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Buen camino – Zalone torna in pellegrinaggio sul politically scorrecto

Buen camino: Zalone torna con una satira sul pellegrino viziatao. Famiglia e stereotipi italiani messi alla berlina con leggerezza.

😀 Trama con lo zainetto di Vuitton

In Buen camino Checco Zalone è Checco, erede miliardario di un’azienda di divani che ripete orgoglioso che “tutto ciò che possiede è frutto di sessant’anni di sacrifici e duro lavoro… di suo padre”, mentre lui il massimo sforzo lo fa scegliendo il colore della Ferrari per il Cammino di Santiago. Quando la figlia Cristal (Letizia Arnò) fugge di casa con un documento tarocco per partire per il Cammino, il nostro eroe decide di inseguirla armato di ego, parrucchino e carta di credito illimitata, convinto di poterla riportare indietro a colpi di regali e discoteche.​

L’incontro con i pellegrini guidati da Alma (Beatriz Arjona) trasforma il Cammino di Santiago in un reality sulla disintossicazione dell’italiano benestante: niente suite, solo ostelli, vesciche ai piedi e umiliazioni pubbliche che culminano con la Ferrari sventrata dai tori a Pamplona e il parrucchino volato via come la sua dignità da “uomo di successo”. In mezzo, la ex moglie Linda (Martina Colombari), ex modella riciclata attrice disoccupata, e il compagno regista palestinese Tarek (Hossein Taheri) aggiungono quel tocco di “famiglia moderna da apericena radical chic” che fa da perfetto contraltare al machismo spaesato di Checco.

«Il Cammino di Santiago in Ferrari?Questo è il Cammino di Maranello: più comodo e più bello.»

😂 Cosa funziona in Buen camino: il Cammino di Maranello

La coppia ZaloneGennaro Nunziante torna a fare quello che sa fare meglio: costruire un personaggio che è un catalogo vivente di difetti dell’italiano medio e fargli dire tutto ciò che l’italiano medio pensa, ma finge di non pensare per non rovinare il pranzo di Natale. Checco è vanitoso, classista, ossessionato dai comfort e terrorizzato dall’idea che qualcuno gli tocchi il patrimonio; eppure ci si ride sopra perché la sua arroganza è sempre un passo più in là di noi, abbastanza esagerata da farci sentire migliori, ma abbastanza familiare da farci venire il dubbio di averla sentita al bar sotto casa.​

L’umorismo “cazzone” funziona proprio nel contrasto tra la spiritualità da brochure del Cammino e l’approccio da vacanza organizzata: il pellegrino che misura tutto in stelle su Booking, che chiede il Wi Fi prima del timbro sulla credenziale, che guarda la folla di caminanti e sentenzia «Questi non sono pellegrini, siete malati psichiatrici». Le battute scorrette non cercano di fare la morale, ma rivelano la pochezza di un uomo che entra nella maturità “con un dito nel culo”, come sintetizza la visita medica più citata del film, in un colpo solo volgare, lucidissimo e tristemente autobiografico per metà platea.​​

Rispetto a Tolo Tolo, esordio alla regia di Luca Medici (in arte Zalone) che si buttava a pesce sul tema dell’immigrazione prendendo chiaramente posizione dalla parte dei migranti, Buen camino sceglie un conflitto più intimo ma non meno scivoloso: la paternità tardiva di un privilegiato che ha passato la vita a ridere del mondo e adesso deve fare i conti con una figlia che chiede autenticità invece di regali. Il politico qui filtra nel privato: l’uomo che si crede superiore perché ricco scopre sul Cammino che gli unici “confini” che contano sono quelli che ha messo tra lui e le persone che dovrebbe amare.

«Dottore, io non sono pronto. Potrei scegliere il dito?»

🙄 Perché non guardare Buen camino: pellegrini si nasce, fan di Zalone si diventa

Chi cerca il Checco Zalone più feroce e iconoclasta potrebbe sentire il colpo della maturità: il film addolcisce certi spigoli e preferisce far ridere “con” il personaggio piuttosto che “di” lui fino in fondo, sacrificando a tratti quella cattiveria che lo aveva reso un unicum nel panorama della commedia italiana recente. Alcune gag sembrano ricalcare schemi già visti, dal pesce fuor d’acqua catapultato nel disagio al miliardario spaesato tra gli umili, con il rischio che il pubblico che conosce a memoria la filmografia di Zalone percepisca la sensazione di una comfort zone più che di un salto nel vuoto.​

Anche il racconto del Cammino, tra selfie, droni sui paesaggi e momenti edificanti annunciati dai violini, a tratti sfiora la cartolina spiritual pop: chi ha davvero camminato verso Santiago potrebbe storcere il naso davanti a qualche scorciatoia emotiva, soprattutto quando la commozione spinge forte e la comicità rallenta. Ma il film resta coerente con il suo protagonista: non promette un’illuminazione mistica, semmai un lento, goffo ridimensionamento del proprio ego, con qualche inciampo di sceneggiatura che però non rovina il piacere di vedere Zalone tornare a fare cinema popolare per le masse natalizie.

«Tutto questo in discoteca non accade.»

😊 Conclusioni: buon cammino, cattiva coscienza

Buen camino non è la reinvenzione di Checco Zalone, è il suo naturale invecchiamento: meno pugni nello stomaco, più gomitate nelle costole, ma la stessa capacità di fotografare un pezzo di Paese che ride forte per non sentirsi messo sotto accusa. Il ritorno accanto a Gennaro Nunziante restituisce ritmo, tempi comici e quell’arte di trasformare il viaggio di un cretino egocentrico in una mappa dei nostri piccoli egoismi quotidiani, dal parcheggio in doppia fila alla paura di dire “ho sbagliato” ai figli.​

Si esce dalla sala con in testa le canzoni, alcune battute da citare compulsivamente al lavoro e la vaga sensazione di aver riso di un Checco che, sotto sotto, somiglia troppo a noi per stare davvero tranquilli. E se il Cammino di Santiago non renderà santi, almeno regala al cinema italiano un’altra tappa di quel pellegrinaggio popolare in cui ridere degli italiani resta il modo più italiano per provare, timidamente, a cambiarli.

«Io non ho bisogno di niente. Tranne del Wi Fi dell’ostello.»

🎬  Box: il cinema popolare italiano, ovvero come ridere sentendosi colti

Il cinema popolare italiano è quella creatura mitologica che deve incassare da blockbuster e al tempo stesso sentirsi in colpa se non dice qualcosa “di importante”. Così da Totò ai cinepanettoni, fino a Checco Zalone, la commedia ha sempre camminato sul filo: una battuta di pancia, subito dopo un’osservazione sociale più lucida di qualsiasi talk show in seconda serata.​

Negli ultimi anni, film come Quo vado? Tolo Tolo hanno dimostrato che si può parlare di pubblico impiego, razzismo, immigrazione e privilegi senza diventare un seminario universitario, facendo ridere platee enormi che magari altrimenti a quel dibattito non si sarebbero neanche avvicinate. Buen camino si inserisce in questa tradizione: usa il road movie, il family drama e la satira dell’italiano arricchito per costruire un racconto immediato, digeribile, ma attraversato da domande scomode su responsabilità, crescita personale e incapacità cronica di rinunciare a qualcosa che non sia uno sconto sul divano.​

Chi liquida il cinema popolare italiano come “solo cinepanettoni” si perde il gusto di una tradizione che ha sempre usato la risata come cavallo di Troia per infilarsi dove il cinema d’autore, da solo, non arriverebbe mai: nei salotti del pubblico che va al cinema a Natale per abitudine, e torna a casa con un dubbio in più mascherato da tormentone.

Al cinema dal 24 dicembre con Medusa Film.

Regia: Gennaro Nunziante Con: Checco Zalone, Eleonora Giovanardi, Lino Banfi, Antonio Gerardi, Giulia Bevilacqua Anno: 2025 Durata: 90 min. Paese: Italia Distribuzione: Medusa Film

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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