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The Whale – Recensione del film di Darren Aronofsky con Brendan Fraser

The Whale: Recensione del film di Darren Aronofsky con Brendan Fraser

Ebbene, oggi finalmente recensiamo il controverso, da alcuni acclamato, da altri invece fortemente e ferocemente stroncato, The Whale, firmato da Darren Aronofsky (The Wrestler, Il cigno nero). Da me, sinceramente, non molto amato. O forse no, in quanto adorato negli ultimi venti minuti finali in cui, con un colpo d’ala, plana altissimo come un angelo della speranza.

Presentato in Concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia, per l’esattezza la 79.a, The Whale è un corposo psicodramma di centodiciassette minuti netti, scandito dal vibrante e commovente one man show d’un redivivo Brendan Fraser che, per tale sua mastodontica interpretazione, ha appena vinto l’Oscar.

Il quale, nell’appena trascorsa Notte delle Stelle, agguerritamente contese il suddetto e da lui meritatamente vinto scettro, soprattutto, con gli strenui rivali Austin Butler di Elvis & Colin Farrell de Gli spiriti dell’isola. Coloro che furono i suoi più temibili “nemici” in gara e i più quotati e papabili per la vittoria finale nel “contenzioso”, più che altro, nella competizione e nella categoria di miglior attore protagonista per cui, sebbene assai più defilati nei pronostici, furono presenti anche Bill Nighy e Paul Mescal.

The Whale è una teatrale opera omonima del drammaturgo Samuel D. Hunter che, per l’occasione, ha trasposto per il grande schermo, per la direzione di Aronofsky, giustappunto, il suo stesso opus. Assieme a The Wrestler, The Whale è l’unico film di Aronofsky non scritto da sé stesso. Ed è però, a differenza di The Wrestler, quest’ultimo bello e potente, sebbene retorico e anch’esso melodrammatico e non sempre bilanciato, il film, a mio avviso, peggiore e più brutto di Aronofsky. Ripeto, per tutta la sua lunga durata tranne nel finale che ne ribalta in toto lo scarso valore, dato per assodato. Capovolgendone il giudizio in maniera miracolosa.

Sì, secondo me, così come meglio esplicherò più avanti, The Whale è una pellicola oltremisura ricattatoria, “pornografica” e assolutamente irrispettosa del dolore umano, messo capziosamente in scena da Aronofsky al solo scopo d’imbonire gli spettatori, commuovendoli ed estenuandoli con le più subdole ed enfatiche strategie subliminali. Atte, a loro volta, quasi a costringerlo ad emozionarsi falsamente.

Aronofsky utilizza biecamente la trappola, ripetiamo, ingannevole e bugiarda del ricatto emotivo, giocando sporco con lo spettatore, instaurandogli e profondendogli artefatta pietas mediante il classico e subdolo processo d’identificazione empatico, in lui furbamente innescato in maniera poco sincera e troppo calcolata.

Non v’è nulla di nudo e crudo in The Whale, niente di veramente struggente, se non l’illimitata e scabrosa, questa sì, voglia morbosa di Aronofsky di descriverci tanto minuziosamente quanto ributtantemente, sul piano dell’onestà etica e poco intellettuale, la disgrazia e l’inesorabile disfatta di un uomo sempre più vicino al baratro esistenziale e in avanzante, infermabile stadio psicofisico debilitato e prossimo all’annunciato suicidio imminente.

Trama:

Charlie (Fraser) è un professore universitario oramai reclusosi nella sua claustrofobica abitazione non angusta, però cupa. L’unico contatto con la realtà esterna avviene in maniera virtuale. Ovverosia, Charlie sostiene videoconferenze coi suoi allievi a debita distanza e soltanto in forma telematica.

Charlie però non si fa vedere e tiene perennemente spenta, accortamente disattivata, la sua webcam. Non si mostra mai in viso e naturalmente neppure si rivela a figura intera, in quanto profondamente si vergogna di essersi fisicamente lasciato andare considerevolmente, ingrassando a dismisura. L’unica persona che vede quotidianamente e realmente è Liz (Hong Chau), personale amica e infermiera che lo accudisce e puntualmente gli consiglia di recarsi dal cardiologo. Qualcheduno, di tanto in tanto, entra inaspettatamente nella sua vita amorfa e piatta, scombussolandogli saltuariamente l’esistenza sua “inesistente”. Charlie ha perduto oramai ogni sogno o illusione che sia. Tremendamente disilluso e autodistruttivo, nutre però in cuor suo una sola, forse importantissima e salvifica speranza ultima rimastagli.

Cioè coltiva il flebile eppur giammai domo, vitalistico sogno di poter riprendere i rapporti con la sua unica figlia adolescente, Ellie (Sadie Sink, Stranger Things), avuta da Mary (Samantha Morton, Minority Report, The Libertine). Charlie ebbe poi una relazione omosessuale con un suo ex studente deceduto. La cui morte lo gettò nella depressione più nera e fu la causa principale della sua rovina psicofisica.

Intanto, nella sua casa, spesso gravita il giovanissimo Thomas (Ty Simpkins), fervente e accanito missionario della New Life Church che cerca di redimerlo e convertirlo al suo Credo inerente l’imminente, profetizzato ritorno sulla Terra di Cristo. Thomas è davvero chi dice di essere?

Che cosa accadrà? Charlie, in ogni senso, ce la farà o lentamente morirà?

Non ve lo sveleremo, ovviamente.

Cosa funziona in The Whale

Ci siamo già sopra espressi, sebbene riduttivamente, sul nostro giudizio in merito a The Whale e, seguentemente, meglio esegeticamente vi diremo. Anzi, sinteticamente ci limiteremo, per dovere di stringatezza necessaria, a non aggiungervi molto di più. In quanto, The Whale ci è apparso mortalmente e moralmente insostenibile, spesso inguardabile e, rimarchiamo ancora, addirittura eticamente repellente. Sino agli ultimi minuti nei quali sorprende e ipnotizza, emozionando veramente.

Perché mai, infatti, dovremmo assistere al progressivo deterioramento di un uomo alla deriva, filmatoci da Aronofsky con insistito e indicibile sciacallaggio sadico e scevro di qualsivoglia sguardo, non solo cinematografico, ivi arido se non assente totalmente, compassionevole e minimamente umano? Oppure, per meglio dire, pietisticamente così umano da risultare, paradossalmente, mostruoso e altamente, imperdonabilmente disumano?

Aronofsky riprende, fintamente, la denudataci “vita” di Charlie in modo clinico e freddamente impietoso così come un mero, gelido pornografo filmerebbe insulsamente una scena di sesso senza passione o un briciolo di romanticismo. Con l’unica, grave differenza che, per l’appunto, a un pornografo non si chiede di essere romantico mentre da un regista di Cinema vero e proprio si pretende giustamente che ci proponga, in forma autoriale, un minimo di poetica e di sincero trasporto emotivo.

Cosicché, malgrado alcuni momenti ricattatoriamente toccanti, forse studiatamente creati appositamente con furbizia e cinico mestiere, The Whale non è mai davvero emozionante. Rimanendo, assurdamente, un character study superficiale, perfino psicologicamente dozzinale, immerso in lugubri atmosfere da mortifero kammerspiel inerme. Ma, alla fine, qualcosa succede. Qualcosa di grandioso che lo rende magico e svela le sue carte in maniera portentosa. Forse è troppo tardi o Aronofsky voleva questo?

Perché non guardare The Whale

Fraser sostiene gigantescamente la parte assegnatagli e la sua prova, oltre che vibrante, è sentita e rilevante. Atterrendoci, ripetiamo, per la sua sconsolante piattezza mortificante ed estasiandoci nel prodigioso ed estatico finale ogni certezza nostra ribaltante. Suggestiva fotografia di Matthew Libatique, capace qua e là, malgrado l’ambientazione monotona e grigia, di donarvi guizzi pindarici e luce marmorea…

Il film è al cinema dal 23 Febbraio con I Wonder Pictures.

Regia: Darren Aronofsky Con: Brendan Fraser, Sadie Sink, Hong Chau, Ty Simpkins, Samantha Morton, Sathya Sridharan Anno: 2022 Durata: 117 min. Pease: USA Distribuzione: I Wonder Pictures

About Stefano Falotico

Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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