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Divine Comedy – Il DVD che porta la censura a spasso in Vespa – Recensione

Divine Comedy: Ali Asgari sfida il regime con una commedia nerissima, tra ironia, rabbia e cinefilia da sala proibita. Disponibile da Maggio con CG Entertainment e Teodora Film.

Divine Comedy entra in scena come un road movie urbano che si infila nella burocrazia iraniana con la delicatezza di un grissino che taglia il tonno Rio Mare. Qui il cinema non è ornamento da salotto: è ossigeno, e quando qualcuno prova a soffocarlo, il film risponde mordendo. Il clima, per capirci, è quello tossico e repressivo che i Confine fotografano bene in Tutorial, brano che qui uso come controcampo critico, non come parte del film.

🔥 Trama e giudizio sintetico – Un film che non chiede permesso

Bahram (Bahram Ark) è un regista scomodo per il regime e pure stufo di farsi dire di no da un sistema costruito apposta per umiliare chi prova a creare. Con Sadaf (Sadaf Asgari), produttrice tagliente e tenace, si mette in viaggio contro divieti, rinvii e quell’apparato di censura che funziona sempre con la grazia di un ascensore rotto.

Il film è lucidissimo, feroce e anche divertente nel modo più amaro possibile. Ti strappa un sorriso mentre ti fa capire quanto costa il diritto di esprimersi. Un percorso dantesco e metacinematografico a tappe tra inferno, purgatorio e una salvezza sempre rimandata, mentre la vicenda trasforma il gesto di “mostrare un film” in un atto di resistenza civile

Il paragone con Nanni Moretti ci sta per la nevrosi civile e per l’autocoscienza dell’autore che si guarda addosso senza pietà; quello con Woody Allen funziona per il dialogo brillante e per l’assurdo urbano, ma Asgari ha addosso una pressione molto più concreta, meno borghese e più pericolosa. Ne riparleremo nel capitolo dedicato in questa recensione.

“Vietato parlare, vietato urlare”

👁️ Analisi Video – Il DVD non mente senza trucco né miracoli

Il master video è discreto, e per un DVD già questo vale più di molte argomentazioni. Il formato anamorfico 1,85:1 tiene la scena con dignità, ma la definizione standard mette subito i paletti: dettaglio buono, non cesellato; compressione presente; resa complessiva corretta, senza illusioni da edizione che vuole sembrare più importante di quello che è.

Detto senza carezze inutili: non è un disco che lascia a bocca aperta, ma non combina nemmeno disastri. Fa il suo lavoro con onestà, e in un supporto in definizione standard è quasi un atto di buona educazione.

🔊 Analisi Audio – Quando il suono fa il suo dovere

Le tracce Dolby Digital 2.0 e 5.1 accompagnano la visione in modo più che adeguato: i dialoghi si capiscono bene e la resa generale regge. Il problema vero è il doppiaggio italiano, che suona un po’ spento, quasi trattenuto, come se avesse paura di alzare la voce in un film che invece la voce la usa eccome.

📀 Analisi Extra – Brivido zero

Signori: gli extra non esistono, c’è solo il trailer. E per un film così politico, così attaccato al presente e così pieno di letture possibili, è una mancanza che si sente. Un minimo di contesto su censura, produzione o cinema di Asgari avrebbe dato ossigeno al disco; invece resta tutto lì, come un’occasione mancata impacchettata in Amaray.

Il valore dell’edizione, quindi, sta quasi solo nel film che sarà per sempre nella vostra collezione e non soggetto agli umori degli algoritmi delle piattaforme digitali. Il trailer fa presenza, ma non costruisce nulla: è il classico contenuto che ti saluta alla porta e poi sparisce nel corridoio.

“Vietato protestare altrimenti mazzate”

🎭 Cinema, identità e sopravvivenza – Quando proiettare diventa respirare

Il cinema non come carriera, ma come forma di esistenza. Il monologo dei gemelli sulla visione di Matrix è il punto in cui l’opera smette di fare satira nera e mostra il suo cuore: il cinema diventa coscienza, vocazione, bisogno di dare una forma al mondo invece di subirlo in silenzio.

E allora il gesto di far proiettare il film in Iran assume un peso quasi fisico: non è vanità d’autore, è la possibilità di essere visti, riconosciuti, trattati come vivi. Quando ti negano lo schermo, ti stanno negando una parte della tua esistenza pubblica.

“Non ho bisogno di un tutorial”

🎬 Affinità e differenze – Moretti, Woody Allen e il coltello di Asgari

Il punto non è dire che Asgari “somiglia” a Moretti o a Woody Allen, ma capire come usa quella tradizione e dove la piega a suo vantaggio.

Con Moretti condivide la centralità dell’autore come soggetto esposto: ci mette l’ossessione, l’imbarazzo di chi fa cinema come forma di autocoscienza. Però Asgari toglie ogni residuo di comfort borghese: il suo autore non sta discutendo di sé in salotto, sta cercando di non farsi cancellare da un apparato che gli nega persino il diritto di mostrare l’opera.

Con Woody Allen il legame sta meno nei temi e più nel meccanismo: dialoghi rapidi, nevrosi urbana, personaggi che parlano per tenere lontano il vuoto e l’angoscia. Ma mentre Allen usa la battuta per alleggerire il peso esistenziale, Asgari lo fa per far emergere la gravità politica che sta sotto la superficie. La città, in Allen, è spesso un palcoscenico di intelligenze stanche; in Asgari diventa un labirinto amministrativo, una macchina che trasforma ogni incontro in una verifica, ogni spostamento in una concessione, ogni desiderio in una pratica da autorizzare.

La differenza decisiva è questa: Moretti e Allen lavorano sull’io, sull’identità, sull’inquietudine dell’individuo; Asgari invece prende quel registro e lo mette sotto pressione, dentro un contesto dove l’io non può nemmeno restare privato perché viene subito politicizzato.

Per questo il suo cinema è meno elegante e più tagliente: non riflette soltanto su cosa significhi fare cinema, ma su cosa costi farlo in un paese che considera l’immagine una minaccia. L’ironia, allora, non è stile: è tattica di sopravvivenza. E il film non ti invita a sorridere, ti costringe a capire che il sorriso è l’ultima lama rimasta.

Toc toc, chiè?”
“Polizia, le dobbiamo parlare”

📦 Box: Ma chi è questo Ali Asgari – Dal corto premiato al cinema sotto assedio

Ali Asgari nasce a Teheran e si forma anche in Italia, e questo già spiega una parte della sua lucidità nel leggere il rapporto tra individuo, società e istituzioni. I suoi primi lavori più noti sono i cortometraggi More Than Two Hours e The Silence, passati da Cannes e premiati nei festival, mentre The Baby approda a Venezia e fissa il suo sguardo secco sulle vite intrappolate in situazioni ordinarie ma velenose.

Con Disappearance firma l’esordio nel lungometraggio: è il film che consolida il suo interesse per la pressione sociale, la frizione tra regole e desideri, e quel clima in cui ogni scelta sembra già controllata prima ancora di essere compiuta.

Poi arrivano La bambina segreta e Kafka a Teheran, che spingono ancora più a fondo il discorso sulla vita sotto sorveglianza, sulla burocrazia come trappola e sulla normalità come territorio minato.

In Divine Comedy mette insieme tutto questo e lo asciuga ulteriormente: niente prediche, niente enfasi, solo personaggi costretti a negoziare con un sistema che rende ogni gesto una piccola forma di disobbedienza. E questa è la sua firma: precisione, ostinazione, niente sconti.

Conclusioni – Un DVD onesto, un film che brucia

L’edizione DVD fa il minimo sindacale con dignità: video discreto, audio sufficiente, extra ridotti all’osso. Niente fronzoli, niente manfrine da edizione che prova a sembrare prestigiosa con la faccia di bronzo.
Il vero motivo per portarselo a casa è il film, che è intelligente, politico e molto più vivo di tanti dischi costosi messi lì solo per fare scaffale.
Verdetto finale: da prendere per il film, non per il feticcio del supporto.
Chiosa brusca: il DVD non fa il miracolo, ma almeno non spegne l’incendio.

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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