Tulsa King 3: È tornato alla grandissima e più in forma che mai il Generale Dwight Manfredi con tutta la sua “banda” affiatata, con la sua grintosa e inarrendevole compagine di fidati amigos pronti a combattere agguerritamente il super villain Jeremiah Dunmire in tal nuova sarabanda esplosivamente mozzafiato!
Ebbene, sinceramente non vedevamo l’ora di terminar di visionare, dunque recensire, la nuova e spettacolare, irresistibile terza stagione di Tulsa King. Ché prodigiosa non ha affatto deluso le nostre alte aspettative e unanimemente, sacrosantamente è stata acclamata sia dal pubblico che dalla Critica mondiale che, giustappunto, ci trovano omogeneamente concordi nell’entusiasticamente giudicarla gloriosa, ampiamente promuovendola appieno. In quanto è pimpante, parimenti alle due già impeccabili tranche precedenti risulta scorrevole e giammai noiosa.
Perfino stavolta cinematograficamente (nonostante sia una “serie tv” di ben dieci episodi della durata cadauno di circa un’ora) superiore e girata con piglio armonico. Non fa insomma una grinza, malgrado qualche indubbia, visibile ruga del suo immarcescibile, stagionato eppur sempre forzuto e carismatico Sylvester Stallone, eh eh. Siam ovviamente ironici ma il buon Sly, se mai dovesse incappar in tali righe, sebben ciò sia altamente improbabile, siam convinti che ne riderà con leggerezza.
Ma procediamo con calma e, come si suol dire, senza lasciarci cogliere da facili, frettolosi entusiasmi esagerati, probabilmente anche col senno di poi, giustissimi e perciò non opinabili soprattutto da noi stessi, tantomeno rivedibili, a seguire disaminiamola nei dettagli. Perdonateci per il seguente gioco di parole, è da vedere, da noi vista e da rivedere all’infinito. Prima d’entrar nel vivo della storia narrataci in Tulsa King 3 che, a grandi linee riassuntive, sottostante vi descriveremo meglio, evitandovi come al solito spoiler sgraditi, è però necessario compiere di tal seriale e “televisivo” franchise un doveroso promemoria illustrativo…
Come sappiamo, ideata e scritta da Taylor Sheridan (Sicario), Tulsa King racconta delle intrepide, spesso perigliose eppur sempre trionfalmente vinte, squinternate peripezie avventurose di Dwight Manfredi (un Sylvester Stallone, ridiciamolo, in gran spolvero, Cop Land, Il grande match), detto Il Generale, ex newyorkese boss mafioso di rilievo, in quel, ça va sans dire, di Tulsa. Dopo aver scontato esageratamente venticinque anni di detenzione, il redento o forse ostinatamente irredimibile Dwight fu finalmente scarcerato e spedito dalla famiglia Invernizzi, come “manovale” tuttofare, a gestire i propri affari non poco loschi nell’appena succitata metropoli capitale dell’Oklahoma.
Ove, in men che non si dica, in virtù delle sue innate e insuperabili abilità da scafato uomo di mondo e vecchia volpe degli “intrallazzi” non propriamente puliti, mise su una piccola “gang” di fidi collaboratori, presto divenutigli inseparabili amici pronti a tutto pur di non tradirne gli accordi, essendo fedelissimamente asserviti al suo potente volere intransigente da valoroso uomo d’onore e, a dispetto delle apparenze, rispettoso dei patti e dei sentimenti improntati all’inalienabile lealtà fraterna…
Nel frattempo, Dwight s’innamorò, ricambiatone, della stalliera Margaret Devereaux (Dana Delany, Freelancers). Dopo essersi scontrato coi suoi stessi capi e dopo la morte di Don Charles “Chickie” (Domenick Lombardozzi, The Irishman) per mano del rivale ma tutto sommato benevolo gangster e ricco possidente terriero Bill Bevilaqua (Frank Grillo), ecco che in questa terza stagione il nostro “beniamino” Dwight deve terribilmente vedersela con lo spietato, parimenti malavitoso, faraonicamente abbiente, glacialmente pauroso Jeremiah Dunmire (un invecchiato, inquietante ma eccelso Robert Patrick, Terminator 2). Il quale ivi ce l’ha con Dwight & company poiché Dwight lo fregò in una primaria “faccenda” cospicuamente commerciale che, nei dettagli, non staremo in tal sede a spiegarvi per non sciuparvene la visione. Ci limiteremo sol ad accennarvela concisamente…
Incipit, in originale intitolato Blood & Bourbon per la regia di Jim McKay: Mitch Keller (un magnetico Garrett Hedlund, sempre più bravo e, per il gentil sesso, sinceramente ancor più sexy) lavora or in pianta stabile come venditore d’auto d’epoca di lusso ma il suo job non lo soddisfa affatto. Infatti, si ritiene un pagliaccio fallito e un imbonitore per imbalsamati signori anziani e decrepite, oltre che patetiche, vecchiette in cerca di vetture costose.
Vien raggiunto nel centro “officina” ove presta servizio da una sua giammai scordata fiamma, la biondona Cleo (Bella Heatchcote). Figlia del nababbo patriarca Theo Montague (Brett Rice). La quale sensualmente gli chiede di contattare il suo capo Dwight affinché quest’ultimo convinca suo padre a non vendere la propria distilleria al nefando approfittatore Dunmire e ne interceda per quanto concerne il contratto con Dunmire stipulato.
Facendo sì che suo padre lo rescinda e si metta d’accordo con nientepopodimeno che lo stesso Dwight, cedendogli, dietro lauto pagamento, l’impresa… Dwight, dopo esser stato rapito da ignoti uomini alla fine della seconda stagione, lo vediamo qua severamente interrogato dall’agente speciale Musso (Kevin Pollak).
Costui a conoscenza dei giri scarsamente leciti di Dwight, dopo averlo punzonato, tallonato e sottoposto a una sorta di terzo grado ricattatorio, libera Dwight all’unica condizione che Dwight, d’ora in poi, diventi un suo attento informatore giammai traditore e si renda perennemente disponibile alle intransigenti richieste e obblighi postigli. Dwight riesce a persuadere, grazie ai suoi modi spicci e ferrei, Theo a vendergli l’attività, non certamente per due spiccioli, s’intende…
Arriva a un’apparentemente proficua intesa con l’inizialmente irremovibile Theo e acquista la sua distilleria a un prezzo raddoppiato rispetto a quello proposto da Dunmire. Al che Dunmire s’infuria contro Theo, in quanto lo ritiene inassolvibile colpevole d’aver eluso all’incombenza fra lor dapprima pattuita ed attua cosicché la sua violenta, senza mezzi termini, micidiale rappresaglia contro Theo e di riflesso scagliata ai danni di Dwight e della sua allegra combriccola.
Però a sua volta, naturalmente, tenacemente combattiva e fortemente provetta, inflessibilmente coriacea e temprata ad opporvi strenua, vicendevole lotta senz’esclusione di colpi. Perfino scorrettamente bassi e altrettanto implacabili… Ah, stavamo per dimenticarcene.
Al solito, un ruolo determinante l’avrà ancor una volta il mellifluo e sinistro magnate Carl Tresher (Neal McDonough). Infine, ecco l’altra rilevante, nuova aggiunta di Beau Knapp as Cole Dunmire, il figlio bad boy manesco di Jeremiah, e l’entrata in scena, dal penultimo episodio, del “risolutore” Russell Lee Washington Jr. (Samuel L. Jackson,The Hateful Eight), malavitoso sicario infallibile a cui Dwight salvò l’esistenza durante la prigionia di entrambi, quindi Russell gli è debitore eppur paradossalmente “ricontattò” Dwight e nella sua vita rientrò poiché inviato a trucidarlo su direttive dell’atavico, acerrimo padrino, da tempo immemorabile antagonista di Dwight stesso, ovverosia il terribile Ray Renzetti (James Russo, Django Unchained).

Cosa funziona in Tulsa King 3
Le new entries attoriali che nuovamente, singolarmente elenchiamo e le più ragguardevoli citiamo, cioè quelle in prima linea, Robert Patrick & Bella Heathcote, a cui va ad aggiungersi la “barista” Spencer, ritratta dalla vera figlia di Sly, l’abbacinante Scarlet Rose Stallone, piacente in modo stupefacente, impreziosiscono un cast già precedentemente assortito perfettamente, offrendo, soprattutto a Patrick, prove che rimangono immantinente impresse.
Patrick s’impone per impressionante, imperitura presenza scenica, Heathcote risalta per la sua bellezza giammai sciapita, bensì trasudante di lieta dolcezza e candida piacevolezza anche recitativa che incanta a ogni istante in cui, ammaliandoci, compare stordente. Ovviamente, a farla da padrone assoluto è però Stallone, il quale, seppur raggrinzito e inevitabilmente rugoso, con le guance gonfie, le sue sopracciglia inarcate e i suoi conclamati ritocchi facciali, giganteggia amabilmente in virtù del suo intatto carisma massiccio ed epico.
Sly è, checché se ne dica, per quanto osteggiato dai suoi ottusi e irriducibili, a nostro avviso penosi, detrattori, una leggenda vivente e qui cementa, alla soglia degli ottant’anni, la sua inviolata allure da star intoccata ed “eternale”. Suvvia, è un insindacabile mito, un’icona non sol dell’action, indelebile. Manfredi è uno dei suoi migliori personaggi peraltro di sempre e vien da lui caratterizzato con encomiabile bravura e pregiata capacità istrionica. È un duro ironico davvero impagabile. Dwight il Generale, per di più, continuamente ribadisce che non è un federale e la sua battuta, sebben ripetuta a iosa, è da applausi scroscianti a scena aperta.

Perché non guardare Tulsa King 3
Gli sketch e i perenni colpi di scena inanellati a raffica si susseguono, come obiettivamente sostenuto da molti, in modo estremamente ripetitivo e, a lungo andare, la serie indubbiamente e di conseguenza sta sempre più presentando situazioni già viste e inflazionate.
Questo va ammesso con franchezza. Però stranamente, malgrado l’insistita e poco originale reiterazione del tutto, Tulsa King è una serie che ha indovinato la formula vincente nella sua schietta semplicità e nell’offrirci esattamente lo spettacolo che c’aspettammo sin dal suo esordio a base di battute ficcanti, sparatorie, scazzottate e rocamboleschi twist rapidi, funambolici e feroci che, pur nella linearità “telefonata” del loro andamento e scarso cambiamento tematico e contenutistico, non ne intaccano affatto il notevole ritmo ipnotico e la sua intensa scorrevolezza sia esilarante che godibile.
Forse fin dapprincipio sapemmo, in merito or a questa terza stagione, che il cattivone Dunmire, irredimibile bastardo nato, l’avrebbe pagata cara e, giuocando quivi ancor di parole, nonostante vendette cara la distilleria, no, la pelle, non si sarebbe salvato la pellaccia, tantomeno l’avrebbe avuta vinta su Manfredi e compagnia bella.
Chi se ne frega. Quel che importa è che, come si suol dire, Tulsa King 3, parimenti alle prime due lodevoli stagioni amabili, ha ancor una volta, a dispetto dei suoi difetti visibili e ineludibili, portato a Cosa Nostra, eh eh, no, a casa… nostra del sano intrattenimento inestimabile. Tant’è vero che è già in lavorazione la quarta stagione.
Disponibile dal 21 settembre su Paramount+.
Ideazione: Taylor Sheridan Con: Sylvester Stallone, Andrea Savage, Martin Starr, Jay Will, Vincent Piazza, Garrett Hedlund Anno: 2025 Episodi: 10 Paese: Stati Uniti Distribuzione: Paramount+
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