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Springsteen – Liberami dal nulla – Recensione del film su The Boss con Jeremy Allen White

Springsteen – Liberami dal nulla: Un lucente capolavoro di grazia, eleganza, di vividi e sobri equilibri formali superbamente ipnotici, con un Allen White memorabile!

Dalle malinconiche paludi di un’anima rabbiosa e solitaria ma vivamente pura, soavemente eccentrica, innatamente ribelle in modo innocente e, nella sua primigenia candidezza, pindaricamente protesa allo struggimento e all’interiore, strozzato grido senziente verso la vita libera, nacque, più che altro risorse il Boss e questo è un film, oltre che bello, veramente toccante e armonico

Oggi recensiamo l’incantevole, prezioso e delizioso, certamente non originale eppur suadente, poetico e crepuscolare, ovviamente “biografico” in forma romanzata, Springsteen – Liberami dal nulla, in originale sottotitolato pressoché letteralmente, ovverosia Deliver Me from Nowhere. Anche se per esattezza, nowhere, più che nulla, assume il significato equivalente a nessun dove e/o luogo ma ci par petulante specificarvelo per quanto necessariamente dovemmo quivi compier giustappunto tal precisazione.

Springsteen – Liberami dal nulla è diretto dal sempre prolifico, versatile e interessante Scott Cooper (Crazy Heart, The Pale Blue Eye – I delitti di West Point), davvero ispirato e, in tal circostanza, rispetto ad opere sue irrisolte dalle tonalità allegre, più a suo agio con congeniali e morbide atmosfere rarefatte, autore per l’occasione anche della sceneggiatura, scritta esclusivamente da cima a fondo senz’avvalersi di collaboratori, tratta dall’omonimo libro (nella versione italiana però, così come in quella internazionale, con la “didascalia” ribaltata, Liberami dal nulla.

Bruce Springsteen e Nebraska del musicista Warren Zanes), ed è un consistente, anche per quel che ne riguarda la durata, massiccia ma non eccessiva, di due ore nette giammai tediose, biopic naturalmente inerente al rocker che ne dà il titolo e che non necessita d’alcuna presentazione di sorta.

Ovvero il Boss, chi sennò, come vien definito dai suoi irriducibili aficionados a cui francamente appartiene ed è da ascrivere anche il sottoscritto. Il quale però, scevro da condizionamenti dovuti alla sua sconfinata ammirazione per Springsteen, in questa disamina, oggettiva e ponderata, si concentrerà obiettivamente sull’aspetto cinematografico dell’opus di Cooper, abbandonando qualsivoglia altra analisi legata all’esser di Bruce fanatico e di conseguenza la sua, anzi mia valutazione, sarà priva d’indottegli suggestioni emotivo-psicologiche ed “affettive”.

Oramai, da anni a questa parte abbondano, impazzano, con esiti dei più disparati, in maniera perfino inflazionata, i film dedicati alle grandi ed epocali icone della musica mondiale, sovente quest’ultime sul viale del tramonto o addirittura morte e perciò non più fra noi, se non nelle nostre memorie che le ricorderanno e celebreranno eternamente.

Tanto per citare qualche esempio lampante ed illustre di pellicole imbastite su tal “tematica” e dal canovaccio spesso convenzionalmente agiografico, citiamo doverosamente Bohemian Rhapsody su Freddie Mercury, Rocketman su Elton John & A Complete Unknown su Bob Dylan. Adesso, per l’appunto, è la volta dello stagionato ma giammai domo, immarcescibile e leggendario Springsteen. A cui presta il volto un irriconoscibile, trasformista in modo sensazionalmente eclettico, Jeremy Allen White, sorprendente e ineccepibile.

Per quanto inizialmente, infatti, quando fu annunciata la notizia secondo cui a incarnar il Boss sarebbe stato l’attore appena menzionato, molti pensarono che Allen White non rassomigliasse molto a Springsteen e non possedesse i “crismi” per interpretarlo, eppur, a dispetto di alcune espressioni ovviamente dissimili e “stonate”, forse non appieno azzeccate e non accordate alle corde vocali, no, a livello figurato, fisionomiche del Boss, Allen White smentì tutte le “pregiudiziali”, diffidenti malelingue, di conseguenza spiazzando i più sospettosi uomini e donne prevenuti, sfoderando in effetti una performance da brividi che non “stecca” una sola nota quasi mai, aderendo in toto, simbioticamente nell’essersi in Bruce immedesimato con aderenza magnifica realmente sbalorditiva. La sua nomination ai prossimi Oscar è, salvo sorprese sconvolgenti e follie dei membri dell’Academy, al cento per cento assicurata.

Ma or narriamovi concisamente la trama, invero assai scarna, trattandosi d’un film intimista parecchio giocato sul potere evocativo delle immagini e delle emozioni circostanziate a un brevissimo arco temporale concernenti Springsteen uomo e artista, anziché sulla storia in sé. Ciononostante, al solito eviteremo spoiler inopportuni che ve ne sciuperebbero la visione:

Il film inizia con un magico B/N in quel dell’operaia Freehold di tanti anni or sono quando Springsteen fu un infante (da bambino è Matthew Anthony Pellicano, da adulto, invece, Jeremy Allen White) e visse assieme all’affettuosa madre Adele Ann Zirilli (Gaby Hoffmann, Zero Day, Eric), spesso malmenata dal violento padre alcolizzato Douglas (Stephen Graham, Adolescence, The Irishman).

Al che, con un limpido e rapido salto temporale, giungiamo nella rutilante New York dei primissimi anni ottanta, prima che Springsteen uscisse, quasi in contemporanea, con l’anomalo e acclamato Nebraska e il gemellare ma più grintoso e commerciale Born in The Usa.

Nella Big Apple, Bruce, reduce dal successo di The River, conosce fuori dallo Stone Pony la bella e fragile Faye (Odessa Young, The Order), sua innamorata fan, attenzione però, non una semplice groupie (o “sorella” come viene eufemisticamente definita nel film dallo stesso Springsteen). La quale l’approcciò, lasciandogli il suo numero di telefono e, dopo alcune comprensibili titubanze di Springsteen, seppur quest’ultimo immantinente abbacinatone, altresì stranamente intimiditone, ne fu, per la gioia di entrambi, ricambiata sentimentalmente e da lui baciata al primo appuntamento e all’istante in quel della famosa giostra dei cavalli di Asbury Park.

Intanto, Bruce è alle prese col suo amico agente e produttore discografico Jon Landau (Jeremy Strong) in merito alla preparazione del suo prossimo album e conseguente tour promozionale. Bruce, in questo preciso e fatale momento psicologicamente conflittuale, precipitò in una forte crisi emotivo esistenziale e, per cercar pace e ispirazione, per ritrovar specialmente sé stesso, si rifugiò in un confortevole appartamento prossimo ai suoi cari e giammai dimenticati luoghi dell’infanzia.

Allorché fu attanagliato ma al contempo metafisicamente stimolato dai suoi demoni interiori e, in “spirituale” solitudine riflessiva, partorì, con artigianali attrezzature a disposizione, il suddetto, clamoroso e spiazzante Nebraska, scontrandosi non poco coi superiori per riceverne il nullaosta.

Fra l’alternanza di momenti gioiosi, non tanti in realtà, cupezze depressive, nere allerte personali sul suo futuro financo inteso sul versante romantico nei riguardi di Faye, e la composizione all’unisono anche di Born in The Usa, rinascerà rifiorente una stella o Bruce collasserà emotivamente?

Perché non guardare Springsteen – Liberami dal nulla

Fotografato supremamente e in modo vertiginosamente scintillante dall’habitué per antonomasia di Cooper, ovvero il magistrale Masanobu Takayanagi, diretto con sicura mano delicata da un Cooper attentissimo alle sfumature, non sol cromatico figurative, ché sa bilanciar con gusto il sapor malinconico d’immagini liriche, perfino leggiadramente trasognanti e oniriche, con inserti di spezzoni di film parimenti trascendenti quali La rabbia giovane & La morte corre sul fiume, Springsteen – Liberami dal nulla divien man mano, col procedere dei minuti e l’inarrestabile suo ascendere qualitativo, dopo un incipit leggermente farraginoso, una “ballata” cinematografica irresistibilmente seducente e struggente per merito anche d’un Allen White, rimarchiamolo doverosamente, in stato di grazia e grandioso. Perfettamente “assecondato” da un altrettanto eccellente Jeremy Strong a fargli sotto ogni punto di vista da strepitosa spalla impeccabile.

Cosa non funziona in Springsteen – Liberami dal nulla

Il rapporto fra Bruce e Faye, per quanto tratteggiato con emozionante dolcezza, è sviluppato in modo incerto e talvolta superficiale, viene addirittura a un certo punto completamente accantonato, sin ad approdare a una “risoluzione” poco spiegata e affrettata.

Nella sua parte centrale, Springsteen – Liberami dal nulla gira un po’ a vuoto, diventa visivamente estetizzante e qua e là, a livello estetico, compiaciuto, ma per nostra fortuna quest’impasse stucchevolmente “calligrafica” dura soltanto un giro di lancette assai repentine che si perdonano e scordan in fretta. Il personaggio del padre di Bruce, ben ritratto comunque da Graham, è vagamente abbozzato descrittivamente in maniera stereotipata e totalmente inesistente sul piano filmico espressivo, se non nell’ultima e riuscita scena in cui compare assieme a suo figlio e vibrante colpisce nel segno, toccandoci nel cuore.

Nel complesso, a prescindere da qualche difettoso vezzo registico sia sofisticato ma da noi né gradito né ricercato, scusateci per il gioco di parole sia ossimoriche che sinonime e quindi linguisticamente contrarie, Springsteen – Liberami dal nulla, a nostro avviso, a tutt’oggi è in assoluto il miglior film “biografico” di sempre omaggiante un cantante.

Al cinema dal 23 Ottobre con Disney.

Regia: Scott Cooper Cast: Jeremy Allen White, Stephen Graham, Paul Walter Hauser Anno: 2025 Durata: 112 min Paese: Stati Uniti Distribuzione: The Walt Disney Company Italia

About Stefano Falotico

Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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