finite nel posto sbagliato. Quando una ex studentessa viene uccisa, Oliviero diventa il candidato naturale al ruolo di colpevole. L’arrivo della nipote Floriana, una Edwige Fenech bellissima e pericolosamente indecifrabile, fa saltare l’equilibrio già marcio della casa.

Da quel momento, la villa non è più un’abitazione: è una trappola a più piani, con porte che si chiudono, corpi che scompaiono e un gatto nero che sa più cose della polizia.

“La polizia cerca indizi. Il gatto li aveva già annusati tutti.”

Satanasso, consulente investigativo non retribuito.

Sergio Martino prende Edgar Allan Poe, gli toglie la polvere da biblioteca e gli infila addosso un accappatoio di raso, un bicchiere di whisky e un paio di guanti neri. Il racconto Il gatto nero non è un pretesto buttato lì per darsi un tono. È il midollo della faccenda: il protagonista divorato dalla propria degradazione, l’animale come spettro della coscienza, il cadavere nascosto dentro un muro e quella beffa finale che trasforma il crimine perfetto in una gabbia per idioti.

Il film, sia chiaro, non è un congegno narrativo senza sbavature. Il suo intreccio accumula macchinazioni, cambi di prospettiva, gelosie, sesso e interessi ereditari con l’eleganza di uno che svuota un cassetto sul tavolo. Ma quell’eccesso è anche il suo veleno migliore. Il tuo vizio… non vuole essere sobrio, non vuole rassicurare e non vuole fingere che i suoi personaggi meritino salvezza. Vuole lasciarli sguazzare nella loro miseria, finché l’odore non arriva allo spettatore.

Voto al film: 7,5/10.
Un giallo meno chirurgico di altri Martino, ma più malato, più umido e più memorabile. Una storia dove ogni personaggio sembra portare una chiave in tasca, ma nessuno sa più quale porta abbia il coraggio di aprire. 🐈‍⬛

“In questa famiglia l’eredità non si divide: si occulta dietro una parete.”

Notaio anonimo della provincia veneta.

👁️ Analisi Video: Il restauro che restituisce polvere, pelle e veleno

Artus Films presenta il film in 1080p, con rapporto d’aspetto originale 1.85:1, partendo da un master restaurato in 2K. E stavolta la parola “restauro” non serve a vendere una vecchia scansione passata sotto un filtro Instagram chiamato “Nostalgia da macello”.

L’immagine è molto convincente. La fotografia di Ferrando ritrova profondità, materia e una gamma cromatica che valorizza la natura ambigua del film: da una parte il calore erotico degli interni, della pelle e dei tessuti; dall’altra le ombre sporche, i corridoi freddi e gli spazi della villa che sembrano sempre pronti a inghiottire qualcuno.

La grana è presente, naturale, viva. Non balla sullo schermo come neve digitale e non viene cancellata da interventi di riduzione del rumore che avrebbero trasformato Edwige Fenech, Anita Strindberg e Luigi Pistilli in statue di cera. I primi piani mantengono consistenza, gli abiti recuperano trama, i legni e gli arredi della casa acquistano corpo. Finalmente si percepisce che quel luogo non è un set generico, ma una macchina visiva costruita per rinchiudere i personaggi nella loro stessa tossicità.

Le sequenze più luminose offrono colori ricchi, spesso sorprendentemente pieni per una produzione italiana del 1972. Le parti notturne, senza diventare nere come la coscienza di Oliviero, conservano un buon livello di leggibilità. Restano alcune inquadrature fisiologicamente più morbide, qualche passaggio con incarnati un filo caldi e lievi variazioni cromatiche. Roba del materiale e dell’epoca, non segnali di un master maltrattato.

Il quadro non è mai artificiosamente iperdefinito. E meno male. Un giallo del 1972 deve conservare il suo respiro fotografico, non sembrare una fiction da piattaforma girata ieri tra due macchine del caffè.

“La grana è la polvere del tempo. Se la spazzi via, resta solo un salotto senza delitti.”

Il gatto nero, critico di restauro analogico.
© Tutti i diritti riservati ai legittimi proprietari delle immagini.

🔊 Analisi Audio: Nicolai miagola nel mono, e si sente benissimo

Sul fronte sonoro Artus include la traccia italiana originale in Linear PCM 2.0 mono, accompagnata da sottotitoli francesi. È una pista che non tenta di mascherare la propria natura monofonica con finti effetti laterali da fiera del surround. Bene così: il mono, quando è trattato bene, non ha bisogno di fare il pavone.

I dialoghi sono ben leggibili e rimangono in primo piano anche nelle scene più dense di musica o rumori d’ambiente. La postsincronizzazione italiana degli anni Settanta è ovviamente parte del pacchetto: non la si elimina e non la si deve eliminare. È quella lieve sfasatura fantasmagorica tra voce e volto che rende certi gialli nostrani simili a un sogno febbrile. Se cercate il realismo documentaristico, avete sbagliato porta e probabilmente anche film.

La pulizia generale è più che soddisfacente. Non emergono fruscii costanti, dialoghi ovattati o distorsioni capaci di rovinare la visione. La dinamica resta coerente con i limiti di una colonna sonora mono, ma effetti e passaggi musicali hanno presenza e naturalezza.

A guadagnarci più di tutti è la colonna sonora di Bruno Nicolai, una lama rivestita di velluto. Il compositore alterna sensualità lounge, flauti, clavicembalo, basso elettrico, ritmi jazzati e scarti dissonanti che accompagnano il delirio senza mai limitarsi a sottolinearlo. Quando la musica si fa morbida, la villa sembra promettere piacere. Quando si spezza in suoni acidi e percussioni nervose, capisci che qualcuno sta per fare un errore irreparabile.

“La musica non accompagna l’assassino. Gli tiene la porta aperta.”

Una voce fuori campo, mentre Satanasso passa davanti alla cantina.

📀 Analisi Extra: Gli extra non affollano la casa, ma sanno perché sono lì

Gli extra non sono sterminati, e sarebbe inutile raccontarla diversamente. Il film ha meno materiale di approfondimento rispetto ad altri titoli di Martino trattati dalla label, ma Artus evita il riempitivo e punta su quattro contenuti che aggiungono qualcosa di concreto.

La presentazione di Sébastien Gayraud (14 min) è un’ottima porta d’ingresso critica. Il saggista francese non si limita a mettere etichette sul film: collega il giallo di Martino alla matrice gotica di Poe, all’erotismo torbido degli anni Settanta e al clima di perversione domestica che distingue questo titolo dal thriller urbano più convenzionale. Il suo intervento chiarisce perché quella villa funzioni come spazio mentale prima ancora che fisico: non una casa, ma una stanza chiusa dove vizio, rancore e colpa hanno già girato la chiave dall’interno.

L’intervista a Ernesto Gastaldi (23 min) è il piatto forte. Lo sceneggiatore racconta la genesi dell’operazione con la franchezza di chi ha attraversato il cinema di genere senza mai imparare a dire che va tutto bene. Parla dell’adattamento libero di Poe, della collaborazione con Martino, della natura commerciale dell’operazione e dell’origine dell’impossibile titolo. Non è un intervento celebrativo da red carpet: è una conversazione viva, diretta e, proprio per questo, preziosa.

Completano il menu una galleria di manifesti e fotografie e il trailer originale. Sono extra brevi, ma non sono rottami lasciati nel menu per allungare l’elenco. La galleria restituisce un po’ del fascino promozionale dell’epoca, mentre il trailer è una capsula di cinema exploitation: pochi minuti di tensione, pelle, mistero e titoli urlati con la discrezione di un coltello lanciato contro una porta.

“Il titolo era lungo perché il delitto aveva bisogno di spazio per respirare.”

Ernesto Gastaldi, confessione non autorizzata.

📦 Box: La stanza chiusa nella trilogia del vizio

Il legame con Lo strano vizio della Signora Wardh e Tutti i colori del buio non è narrativo. Non ci sono detective ricorrenti, collegamenti da fumetto o finali da incastrare con lo spago rosso sulla parete. È una trilogia ideale, costruita attorno alla collaborazione tra Sergio Martino, Edwige Fenech ed Ernesto Gastaldi, e unita da una stessa ossessione: il desiderio non come liberazione ma come trappola.

In Lo strano vizio della Signora Wardh, il corpo femminile è bersaglio, oggetto di ricatto e detonatore di paranoia. In Tutti i colori del buio, diventa il punto di passaggio fra trauma, occultismo e incubo. In Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, la formula cambia ancora: la perversione non si aggira soltanto nelle strade o nelle visioni, ma si siede a tavola con i protagonisti, beve con loro e li guarda marcire dentro una villa.

Il titolo stesso è un’autocitazione: la frase era già comparsa in Lo strano vizio della Signora Wardh, diventando qui una dichiarazione di poetica. La stanza chiusa è la cantina, è la villa, è il muro, ma soprattutto è la testa di Oliviero. Un posto dove non entra aria e da cui non esce nessuno pulito.

“Nel cinema di Martino il desiderio non suona il campanello: entra, beve tutto e lascia un cadavere in corridoio.”

Appunto trovato nel taccuino di un giallista troppo onesto.

Conclusioni: compratelo, ma non chiedetegli di parlare francese

Questo Blu-ray Artus Films è un’edizione consigliata. Non perché sia priva di difetti, non perché il film sia un capolavoro perfetto e neppure perché gli extra facciano esplodere il salotto. Va consigliata perché rispetta il film, ne valorizza le qualità visive e sonore e gli offre una presentazione all’altezza del suo status di culto malato del giallo italiano.

Il restauro 2K è il motivo principale dell’acquisto: l’immagine ha corpo, grana, colore e profondità. L’audio italiano in PCM mono è ben trattato, pulito e incisivo. Gli extra, pur non abbondanti, sono selezionati con criterio. L’unico limite importante resta la totale assenza di sottotitoli italiani: non un problema per tutti, ma una cosa da sapere prima di ordinare il disco e poi inveire contro il lettore Blu-ray come Oliviero contro il genere umano.

“Il disco non è muto. Siete voi che non avete studiato francese.”

Il lettore Blu-ray, poco diplomatico ma tecnicamente corretto.

Verdetto del Cinefilo Brusco: compra.
È il Blu-ray giusto per chi ama il giallo italiano con la polvere sulle scarpe, l’eros nel bicchiere e il gatto nero già appostato dietro il muro. Se cercate un thriller ordinato, rassicurante e moralmente presentabile, state alla larga. Se invece volete entrare in una villa dove ogni porta nasconde un delitto e ogni sorriso costa un funerale, Artus vi ha appena consegnato la chiave.

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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