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La mia famiglia a Taipei – La mano “sbagliata” che indica la strada giusta – Recensione

La mia famiglia a Taipei: Shih-Ching Tsou ci regala un racconto intimo e originale, capace di osservare la vita quotidiana con uno sguardo semplice, mai giudicante, e sorprendentemente profondo.  Co-sceneggiato, co-prodotto e montato dal Premio Oscar Sean Baker.

Ci troviamo a Taipei, ma non quella da brochure o da cinema iper-stilizzato. Qui la città è un corpo vivo, rumoroso, stanco, attraversato da mercati notturni, luci al neon e spazi troppo stretti per i pensieri. È una Taipei che osserva senza giudicare, che accoglie e respinge nello stesso gesto. 

Shu-Fen (Janel Tsai) torna in città dopo anni di assenza insieme alle due figlie, la ventenne I-Ann (Shih-Yuan Ma) e la piccola I-Jing (Nina Ye). La famiglia si sistema in un appartamento modesto e la madre apre un chiosco di noodles all’interno di un grande mercato notturno, mentre la figlia maggiore contribuisce alle spese lavorando di nascosto come betel nut girl. La più piccola esplora il nuovo ambiente con curiosità, muovendosi tra bancarelle, corridoi e luci artificiali. Quando il nonno scopre che I-Jing usa la mano sinistra per disegnare e la considera portatrice di sfortuna, si innescano una serie di episodi che intrecciano superstizione, quotidianità e rapporti familiari.

Cosa funziona in La mia famiglia a Taipei

La trama si muove dentro un equilibrio fragile: una madre sola che prova a tenere insieme tutto, una figlia maggiore che abita i margini e una bambina che osserva il mondo con occhi enormi e una mano sinistra che gli adulti decidono di chiamare “sbagliata”. Da qui nasce il cuore simbolico di La mia famiglia a Taipei. Quella mano “del diavolo” diventa insieme colpa, scusa, potere, gioco e ferita. Tsou non la carica di retorica, la lascia vivere, respirare, sbagliare. E fa bene, perché il cinema che spiega troppo di solito non capisce abbastanza.

I-Jing attraversa il mercato, i corridoi, le conversazioni degli adulti con uno sguardo che non addolcisce ma perfora. La sua presenza guida il racconto senza mai imporsi.

Taipei emerge come una città-madre che però non sa essere materna: un guscio che protegge male e stringe forte. Culturalmente distante, mai addomesticata, resta un altrove evidente. Eppure alcune dinamiche risultano riconoscibili: i mercati come microcosmi sociali, le famiglie regolate da tradizioni rigide, le credenze che sopravvivono più per abitudine che per fede. Non è una somiglianza culturale, ma di forme e di meccanismi, come se questi luoghi appartenessero più a un tempo raccontato dai nonni che a una geografia precisa.

La piccola I-Jing emerge con una forza sorprendente, soprattutto considerando la sua età. La prova attoriale di Nina Ye è fatta di smorfie, silenzi e sguardi laterali che sembrano nascere spontaneamente. I suoi occhioni curiosi e le smorfie tenerissime restituiscono un’infanzia viva, istintiva, mai costruita. Attorno a lei, la coralità femminile regge il film: un racconto di donne schiacciate da un patriarcato che non ha bisogno di alzare la voce per essere violento. Anche l’ironia trova spazio, arrivando quando meno te l’aspetti, come una risata breve in mezzo a una discussione familiare che sembra un ring.

La mia famiglia a Taipei suscita sensazioni diverse e spesso contrastanti: dolcezza, rabbia, semplicità, amore. È facile provare fastidio verso la madre, per la sua apparente indifferenza e per la distanza emotiva che mantiene dalle figlie. Poi, lentamente, emerge il peso del suo vissuto, la fatica di reggere tutto senza potersi permettere fragilità. Quella che sembrava freddezza si trasforma in una resistenza stanca, non giustificata ma comprensibile.

Il finale non cerca soluzioni facili. Ricolloca i personaggi, mette a fuoco senza spiegare, e lascia allo spettatore lo spazio per completare il senso del racconto. Una chiusura sobria, rivelatrice proprio perché non enfatizzata.

Da vedere assolutamente in lingua originale. Non per purismo, ma perché la musicalità del taiwanese, le inflessioni, le pause e i silenzi carichi di senso fanno parte integrante del racconto. Tradurre troppo significherebbe lisciare ciò che il film tiene volutamente ruvido.

Perché non guardare La mia famiglia a Taipei

Se qualcosa può lasciare perplessi, è il passo volutamente quieto del racconto. La mia famiglia a Taipei resta sempre dentro una misura controllata, preferendo suggerire piuttosto che affondare il colpo. Chi cerca svolte nette o accelerazioni narrative potrebbe avvertire una certa trattenuta, come se alcune tensioni fossero lasciate decantare più del necessario. È una scelta coerente, ma non sempre appagante per chi desidera un rischio maggiore.

Vero è che La mia famiglia a Taipei non alza la voce, ma resta. Come certe storie di famiglia: imperfette, contraddittorie, impossibili da scrollarsi di dosso.

Molte riprese sono state realizzate con un iPhone, scelta che rafforza la sensazione di prossimità e immersione. Ispirato all’esperienza reale della regista, il film è stato premiato alla Festa del Cinema di Roma, confermando la forza di uno sguardo capace di trasformare la memoria in cinema.

La mia famiglia a Taipei è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Critic’s Week del Festival di Cannes 2025 e in Italia alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma dove ha vinto il Premio Miglior Film. Nelle sale dal 22 dicembre con I Wonder Pictures.

Regia: Shih-Ching Tsou Cast: Janel Tsai, Nina Ye, Blaire Chang, Teng-Hui Huang, Akio Chen, Shi-Yuan Ma Anno: 2025 Durata: 108 min Paese: Taiwan / Francia / Stati Uniti / Regno Unito Distribuzione: I Wonder Pictures

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