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L’uovo dell’angelo – E Dio vide che l’anime era strano – Recensione

L’uovo dell’angelo: apocalisse, fede e uova strapazzate del senso metaforico ed ecclesiastico del termine.

😇 «E venne il Diluvio… di silenzi» – Trama senza salvagente

Quarant’anni dopo l’uscita originale, L’uovo dell’angelo (Tenshi no tamago, 1985) di Mamoru Oshii arriva finalmente nelle sale italiane grazie a Lucky Red, restaurato in 4K e pronto a ricordare al pubblico che esistono anime dove non succede “niente”, ma quel niente ti resta incastrato nel cervello per settimane.

In un mondo post apocalittico pietrificato, fatto di città gotiche spettrali e pioggia che cade più del backlog su MyAnimeList, una misteriosa bambina dai capelli bianchi vaga abbracciando un uovo come fosse l’ultimo password manager della sua anima.​​

Lungo il cammino incontra un ragazzo con un fucile a forma di croce, qualcosa a metà tra un crociato smarrito e un cosplayer di Dark Souls che ha sbagliato convention. Lui la segue, affascinato dall’uovo, e le racconta una versione sabotata del mito dell’Arca di Noè: la colomba non torna mai, la speranza prende un volo sola andata e l’umanità resta in attesa come uno spettatore davanti a una schermata “buffering” infinita.

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Tra statue di pescatori che cacciano ombre di pesci inesistenti e scheletri di uccelli che forse erano angeli, forse colombe fallite, l’ossessione dell’uovo cresce fino all’inevitabile rottura, che manda in frantumi non solo il guscio ma tutta la fragile teologia della bambina. Nel finale, la rivelazione: quel mondo non è altro che una gigantesca arca che galleggia su un mare senza fine, come se Noè avesse dimenticato dove parcheggiare e Dio avesse perso interesse a chiudere la partita.​

🥚 Cosa funziona in L’uovo dell’angelo «Questo non è un uovo Kinder»

Il cuore del film è quell’uovo che la bambina protegge con devozione quasi liturgica: simbolo di fede, speranza, illusione, e di tutte le cose a cui ci aggrappiamo “senza vedere”, giusto per non ammettere che l’armadio è vuoto. La bambina incarna un’innocenza mistica, una fede cieca che “custodisce” il mistero senza pretendere spiegazioni, mentre il ragazzo è il San Tommaso con il fucile, il razionalista che non si accontenta del “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” e decide che è il caso di aprire l’uovo a colpi di realtà.​

Oshii, reduce da una pesante crisi religiosa, trasforma questo duello psicologico in una parabola visiva sulla perdita della fede, sulla tentazione di “rompere il guscio” del sacro per scoprire che dentro non c’è nessun pulcino di salvezza ma solo un eco di vuoto. Il mondo non viene rigenerato dal diluvio, come nel racconto biblico, ma resta congelato in un dopo senza dopo, una sospensione eterna in cui l’arca continua a galleggiare senza meta e la promessa di una terra asciutta è stata archiviata in un cloud divino fuori servizio. È come se il film sussurrasse: «E Dio si riposò l’ottavo giorno e non tornò più in ufficio».​

Visivamente, poi, è un massacro emotivo in slow motion: i design di Yoshitaka Amano disegnano una città che sembra uscita da un sogno febbrile tra Gothic e cattedrale abbandonata, fatta di architetture che provano invano a bucare il cielo e vengono respinte come richiesta d’amicizia non gradita. Il ritmo contemplativo, quasi ipnotico, unito a dialoghi rarefatti e a un uso del silenzio più eloquente di mille monologhi shonen, amplifica la sensazione di trovarsi in una preghiera sussurrata dove le parole sono sospette e le immagini fanno il lavoro sporco della teologia.​

E sì, da appassionato di anime che aspettava questa uscita in sala da una vita, l’esperienza è quella della «rivelazione ma con tante incertezze»: entri sperando in un lore chiarificatore, esci con più domande di quando sei entrato, ma con la certezza che pochi film animati hanno osato spingersi così lontano nel territorio del sacro messo sotto processo.​

«Ricordati di santificare l’uovo. Il resto, se vuoi, puoi pure romperlo.»

🙃 Perché non guardare L’uovo dell’angelo«E Noè non trovò la colomba… né la pazienza dello spettatore»

Se L’uovo dell’angelo è un poema visivo, è anche il tipico poema che a metà proiezione fa scomparire metà sala, in fila verso l’uscita come gli animali dall’arca, ma diretti ai bagni o direttamente a casa. Chi si aspetta una trama lineare finirà per sentirsi come la povera colomba dell’Antico Testamento in versione Oshii: esce alla ricerca di senso, sorvola un mare interminabile di simbolismi e non trova una singola riga di spiegazione chiara dove atterrare.​

Il film è volutamente ermetico, con dialoghi ridotti all’osso e un’azione praticamente inesistente, al punto che perfino un episodio contemplativo di Neon Genesis Evangelion sembra un blockbuster ipercinetico al confronto. La ricchezza di riferimenti biblici, cristiani e perfino buddisti rischia poi di trasformarsi in un quiz di religione visuale dove ogni spettatore deve fare il catechismo a se stesso, senza correttore ufficiale, con il risultato che molti lo liquideranno come “troppo criptico” o presuntuoso.​

È un’opera che non cerca compromessi: o ti ci abbandoni come la bambina al suo uovo, accettando di non sapere cosa ci sia dentro, oppure passi un’ora e poco più a desiderare che qualcuno ti passi un telecomando con il tasto “spiega trama”. In questo senso, il vero orrore non è on screen ma nella reazione del pubblico: alcuni lo vivranno come epifania, altri come flagello biblico del tempo percepito, e a fine proiezione sarà facile distinguere chi ha retto e chi è stato sommerso dal diluvio esistenziale.​

«Molti sono chiamati alla proiezione, pochi sono eletti a restare fino ai titoli di coda.»

🌊 Conclusioni da otaku in pellegrinaggio – «E l’Arca non attraccò mai»

Per chi ama gli anime come reliquie da venerare più che come semplice intrattenimento, vedere L’uovo dell’angelo al cinema, dopo quarant’anni di culto sotterraneo, è poco meno di un pellegrinaggio in una cattedrale allagata. È un film che rifiuta la comfort zone della narrazione classica e ti costringe a sederti accanto alla bambina e al ragazzo, tra l’innocenza che crede e la ragione che distrugge, chiedendoti da che parte del fucile a croce ti collochi davvero.​

Come nel racconto di Noè, qui l’acqua ha già fatto il suo lavoro, ma invece di una nuova alleanza l’umanità si ritrova sola a fissare il cielo, senza arcobaleni di garanzia estesa. Forse il senso è proprio questo:

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Accettare che l’uovo, una volta rotto, non restituisca una verità definitiva, ma solo la libertà di smettere di aspettare colombe che non torneranno mai, e continuare a cercare, da bravi fan di anime, un altro film assurdo da amare contro ogni logica.​

Ultima citazione apocrifa, per salutarci in tono:

«Beati quelli che rompono l’uovo e restano a guardare i titoli di coda, perché di essi è il regno dei cult.»

Al cinema dal 4 al 10 Dicembre 2025 con Lucky Red.

Regia: Mamoru Oshii Anno: 1985 Durata: 71 min. Paese: Giappone
Studio: Studio Deen Distribuzione: Lucky Red nel 2025 (uscito come OVA nel 1985 in Giappone) Musiche: Yoshihiro Kanno Character Design / Art: Yoshitaka Amano

About Davide Belardo

Editor director, ideatore e creatore del progetto Darumaview.it da più di 20 anni vive il cinema come una malattia incurabile, videogiocatore incallito ed ex redattore della rivista cartacea Evolution Magazine, ascolta la musica del diavolo ma non beve sangue di vergine.

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