Devilman – La saga demoniaca: Un demone dell’Inferno toscano, ancora amareggiato per non essere mai riuscito a possedere Dante Alighieri, sfoglia il saggio di Jacopo Mistè dedicato alla saga di Devilman: guida semiseria alla dannazione secondo Go Nagai.
Mi chiamo Malacoda. Sono un demone toscano, precisamente della zona in cui l’Inferno comincia a prendere confidenza con l’Arno. Per secoli ho tentato di compiere l’impresa più ambiziosa della mia carriera: entrare dentro Dante Alighieri, come Amon è entrato in Akira Fudo. Non ci sono riuscito.
Dante era già occupato a scrivere l’Inferno, aveva un’agenda complicatissima e, soprattutto, frequentava Virgilio. Io, al massimo, ho posseduto un notaio di Prato durante una riunione condominiale. Amon, invece, ha avuto molto più fiuto: ha scelto Akira, un ragazzo sensibile, impacciato e con un amico dai capelli troppo perfetti per essere rassicurante. Il resto è storia del manga, dell’animazione e della dannazione umana.
È con questo spirito, e con una certa invidia professionale, che mi sono avvicinato a Devilman – La saga demoniaca, il saggio scritto da Jacopo Mistè e pubblicato da Nippon Shock Edizioni. Un volume uscito il 29 settembre 2025, composto da 208 pagine, in formato 17 × 24 centimetri e proposto al prezzo di 21,90 euro.

Un viaggio nel cuore dell’oscurità
Il libro promette di attraversare l’intero universo demoniaco di Go Nagai, e la cosa interessante è che non si limita al manga originale di Devilman. Mistè affronta la saga nelle sue diverse incarnazioni, seguendo il personaggio attraverso manga, anime, OAV, sequel, spin-off e opere parallele.
L’ambizione è notevole. Devilman non è una creatura semplice da catalogare: nasce nel 1972 e, nel corso dei decenni, si trasforma continuamente, passando dall’horror alla fantascienza, dalla tragedia apocalittica all’erotismo, dalla satira alla pura spettacolarità mostruosa. Il manga originale fu pubblicato tra il 1972 e il 1973 e venne raccolto in cinque volumi.
Mistè prova quindi a mettere ordine in un universo che, per sua natura, ama procedere in direzione opposta. E qui devo riconoscere il suo coraggio: ho provato a ordinare le anime dannate per peccato capitale, ma dopo tre giorni avevo soltanto sette pile di persone arrabbiate.
“Amon ha fuso la propria essenza con Akira Fudo. Io tentai la stessa operazione con Dante, ma quello mi rispose che aveva già abbastanza diavoli da gestire.“

Amon, Akira e il problema dell’identità
Il cuore della saga resta naturalmente il rapporto tra Akira Fudo e Amon. Akira non diventa semplicemente più forte: viene contaminato, trasformato, dilaniato nella propria identità. Il corpo di Amon entra nel corpo di Akira ma la coscienza del ragazzo non scompare. Da quella collisione nasce Devilman: un essere sospeso fra uomo e demone, incapace di appartenere completamente a uno dei due mondi.
È una delle intuizioni più potenti di Nagai. Il demone non è soltanto il nemico da abbattere ma una parte rimossa dell’essere umano, la sua violenza, il suo desiderio, la sua paura e la sua capacità di sopravvivere. Akira diventa un uomo-diavolo proprio perché conserva una sensibilità umana: in lui la mostruosità non cancella l’umanità, la rende più dolorosamente visibile.
La formula potrebbe sembrare semplice: ragazzo buono, demone potentissimo, battaglia contro altri demoni, ma Nagai la porta verso la tragedia. Devilman è forte perché è diviso. E io, che sono stato diviso soltanto tra una ricevuta fiscale e una bolletta della luce, posso confermare che la scissione interiore non è mai una faccenda comoda.
Dante prima di Devilman
La parte più importante del discorso riguarda le fonti che hanno contribuito alla nascita dell’immaginario nagaiano. Tra queste, un ruolo fondamentale spetta alla Divina Commedia. Go Nagai ha raccontato di essere stato fortemente influenzato da Dante e, in particolare, dalle illustrazioni di Gustave Doré, compresa la celebre rappresentazione di Satana immerso nel ghiaccio dell’Inferno.
La mia carriera subisce un nuovo colpo. Non sono riuscito a possedere Dante, ma il sommo poeta è riuscito a possedere Go Nagai. E, attraverso Nagai, ha finito per possedere intere generazioni di lettori, spettatori, disegnatori e sceneggiatori.
La Divina Commedia non fornisce a Devilman soltanto un repertorio di demoni e paesaggi infernali. Offre soprattutto una struttura mentale: la discesa come viaggio di conoscenza, l’attraversamento di una realtà deformata, l’incontro con creature che sono anche allegorie, la confusione fra punizione, memoria e destino.
In Dante l’Inferno è un sistema cosmico ordinato, terribile ma leggibile. In Devilman, invece, l’ordine si spezza. I demoni riemergono dalla preistoria, gli esseri umani precipitano nel panico e la società si trasforma rapidamente in una macchina di sospetto e violenza. Nagai prende l’architettura dantesca e la fa esplodere nel mondo contemporaneo.
Mao Dante, il laboratorio del male
Prima di Devilman c’è Mao Dante, opera fondamentale per comprendere la genesi del progetto. È il laboratorio nel quale Nagai sperimenta l’idea di una creatura demoniaca enorme, cosmica e ambigua, collegata a un immaginario apocalittico e a una concezione del male tutt’altro che convenzionale.
Mistè dedica attenzione a questa genealogia e fa bene. Senza Mao Dante, il lettore rischierebbe di considerare Devilman un’apparizione improvvisa, come se Nagai avesse aperto una porta dell’Inferno e trovato già pronto il progetto definitivo. In realtà, la poetica dell’autore si costruisce per accumulo: miti classici, religione, cultura popolare, mostri, erotismo, fantascienza e tragedia si mescolano fino a produrre una forma narrativa nuova.
Mao Dante è più irregolare e meno compiuto di Devilman ma proprio per questo è prezioso. Permette di osservare il momento in cui Nagai comincia a interrogarsi sulla figura del demone come protagonista, sulla scala apocalittica del racconto e sul rapporto fra l’umanità e le forze che credono di poter controllare.
“In Devilman il confine fra uomo e mostro è sottilissimo. In Toscana, invece, basta mettersi in coda alla posta per avere qualche certezza in più.“
La mitologia entra nel manga
Go Nagai ha sempre avuto un rapporto intenso con la mitologia classica. In una conversazione dedicata alla sua opera ha ricordato l’importanza della cultura italiana, della Divina Commedia, delle sculture romane, del Rinascimento e del cinema italiano nella sua formazione.
Queste influenze non restano decorative. In Devilman il mito diventa una struttura viva, un modo per raccontare il presente. I demoni sembrano appartenere al passato remoto della Terra, il loro ritorno produce effetti modernissimi: paura collettiva, manipolazione delle masse, isteria, militarizzazione e dissoluzione dei legami sociali.
È questo il passaggio che rende la saga più profonda di un normale racconto di mostri. Il vero orrore non è soltanto il demone con le ali, le corna o la lingua sproporzionata. Il vero orrore è ciò che gli esseri umani fanno quando credono di essere circondati da demoni.
E lo so bene. Una volta mi sono presentato a Siena con due corna e una coda: mi hanno scambiato per una maschera medievale e mi hanno invitato a una rievocazione storica. L’umanità è davvero difficile da impressionare.
L’orrore secondo Nagai
Il volume mostra come Devilman si muova fra generi diversi. C’è l’azione dei combattimenti ma anche il terrore fisico, la deformazione del corpo, il desiderio, il trauma e la tragedia sentimentale.
Nagai non separa mai davvero il mostruoso dal sensuale. I demoni hanno corpi eccessivi, carnali, spesso erotici e grotteschi allo stesso tempo. Il disegno non cerca un’idea rassicurante della bellezza: la trasforma, la torce, la porta verso una dimensione inquietante.
Questa fusione di orrore ed erotismo è essenziale per capire la forza delle sue creature. I demoni non sembrano semplicemente “cattivi” perché hanno un aspetto brutto. Sono seducenti, vitali, liberi, violenti. Possiedono una fisicità che l’umanità civilizzata tenta di reprimere.
Devilman, però, non coincide con quella libertà. Il suo dramma consiste nel dover utilizzare la potenza demoniaca senza lasciarsi divorare completamente da essa. Amon gli offre il corpo del combattente; Akira conserva la coscienza, la pietà e l’amore. È proprio questa convivenza impossibile a trasformare il protagonista in una figura tragica.
“Go Nagai ha guardato l’Inferno di Dante e ha pensato: “Bello, ma proviamo ad aggiungerci mutazioni, apocalisse e un paio di demoni con troppe appendici”.“
Dalla tragedia alla proliferazione
Uno dei meriti del tomo è seguire anche la proliferazione successiva dell’universo di Devilman. Il personaggio non resta confinato nel racconto originario ma viene ripreso, modificato e ampliato in opere come Devilman Lady, Violence Jack e altri capitoli della produzione nagaiana.
Devilman Lady (Devillady) permette di osservare una nuova declinazione del rapporto tra corpo, identità e mostruosità. La trasformazione demoniaca assume una dimensione fortemente legata alla sessualità, alla violenza e alla percezione del corpo femminile, mantenendo però il nucleo inquieto dell’opera originale.
Violence Jack, invece, radicalizza il paesaggio post-apocalittico. Qui il mondo è già precipitato oltre il punto di ritorno, e la civiltà sopravvive come un relitto popolato da bande, tiranni, vittime e creature gigantesche. Le analisi dedicate ai tre OAV di Violence Jack costituiscono uno degli aspetti più interessanti del volume.
Per me, Violence Jack è un’opera particolarmente istruttiva: dimostra che quando l’Inferno arriva sulla Terra non sempre si presenta con fiamme e forconi. A volte arriva con una pessima gestione urbana, infrastrutture distrutte e gente che urla senza aver letto il regolamento condominiale.
Un’opera ampia e documentata
Il saggio sembra privilegiare la completezza. Non si limita a commentare i titoli più noti ma cerca di ricostruire la rete di opere, adattamenti e variazioni che compongono l’universo demoniaco di Nagai.
Questo approccio è prezioso per il lettore che desidera andare oltre il manga originale e la serie televisiva degli anni Settanta. Devilman è diventato un sistema di rimandi: ogni nuova versione dialoga con le precedenti, le corregge, le semplifica o le estremizza.
Il rischio di un’indagine così vasta è la dispersione. Quando si affrontano manga, anime, OAV e opere collaterali, non tutti i capitoli possono avere la medesima profondità. Ma l’ampiezza rimane uno dei punti di forza del volume, soprattutto per chi vuole una guida organica al percorso del personaggio.
Le note e le schede tecniche degli anime citati contribuiscono inoltre a dare al libro un’utilità documentaristica, con informazioni relative a date, studi di animazione e staff coinvolto.

Anche gli adattamenti italiani
Un aspetto interessante è l’attenzione riservata agli adattamenti italiani. Devilman in Italia non è mai arrivato come un oggetto neutro: è stato rimontato nella memoria collettiva dalle trasmissioni televisive, dal doppiaggio, dai titoli, dalle edizioni manga e dalla celebre sigla dei Cavalieri del Re.
La sigla italiana, composta da Riccardo Zara e interpretata dai Cavalieri del Re, presenta Devilman come un “grande uomo diavolo”, ma lo trasforma anche in una figura quasi eroica e sentimentale. È una lettura diversa da quella più cupa e tragica del manga, ma ha avuto un ruolo decisivo nella percezione italiana del personaggio.
La televisione ha così prodotto un Devilman familiare e avventuroso, mentre il manga di Nagai conserva una violenza più radicale, soprattutto nella parte finale. Il saggio, affrontando anche gli adattamenti e le edizioni italiane, consente di osservare questa distanza fra l’opera originale e il modo in cui è stata ricevuta nel nostro Paese.
“Il problema dei demoni non è avere le corna. È trovare un corpo ospite con un minimo di carisma: Akira Fudo sì, il mio ultimo candidato no.“
Il Giappone e l’Italia dell’Inferno
Uno degli elementi più affascinanti di Devilman è la sua natura ibrida. L’opera è profondamente giapponese per ritmo, sensibilità grafica e rapporto con il manga popolare ma è attraversata da immagini occidentali: Dante, Satana, l’Apocalisse, la pittura rinascimentale, la scultura classica e il cinema italiano.
Nagai non copia queste fonti. Le assimila e le ricompone secondo una logica personale. Il risultato non è una versione giapponese dell’Inferno dantesco ma una nuova mitologia, nella quale Dante, Amon, gli angeli e i demoni convivono con studenti delle scuole superiori, laboratori scientifici, città moderne e masse televisive.
Da demone toscano, questa cosa mi mette in una posizione complicata. Da una parte sono orgoglioso che l’Italia abbia contribuito alla nascita di un simile capolavoro. Dall’altra mi domando perché nessuno abbia mai pensato a un fumetto nostrano intitolato Malacoda – Il ritorno del contrattualista. Forse perché, a differenza di Amon, non ho mai avuto un buon agente.
Signor giudice
Devilman – La saga demoniaca è un saggio consigliabile a chi desidera comprendere non soltanto la storia di Devilman ma l’insieme delle idee, delle immagini e delle opere che hanno reso possibile la sua nascita e la sua lunga sopravvivenza.
Il pregio principale sta nella volontà di considerare Devilman come un’opera in movimento. Non una semplice serie di combattimenti contro mostri ma un crocevia nel quale confluiscono Dante, la mitologia classica, l’orrore, la fantascienza, la cultura popolare e una profonda inquietudine nei confronti dell’essere umano.
Jacopo Mistè costruisce una guida ampia, utile soprattutto a chi conosce già il personaggio ma vuole ricollocarlo dentro la produzione di Go Nagai. Il volume non sostituisce la lettura delle opere originali, e non potrebbe farlo: serve piuttosto a riaccendere la curiosità, a suggerire percorsi e a mostrare quanto sia vasto il territorio che si estende dietro il nome Devilman.
Io, personalmente, continuo a non riuscire ad entrare dentro Dante Alighieri. Però, dopo aver letto questo libro, ho capito che forse il problema non era la tecnica di possessione. Era il progetto. Amon aveva Akira Fudo; io mi ero presentato da Dante senza neppure portare una scaletta.
E così, mentre l’Apocalisse si avvicina, mentre Akira combatte, Ryo osserva e Amon ruggisce dentro un corpo umano, non mi resta che congedarmi come ogni demone italiano rispettabile, intonando la nostra preghiera nazionale dell’inferno televisivo:
“Devilman… grande uomo diavolo… Devilman…”
Sottovoce, naturalmente. Ho ancora qualche vicino umano da tormentare.
Daruma View 