Cape Fear: L’evocazione diabolica di chi non può espiare le proprie imperdonabili colpe e può soltanto esorcizzarle nel proprio ferale tormento, nel turbamento e nell’ossessivo tormentare, spiando il suo nemico riflesso
Oggi recensiamo l’attesissima, da noi largamente apprezzata, miniserie tv Cape Fear, che ha debuttato su Apple Tv+ lo scorso 5 giugno e che è proseguita, regolarmente distribuita sulla suddetta piattaforma, nei suoi dieci episodi dalla durata di circa un’ora ciascuno, con cadenza settimanale sino alla fine di luglio.
Rifacimento televisivo delle due celeberrime precedenti versioni cinematografiche, qui mutuate con opportuni aggiornamenti e variazioni tematiche, ovverosia quella del ’62 con Robert Mitchum per la regia di J. Lee Thompson e quella del ’91 con Robert De Niro, diretta da Martin Scorsese, entrambe con protagonista Max Cady, questa nuova incarnazione vede nei panni del tormentato personaggio un possente, inedito e titanico Javier Bardem (Non è un paese per vecchi, Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar).
Un “moderno” adattamento dell’omonimo libro d’ispirazione sia del capostipite sia dei successivi remake, incluso quello da noi disaminato, firmato da John D. MacDonald e stavolta trasposto in immagini di grande impatto estetico da una compagine di cineasti diversi, alternatisi a seconda delle puntate.
Fra questi, in prima linea, troviamo Amanda Marsalis con Phantom Sensations, forse l’episodio più suadente, “fantasmatico” e conturbante, impreziosito dal folgorante ritorno della “rediviva” Juliette Lewis, alias la memorabile Danielle della versione scorsesiana, qui nei panni di Crystal Delilah, la “sorella” internata di Cady.
E Morten Tyldum (The imitation Game), regista che imprime l’adrenalinico “la” alla prima, sussultante puntata.
Cape Fear è stata concepita, patrocinata e prodotta da Nick Antosca, grande estimatore del romanzo poc’anzi citato, assieme al già nominato Scorsese, Steven Spielberg (Disclosure Day, La guerra dei mondi) e a una folta schiera di finanziatori, fra cui lo stesso Bardem, Tyldum e la splendida coprotagonista femminile Amy Adams (La donna alla finestra).
Dopo questo nostro preambolo informativo, forse un po’ pedante ma necessario, entriamone nel vivo, narrandone sinteticamente innanzitutto la trama. Una panoramica riassuntiva che eviterà però spoiler controproducenti, lasciandovi scoprire le tante sorprese in cui v’imbatterete:
Dopo i magmatici e suadenti titoli di testa, accompagnati da una fotografia in negativo tenuemente saturata in picchi variopinti e da veloci frame a base di fuochi pirotecnici, l’immagine si diluisce e si mescola a tonalità rosso cremisi, quasi fosse sangue purpureo e cristallino zampillante.
A completare l’atmosfera troviamo l’angosciante colonna sonora, parzialmente riciclata da Jeff Russo, del compositore originale Bernard Hermann (Taxi Driver).
Pienamente immersi in vividi colori, veniamo accolti e catapultati all’interno del cortile della fastosa villa della famiglia Bowden, riunita con gli amici per festeggiare il 4 luglio, ovverosia l’anniversario dell’Indipendenza statunitense.
Il ricco nucleo familiare è composto dai coniugi Tom (Patrick Wilson) e Anna (Adams), con i figli Natalie (Lily Collias) e il problematico Zack (Joe Anders), adolescente in piena crisi esistenziale e già tossicodipendente.
Natalie, invero, non è la vera figlia biologica di Tom, che dunque ne è il patrigno.
Tom e Anna s’innamorarono anni addietro quando, schierati su fronti opposti in aula di tribunale, si confrontarono sul caso d’omicidio riguardante Max Cady (Bardem). Anna fu la sua avvocatessa difensora, Tom il procuratore della controparte accusatoria.
Cady fu dapprima condannato all’ergastolo, in modo per lui estremamente sfortunato, e poi, dopo diciassette anni di calvario fra le sbarre e un inferno vissuto sulla propria pelle e soprattutto nella propria anima, fu scagionato a sorpresa.
Si scoprì infatti tardivamente che l’assassino della donna uccisa non era affatto lui.
Chi travisò tutto? Chi occultò le prove o forse manipolò i misfatti?
Cady è realmente innocente?
Tom e Anna, invece, all’epoca dell’increscioso fatto omisero alcune sconcertanti verità e celano tuttora, mentendo perfino a sé stessi, ciò che forse di comune accordo pattuirono e architettarono?
Ora uscito dal carcere e riagguantata la libertà agognata per tempo immemorabile, l’innocente Cady si vendicherà dei Bowden, terrorizzandoli lentamente con una brutalità tanto spietata quanto “saggiamente” malvagia?
Renderà loro pan per focaccia oppure agirà in modo serpentesco, diplomatico solo in apparenza, ma ancora più calcolatore e gelidamente terrificante?
Come andrà a finire questo biblico e viscoso contenzioso, questa logorante sfida (im)morale e umanamente soffocante?
Tom ha inoltre una sexy amante “proibita”, bella da morire: la fulva e furba collega Lexi (Margarita Levieva, The Lincoln Lawyer), ma sua moglie non lo sa…
Chi è Nevaeh Valentine (Malia Pyles)?
L’irrequieta, lesbica e manipolabile figlia naturale di Cady?

Cosa funziona in Cape Fear
In quest’affascinante adattamento televisivo, come già vi sarete accorti anche solo leggendoci, sono parecchi i cambiamenti apportati rispetto alla novella originaria e, di conseguenza, le rilevanti “discrepanze” in confronto alle precedenti versioni cinematografiche sopra accennate.
Innanzitutto salta subito all’occhio il fatto che stavolta la vittima del carnefice Cady non sia più solamente il suo ex avvocato, bensì soprattutto la sua avvocata, ormai sposatasi nientepopodimeno che con colui il quale si batté in tribunale per infliggergli la tremenda pena detentiva.
Dunque le vittime designate della livorosa rabbia di Cady, alla fin fine, diventano entrambi i coniugi e, conseguentemente, anche i loro figli.
Sostanzialmente fu così anche nelle versioni precedenti, poiché Cady, “da che mondo è mondo”, non poté e non può agire diversamente. Egli fu ed è giocoforza obbligato ad allargare la propria ira punitrice e recriminante per l’irreparabile torto subito all’intera famiglia Bowden, colpendone ogni elemento e componente.
Attenzione, però.
Qui mutano drasticamente la prospettiva e i ruoli, che risultano così invertiti.
Viene adottato spesso il punto di vista non tanto di Cady, quanto di Anna, la vera responsabile della disgrazia occorsa all’uomo.
Quest’ultima, nel tentativo di difendersi dalle intimidazioni perpetrate contro di lei, finisce a sua volta per trasformarsi, talvolta in modo ponderato e riflessivo, altre volte istintivamente, in una sorta di tormentatrice persino di sé stessa.
È infatti assillata da esiziali e perenni dubbi etici riguardo alle sue scellerate e affrettate azioni passate, che la perseguitano e la consumano vita natural durante, in modo costante e spossante.
Cosicché Cape Fear risulta in gran parte “femminista”, ponendo al centro, altresì, due uomini rivali e “machi”, antagonisti e in lotta fra loro per ragioni antitetiche, eppure speculari e paradossalmente affini.
È la moglie di Bowden a difendere il proprio uomo e non viceversa, mentre Cady non è più soltanto un semplice babau stalker.
Egli diviene lo specchio del male ricevuto: colui che lo ha subito, resistito, restituito e fatto sì che fosse ricordato, mai definitivamente sepolto.
Una sorta di salvifico e al contempo mefitico fantasma evocativo, enigmatico, riemerso dalle tenebre delle anime dannate e imperdonate, compresa innanzitutto la propria.
È l’incarnazione della spettrale paura livida, la simbolizzazione stessa del titolo della serie da lui impersonata.
La domanda che molti cinefili si posero inevitabilmente fin da quando fu annunciata la realizzazione di questo progetto, e che ancora si porranno dopo la visione, fu spesso questa: Bardem reggerà il confronto, nella sua incarnazione di Max Cady, con i mostri sacri Mitchum e De Niro?
Asseriamo, verghiamo, declamiamo ed esclamiamo noi a viva voce che Bardem è grandioso.
La sua prova è infatti, a nostro avviso, fascinosa e di grande valore: sapientemente istrionica e gigionescamente flamboyant, in modo ipnotico.
Bardem ha saputo rivivificare il personaggio di Cady con classe, eclettismo e originalità, donandogli una forma e una luce corrusche.
Chapeau!
È inoltre sostenuto da un parterre de rois altrettanto all’altezza, nel quale rifulge Adams e spicca la sottigliezza interpretativa di un Wilson mai così bravo e “sfumato”.
Anche se, a nostro avviso, la migliore di tutti è una magnifica Collias.
Levieva, inoltre, compare per poco e solamente in due puntate, ma la sua carica erotica impressiona con immediatezza.
Giocando di parole, per dirla in americano, Cape Fear è un remake remarkable, ovvero rimarchevole.
Sebbene non sia privo di qualche veniale difetto, che evidenzieremo più avanti…

Perché non guardare Cape Fear
10 episodi, corposi peraltro anche a livello di minutaggio e spesso caratterizzati da una forte componente introspettiva, dunque ricchi di dialoghi e soltanto a tratti intervallati da scene concitate, sono oggettivamente troppi.
Cape Fear avrebbe giovato di un deciso lavoro di cesello e andava sensibilmente accorciata.
I colpi di scena sono sì sbalorditivi, ma costruiti a tavolino e, col procedere della narrazione, finiscono paradossalmente per diventare prevedibili.
Cape Fear contiene, come una matriosca narrativa, tante microstorie all’interno di quella principale e portante, ma le incongruenze e i buchi narrativi risultano vistosi e difficilmente difendibili.
Juliette Lewis è sgualcita, isterica e folle comme d’habitude, ma la sua presenza resta impalpabile, così come quella “insignificante” di Anders e di Jamie Hector (We Own This City) nei panni, peraltro poco comprensibili, dell’amico investigatore Ray Rawlins.
Stendiamo poi un velo pietoso sulla partecipazione “straordinaria” di Ron Perlman (Il nome della rosa), straordinaria soltanto in senso ironico, scandalosamente sprecato nel ruolo dello scellerato padre di Cady, Robert.
Ciononostante, Cape Fear ammalia e, nella sua complessiva amalgama, turba e colpisce con furia.
Regia: Morten Tyldum, Amanda Marsalis, S.J. Clarkson, Reed Morano (e altri registi per x episodi) Con: Javier Bardem, Amy Adams, Patrick Wilson, Lily Collias, Joe Anders, Jamie Hector, Malia Pyles, Juliette Lewis, Ron Perlman Anno: 2026 Durata: 10 episodi (circa 49-55 minuti ciascuno) Paese: Stati Uniti Distribuzione: Apple TV+
Daruma View
Bravissimo Stefano!!