Nguyen Kitchen: Un film che profuma di casa e di palcoscenico: dolce come una zuppa fumante, frizzante come un numero musicale.
Tra risate, note e involtini, un racconto di sogni che non si piegano.
Siamo in Francia, tra strade ordinarie e teatri che sembrano sempre pronti a dire “non sei il profilo giusto”.
Yvonne Nguyen ( Clotilde Chévalier), franco-vietnamita con un talento che stride con la mediocrità dei casting, sogna un musical tutto suo. Ma mentre il mondo la vuole comparsa o mascotte orientale “di contorno”, lei decide di crederci comunque. Lasciala andare? Il compagno (non certo il suo primo fan) non la sostiene, e Yvonne fa la scelta più difficile: ricominciare. Torna dalla madre, che vive più di ravioli e tradizione che di canzoni e palcoscenici, e tra una portata e l’altra le due ricuciono un legame che sembrava perso con la cucina come traduttrice universale.

Cosa funziona in Nguyen Kitchen
Nguyen Kitchen ha un pregio chiaro: la delicatezza. Non ha bisogno di gridare per farsi ascoltare, si affida ai gesti, alle risate spontanee, ai piatti che raccontano tradizione e memoria più di mille spiegazioni a voce alta. Il rapporto madre-figlia scorre con ironia e tenerezza, senza giudizi, come una ricetta tramandata che cambia forma ma non sapore.
C’è simpatia autentica, non di maniera: una comicità piccola, quotidiana, capace di far sorridere senza forzare. E vederlo/ascoltarlo in lingua originale è un valore aggiunto, il vietnamita che si alterna al francese dà ritmo, carattere e identità, rendendo Nguyen Kitchen più caldo, più vero, più gustoso.
L’incontro-scontro tra radici vietnamite e presente francese non è mai un “problema sociale” in maiuscolo: è un tessuto da scoprire punto dopo punto, in cui ognuno può riconoscersi perché essere figli e genitori significa spesso parlare lingue diverse anche nella stessa cucina.
La regia rischia il giusto. Stéphane Ly-Cuong vuole portare davanti alla camera volti e storie che nel cinema europeo raramente trovano spazio centrale, e ci riesce senza proclami né manifesti: non grida, apre. È un musical che sorride degli stereotipi, li scompone, li impasta, li frigge e li serve con peanuts. Più diaspora, meno folklore da cartolina
La semplicità narrativa diventa il vero linguaggio del film: niente enfasi superflue, niente lezioni da impartire, solo emozioni che crescono piano, come l’acqua che bolle senza fretta. Yvonne è una protagonista che funziona perché è simpatica, imperfetta, umana. Ti viene voglia di farle il tifo dal primo provino fallito all’ultima nota cantata.
Accanto a lei, i personaggi ( Camille Japy, Thomas Jolly, Leanna Chea, Gaël Kamilindi, Linh-Dan Pham ) che orbitano intorno alle due donne aggiungono corpo alla storia: amici, colleghi, volti minori ma mai accessori. Sono quelle presenze che nella vita reale riconosci subito, gli incoraggiatori, quelli che ti spingono a provarci, a rischiare, a crederci quando tu hai finito le scorte di sicurezza.
Le performance completano il quadro con naturalezza: Clotilde Chévalier illumina Yvonne con una fragilità testarda e luminosa, mentre Anh Tran-Nghia costruisce una madre che sembra granitica, ma basta uno sguardo perché l’affetto filtri dalle crepe come luce da una porta socchiusa.
E poi c’è la musica: fresca, leggera, mai invadente, capace di trasformare la cucina in palcoscenico e di ricordarci che, a volte, il luogo più normale del mondo può diventare il centro dell’universo.

Perché non guardare Nguyen Kitchen
A tratti, Nguyen Kitchen rischia la deriva soap-opera-musical: litigi madre-figlia, flashback, piatti fumanti e canzoni ogni tre scene.
Bello, eh — ma ogni tanto si aspetta che arrivi la sigla “Ci rivediamo domani alle 20:30 su Rai Due”. Tutto è così composto e accomodato che si vorrebbe un momento di vera esplosione, un disastro culinario, un numero musicale fuori controllo.
Insomma: incanta, ma resta pettinato.
In conclusione
Nguyen Kitchen è un comfort-film come un piatto che sa d’infanzia: non rivoluziona il gusto, ma scalda. Parla di sogni che non chiedono permesso, di radici che non si possono lasciare alla porta e di identità che non sono un casellario da casting. È semplice? Sì. Ma anche dolce, luminoso e sorprendentemente sincero.
E, soprattutto, fa venire voglia di due cose:
1. Chiamare tua madre.
2. Imparare a fare il bánh chưng
Opera prima di Stéphane Ly-Cuong, Nguyen Kitchen segna il suo debutto nel lungometraggio dopo anni di corti e teatro, e si sente l’entusiasmo fresco di chi ha finalmente trovato una storia tutta sua da raccontare.
Al cinema da giovedì 4 dicembre 2025 distribuito da Kitchen Film
Regia: Stéphane Ly-Cuong Cast Principale: Clotilde Chevalier, Anh Tran-Nghia, Gaël Kamilindi, Thomas Jolly, Leanna Chea Anno: 2025 Durata: 99 min. Paese: Francia Genere: Commedia musicale / Drammatico Distribuzione: Kitchenfilm
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