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Road House – Recensione del film con Jake Gyllenhaal

Road House: Recensione del film di Doug Liman con un duro Jake Gyllenhaal spaccatutto.

Oggi recensiamo il rocambolesco e accattivante, a tratti veramente esilarante, Road House, pellicola della durata di centoquattordici minuti netti, disponibile dallo scorso 21 marzo su Prime Video e rifacimento dichiarato, anche se ai nostri tempi e secondo le odierne mode, perfino fumettistico-videoludiche, aggiornato, riveduto e corretto dell’omonimo film (perlomeno per quanto riguarda il titolo originale) dell’89 di Rowdy Herrington col compianto Patrick Swayze (Dirty Dancing – Balli proibiti), Kelly Lynch e Ben Gazzara (Il grande Lebowski), ovvero Il duro del Road House.

Per tale nuova versione, il regista è il valente e versatile Doug Liman (Fair Game – Caccia alla spia) e al posto di Swayze v’è Jake Gyllenhaal (Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche, The Guilty, The Covenant). Il quale, per l’occasione, nuovamente s’è prestato a una trasformazione fisica veramente degna di nota, sviluppando, alla pari del fisico palestrato e scultoreo, perfettamente definito di Southpaw – L’ultima sfida, peraltro già vanitosamente mostratoci e sfoderato in altre pellicole, giustappunto, una corporatura e “caratura” muscolarmente marmoree ed impressionanti da lasciar allibiti e senza fiato.

Sceneggiato dal duo formato da Anthony Bagarozzi &Charles Mondry a partire naturalmente dal soggetto e script dell’originario capostipite succitato a cura di David Lee Henry, Road House è, così meglio esplicheremo nelle righe a venire, disaminandolo più dettagliatamente, tutt’altro che un film disdicevole e da cestinare. A differenza di quanto si legge ultimamente in giro. Noi concordiamo, sinceramente, con la media recensoria assegnatagli dal sito aggregatore metacritic.com, per l’esattezza equivalente al 57% di pareri favorevoli.

Secondo la pertinente, striminzita ma giustamente sintetica sinossi invece riportataci fedelmente da IMDb e sottostante da noi trascrittavi, eccovene, a grandi linee, la vicenda narrata:

Un ex lottatore di pesi medi dell’UFC finisce a lavorare in un bar chiassoso nelle Florida Keys, dove le cose non sono come sembrano.

Tale fighter, incarnato da Gyllenhaal, si chiama Elwood Dalton, cognome rimasto identicamente spiccicato a quello del personaggio di Swayze che però di nome faceva James. È una delle piccole variazioni presenti ivi rispetto all’opus di Herrington. Oltre alle altre che scoprirete da voi ma non intendiamo svelarvele per non rovinarvi le sorprese in cui v’imbatterete. Sebbene, sostanzialmente, il canovaccio della struttura narrativa di questo Road House conservi, in maniera perlopiù integra, la forma del suo “predecessore”.

Aggiungiamo inoltre che qui Dalton s’innamora, ricambiato, della peperina e avvenente Ellie (Daniela Melchior), figlia del corrotto sceriffo Black (Joaquim de Almeida), ma i suoi sogni di serenità saranno infranti o verranno sol ostacolati dal losco, sebbene stupido, proprietario e possidente terriero Ben Brandt (un buffonesco, con tanto di citazione, seppur demenziale, ridicola e poco efficace, di Al Capone/De Niro de Gli intoccabili, Billy Magnussen). Al quale il ricchissimo padre, in prigione, “affida” l’assoldato, spericolato e scalmanato, erculeo, taurino, forzuto ma pazzo Knox (Conor McGregor), affinché quest’ultimo possa, con la sua gagliardia, distruggere Dalton. Dalton sarà frantumato da Knox o assisteremo a un deflagrante e mirabolante scontro senz’esclusione di colpi a singolar tenzone nel duello conclusivo?

Cosa funziona in Road House

Remake squinternato e al contempo, nella sua grottesca e sgangherata sarabanda “pirotecnica” di risse e botte interminabili, coreografate a mo’ dell’estetica videogame, di purissimo intrattenimento bellamente godibile e senza, giustamente, velleità artistiche, in tal caso, non necessarie, Road House non si prefigge, ripetiamo, intenti meramente qualitativi e, pur essendo ripieno di scene altamente irreali, forse sarebbe più opportuno definirle surreali e alquanto inverosimili, iperboliche ed esageratamente approntate in modo volutamente dozzinale, riesce a colpire nel segno, assestando molti pugni efficaci, ovviamente a livello metaforico e in senso prettamente cinematografico.

Innanzitutto perché Gyllenhaal è calzante per la parte, sostenuta da lui, oltre che con mirabile possanza fisica, con simpatica e sana cialtronaggine recitativa, da intendersi in senso positivo, adatta allo spirito guascone, altresì manesco e burbero del personaggio di Dalton a cui conferisce spessore non solo in maniera muscolosa. Senza strafare, il suo personaggio è, sì, tagliato con l’accetta ma funziona alla grande, grazie anche al sorriso smagliante di Gyllenhaal e al suo magnetico sguardo sia sensuale che da “Maciste” machista briosamente aggressivo.  Liman, oramai esperto di sequenze “combattive”, memore della sua regia di The Bourne Identity e delle sue produzioni di tal “acrobatica” saga con Matt Damon, stavolta vira verso una direzione da giocattolone ove tutto è portato all’esagerazione e in cui le lotte, non solo fra i contendenti Dalton/Gyllenhaal vs Knox/McGregor non poco assomigliano alle incredibili scazzottate fra John Wick/Keanu Reeves e Killa/Scott Adkins.

I coprotagonisti e i comprimari, parimenti, svolgono il loro dovere attoriale con divertita partecipazione che non si prende mai sul serio, così com’è naturale che sia e debba essere.

Perchè non guardare Road House

Road House è privo d’una trama vera e propria e gronda di voluta scemenza da ogni suo poro, a livello figurato, concernente la sua matrice e pelle in formato celluloide. Ciò chiaramente è un marcato difetto imperdonabile e Road House è improponibile in termini di credibilità. Malgrado qui ce le si dia di santa ragione, come si suol dire, nonostante Dalton/Gyllenhaal, più e più volte, rimbalzi di qua e di là similmente, fra l’altro, ai suoi rispettivi antagonisti picchiati a sangue che svolazzano dappertutto, tralasciando qualche trascurabile, curabile e subitaneamente curata ferita presto rimarginata, non si fa mai un graffio letale. Road House è dunque, visibilmente e palesemente, una marcata, desiderata “idiozia” totale ma è il suo bello.

Infine, nota di merito per la brava Jessica Williams nel ruolo di Frankie, padrona del locale che dà il titolo al film, e soprattutto all’eccellente, giovanissima Hannah Love Lanier (accreditata solamente come Hannah Lanier) nei panni della piccola libraia…

Disponibile dal 21 Marzo in esclusiva su Prime Video.

Regia: Doug Liman Con: Jake Gyllenhaal, Darren Barnet, Gbemisola Ikumelo, Billy Magnussen, J.D. Pardo, Daniela Melchior, Beau Knapp, Arturo Castro, Travis Van Winkle, Joaquim de Almeida, Lukas Gage, Conor McGregor, Kevin Carroll, B.K. Cannon, Jonathan Kowalsky, Tommy Lentsch, Dominique Columbus, Hannah Love Lanier, Bob Menery, Danilo Rocha, Ira Grossman, Nikki Gigstead, Austin Lee Nichols, Jordan Figueredo, Jessica Williams, Post Malone Anno: 2024 Durata: 121 min. Paese: USA Distribuzione: Prime Video

About Stefano Falotico

Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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Un commento

  1. Ottima recensione!!

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