Il diavolo veste Prada 2: Il ritorno dell’inferno fashion in formato TikTok, tra redazioni in fiamme e doppiaggi che fanno sanguinare le orecchie. 👠📱
🎥 Trama: Editoria in decomposizione e Reels letali
Uè, Hollywood ha un problema grosso come una borsa falsa comprata in autostrada. Quando mancano le idee originali, i produttori si mettono a scavare nei cimiteri dei successi passati per riesumare franchise belli e finiti, sperando unicamente di trascinare il pubblico in sala a colpi di nostalgia. Il diavolo veste Prada 2 nasce esattamente da questa pigrizia cronica, fa minga finta de nient (non facciamo finta di niente). La vera domanda che dovremmo farci è se questa accanita rianimazione cardiopolmonare sia davvero il modo giusto per salvare le sale cinematografiche, anche quando l’incasso finale sembra dare loro ragione.
La storia, roba da chiod, ci butta dritti nel dramma: la leggendaria Miranda Priestly (Meryl Streep) è alla canna del gas, puareta. La sua patinata “Runway” sta colando a picco, prosciugata dal tracollo finanziario dell’editoria tradizionale. Per non chiudere bottega, l’algida imperatrice del fashion deve mandare giù il rospo e chiedere ossigeno (e soldi della pubblicità) a un colosso del lusso guidato nientemeno che da Emily (Emily Blunt). Esatto, l’ex prima assistente perennemente a dieta ora ha il coltello dalla parte del manico, mentre la nostra cara Andy (Anne Hathaway) cerca di non affogare nel delirio dei media digitali contemporanei.
La trama di questo sequel cerca furbescamente di aggiornarsi, abbandonando i drammi del ceruleo per tuffarsi nel fango dell’era digitale, perché oggi nel prêt-à-porter l’è tüt un gran casin. La carta stampata rantola attaccata a un respiratore, mentre il film ci sbatte in faccia una verità innegabile:
Puoi scrivere l’articolo investigativo più intelligente e raffinato del decennio, ma avrà sempre meno risonanza di uno scandalo da quattro soldi su Instagram o di un balletto cringe su TikTok. Il messaggio c’è tutto, chiaro e spietato, anche se il film si guarda bene dallo scavare troppo in profondità, preferendo rimanere sulla superficie come una spuma per capelli a tenuta debole, te capì?
“Puoi scrivermi un pezzo da Pulitzer, ma se non fai tendenza su TikTok sei letteralmente spazzatura organica, barbùn!”
– Citazione non pervenuta nel copione, ma incisa a fuoco nell’anima del film.

✅ Cosa funziona in Il diavolo veste Prada 2: Vecchie glorie su tacchi a spillo
Se la pellicola si salva dal disastro e riesce persino a divertire, il merito è interamente di un cast che definire in palla è un eufemismo clamoroso. Rivedere Meryl Streep, Anne Hathaway ed Emily Blunt sullo stesso schermo è come ritrovare un rever di alta sartoria in un cesto dell’usato, che bèli tusann (che belle ragazze).
Sono tutte simpatiche, tutte straordinariamente brave come al solito, capaci di reggere un film che a volte scricchiola sotto il peso delle enormi aspettative. L’ironia di fondo funziona bene, punzecchiando la modernità senza mai scadere nella noiosa predica da boomer. È assolutamente apprezzabile il tentativo di mettere in scena il conflitto generazionale del giornalismo di moda, regalando sorrisi amari a chiunque abbia mai provato a lavorare in una redazione ai giorni nostri.
“Non è un sequel, càra la mia tusa (cara la mia ragazza). È una rapina a mano armata sponsorizzata da Prada.”
– Il pensiero fisso di ogni produttore seduto comodamente in poltrona.

❌ Perché non guardare Il diavolo veste Prada 2: Un doppiaggio che grida vendetta
Passiamo al tasto dolente, oltre all’operazione generale come abbiamo già detto, quello che fa fischiare le orecchie come un ago spezzato nella macchina da cucire, pòrca l’oca. L’adattamento e il doppiaggio italiano di questa pellicola hanno dei seri problemi di carburazione. Con tutto l’enorme rispetto per gli immensi professionisti delle nostre sale di doppiaggio, la prima parte del film è un piccolo calvario acustico. Abbiamo riscontrato un sonoro quasi ovattato, come se gli attori avessero recitato chiusi dentro un armadio della Rinascente.
L’inizio del doppiaggio dell’immenso Stanley Tucci è qualcosa che fa letteralmente accapponare la pelle, roba da cüdar via (roba da buttare via). L’effetto vocale lascia straniti, estraniando lo spettatore in un momento iniziale in cui dovrebbe essere agganciato alla narrazione. Per fortuna la situazione migliora nettamente col proseguire dei minuti e le voci ritrovano la loro naturalezza, ma il trauma acustico iniziale rimane scolpito nella memoria come una macchia di sugo su una camicetta di pura seta di Como.
“Il tuo tono di voce mi deprime, sembra che tu stia recitando dal fondo di un tombino in via Montenapoleone.”
– Quello che avrebbe detto Miranda Priestly al direttore del doppiaggio italiano.
🌀 Extra: Nostalgia Canaglia (Perché il primo capitolo era un altro sport)
Visto che ci manca clamorosamente la recensione sulle sacre pagine di DarumaView, è doveroso fare un piccolo passo indietro. Il diavolo veste Prada originale era un faro di cinismo meraviglioso in un oceano di commedie sdolcinate, on ver spetacul (un vero spettacolo). Funzionava alla perfezione perché ti faceva odiare e amare l’ambiente tossico del lavoro allo stesso identico tempo, creando iconografia pura con un semplice monologo sui maglioni infeltriti. Quel primo film aveva il coraggio di essere cattivo fino al midollo, mentre questo sequel cerca di accarezzare il pubblico per paura di farsi cancellare proprio da quei social che tanto critica. Manca un po’ di quella spietatezza chirurgica che aveva reso il prototipo una leggenda assoluta.
🎭 Conclusioni: Il trionfo dell’algoritmo
Alla fine della fiera, questo nuovo capitolo strappa qualche risata e si porta sudando poco a casa la pagnotta della visione senza troppa fatica mentale, menumal (meno male). È un film mediamente mediocre, perfetto per staccare il cervello e godersi due ore senza pensieri. Resta però il forte sapore amaro per un’industria cinematografica che sembra vivere solo di rendita, schiava dei vecchi successi e terrorizzata dal rischio di investire su idee nuove. Si esce dalla sala profondamente consapevoli che la magia originale è stata rimpiazzata da un algoritmo calcolato al millimetro. E stémm a vedé (e stiamo a vedere) cosa si inventeranno la prossima volta.
Giangaleazzo l’Ex Stilista Imbruttito.
Al cinema dal 29 Aprile con Dieney per 20th Century Studios.
Regia: David Frankel Con: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci Anno: 2026 Durata: 115 min. Paese: USA Distribuzione: Disney
Daruma View