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Hamnet – Nel nome del figlio – Un nome che attraversa il tempo, un’assenza che diventa eternità – Recensione

Hamnet – Nel nome del figlio: dal romanzo di Maggie O’Farrell, il nuovo film di Chloé Zhao: una storia di amore, perdita e memoria, dove il dolore si trasforma in creazione.

Ci troviamo nell’Inghilterra del XVI secolo, in un contesto rurale e sospeso, dove la natura accompagna ogni gesto umano. Agnes (Jessie Buckley) è una ragazza fuori dalle regole del villaggio: cresciuta a contatto con la terra, istintiva, osservata con sospetto e considerata “diversa”.

William (Paul Mescal) è un giovane uomo inquieto, senza una direzione definita, affamato di parole e di futuro, ancora lontano dal diventare lo scrittore che sogna di essere. Agnes e William si incontrano e si innamorano. Nonostante le differenze e l’opposizione delle famiglie, scelgono di sposarsi. Dalla loro unione nascono tre figli e un equilibrio fragile ma intenso. Spinto anche da Agnes, William parte per Londra per inseguire nel teatro una forma di compimento personale, lasciando lei a custodire la vita familiare nel villaggio.

La distanza diventa insopportabile quando una malattia improvvisa colpisce la casa e porta via Hamnet, il figlio undicenne. La perdita spezza la famiglia: Agnes affronta un dolore muto e viscerale, cercando nella natura e nell’istinto una via di sopravvivenza, mentre William, lontano, resta intrappolato nell’assenza e nell’impossibilità di tornare indietro.

Separati dal lutto ma uniti dall’amore per ciò che hanno perso, i due genitori cercano di restare in piedi mentre il tempo continua a scorrere. Il film racconta il vuoto lasciato dalla morte di loro figlio Hamnet e le forme che il dolore può assumere, esplorando la fragilità e la forza dei legami familiari di fronte all’irreparabile.

Hamnet e Hamlet erano due nomi dello stesso tempo. Uno apparteneva a un figlio. L’altro a una storia destinata a restare.

Cosa funziona in Hamnet – Nel nome del figlio

Maggie O’Farrell coglie l’intuizione di rileggere Amleto (Hamlet) come espressione di un dolore lancinante: la perdita di un figlio. Nel romanzo da cui il film è tratto, la scrittrice immagina ciò che la storia ha lasciato in silenzio: il dolore di Agnes Hathaway e il peso del lutto su un uomo destinato a trasformare quella perdita in una delle più grandi opere teatrali di sempre.  Chloé Zhao raccoglie questa intuizione e la traduce in immagini di luce, terra e vento, dando forma a un cinema che parla sottovoce ma incide in profondità, lasciando segni duraturi.

Zhao porta alle estreme conseguenze il percorso iniziato con The Rider e consacrato con Nomadland. Anche in HAMNET – Nel nome del figlio la regista lavora per sottrazione, affidando il racconto ai corpi, alla natura e ai silenzi. Qui il dolore diventa intimo, familiare, quasi sacro. Zhao osserva l’umano senza giudicarlo, accompagnandolo nella ricerca di un equilibrio possibile dentro la vita.

Straordinarie le interpretazioni. Jessie Buckley è il cuore emotivo del film, capace di incarnare un dolore viscerale e primordiale senza mai esibirlo. Paul Mescal, più trattenuto, rende credibile un lutto interiorizzato che trova espressione solo attraverso la creazione artistica. Colpisce anche la recitazione dei bambini (Jacobi Jupe nel ruolo di Hamnet; Olivia Lynes nel ruolo di Judith (gemella di Hamnet); Bodhi Rae Breathnach nel ruolo di Susanna), naturale e autentica, che rafforza la verità emotiva del racconto e conferma la straordinaria sensibilità di Zhao nel dirigere attori giovanissimi e non professionisti.

HAMNET – Nel nome del figlio sceglie di non spiegare. La poesia delle immagini è costruita con una delicatezza quasi sacra. Il ritmo è lento e necessario, perché il dolore non ha fretta. La regia di Chloé Zhao affida alla luce, alla natura e ai silenzi il compito di parlare al posto delle parole.

Ho amato l’intuizione da cui il film prende avvio: l’idea che Amleto sia il frutto di un dolore reale, che l’opera nasca da una perdita e da lì trovi il suo sviluppo. Non è una centralità rigida, ma un’origine fertile. La morte diventa così un pretesto creativo, un motore che attraversa il racconto senza schiacciarlo, permettendo al dolore di trasformarsi in forma, parola, rappresentazione: una modalità comunicativa da condividere, capace di restituire bellezza.

La messa in scena teatrale assume allora un valore potentissimo: il lutto trova voce e senso proprio nello spazio della creazione. Non è casuale che la scenografia sia il bosco, la foresta che era stata luogo dell’incontro e dell’innamoramento. Lo stesso spazio che ha visto nascere l’amore diventa il luogo della tragedia e della sua elaborazione, ricongiungendo vita e morte in un unico gesto simbolico. Per chi ama il teatro, questo passaggio è devastante nella sua bellezza: le passioni non cancellano il dolore, ma lo rendono attraversabile.

Il celebre monologo dell’“essere o non essere” assume qui un peso nuovo. Parole lette, studiate ed ascoltate mille volte tornano a risuonare con una forza sorprendente, a dimostrazione di quanto una tragedia possa essere continuamente riadattata senza perdere potenza. Il tempo agisce come uno spirito: cambia i contesti, ma non svuota il senso, lo rende carne, esperienza vissuta.

HAMNET – Nel nome del figlio ci mostra quanto l’arte nasca dal vivere, quanto la sofferenza possa diventare creazione, quanto sia fondamentale avere passioni per non soccombere. Soprattutto esalta un concetto che spesso evitiamo: la morte fa parte della vita. E solo imparando a darle spazio possiamo imparare a dare senso all’esistenza.

Quando si esce dal cinema resta una consapevolezza: la vita è un equilibrio continuo tra ciò che ci dona e ciò che ci toglie, e sta a noi trovare, ogni volta, l’assetto giusto.

La colonna sonora, firmata da Max Richter, accompagna il film con estrema discrezione e sensibilità. È una musica che non invade mai l’immagine, ma la sostiene, fatta di temi essenziali e sospesi, in perfetta sintonia con il dolore e la memoria. Proprio per questa delicatezza e profondità emotiva, il lavoro di Richter è stato anche candidato nella stagione dei premi, confermandosi come uno degli elementi più riconosciuti del film.

Perchè non guardare HAMNET – Nel nome del figlio

HAMNET – Nel nome del figlio non è un film per tutti, e non vuole esserlo. La sua narrazione è solida e coerente, ma sceglie di concentrarsi sul sentire emotivo più che sull’azione, privilegiando l’interiorità al movimento della trama. È un cinema che rifiuta le risposte immediate e l’intrattenimento facile, chiedendo allo spettatore una partecipazione più profonda.

Serve un’anima predisposta all’ascolto, una disponibilità interiore che non tutti sono pronti a concedere, perché il film lavora su corde intime e sottili che non sempre vengono riconosciute, ma che, una volta toccate, restano a lungo.

Conclusione

Quindi, se amate la poesia: mettetevi comodi. Assaporate l’epigrafe. E iniziate il viaggio.

È uno di quei film che ti incollano allo schermo e non ti lasciano nemmeno quando finiscono. Durante i titoli di coda si resta seduti, in silenzio, a lasciarlo entrare dentro, a degustarlo. Fa quasi impressione vedere chi si alza subito, perché non tutti hanno vissuto la stessa esperienza. Ma è proprio lì che nasce un’alleanza silenziosa con chi resta: la condivisione profonda di qualcosa che non si può spiegare, solo sentire.

HAMNET – Nel nome del figlio non consola. Trasforma. E quando esci dalla sala, senti forte la sensazione che tutto abbia un senso. Almeno, è questo che ho provato io.

Prodotto da Liza Marshall, Pippa Harris, Nicolas Gonda, Steven Spielberg e Sam Mendes, il film nasce dalla collaborazione tra Hera Pictures, Neal Street Productions, Amblin Entertainment e Book of Shadows.

Alla 98ª edizione degli Academy Awards (Oscar 2026) ha ottenuto 8 nomination: Miglior FilmMiglior Regia_Chloé Zhao – Miglior Attrice Protagonista_Jessie Buckley – Miglior Sceneggiatura non originale_Chloé Zhao e Maggie O’Farrell – Miglior Colonna Sonora Originale_Max Richter –Miglior Casting_Nina GoldMigliori Costumi_Malgosia Turzanska – Miglior Scenografia (Production Design)_ Fiona Crombie e Alice Felton.

Il film uscirà nelle sale italiane il 5 febbraio 2026 distribuito da Universal Pictures.

Regia: Chloé Zhao Con: Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Joe Alwyn Anno: 2025 Durata: 125 min Paese: Regno Unito / Stati Uniti Distribuzione (Italia): Universal Pictures

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