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Racconti di Cinema – The Mothman Prophecies – Voci dall’ombra di Mark Pellington con Richard Gere

Ebbene, oggi per il nostro appuntamento coi Racconti di Cinema, abbiamo scelto di disaminare il film The Mothman Prophecies, sottotitolato per il mercato italiano (distribuì Medusa) con Voci dall’ombra.

The Mothman Prophecies è un sottovalutato thriller drammatico del 2002 con non poche incursioni nel sovrannaturale e ripieno di torbide, suggestive atmosfere oniriche perfino orrifiche, perlomeno avvicinabili all’horror emozionale, dunque potremmo definirlo, sebbene un po’ alla larga, come si suol dire, un giallo dell’anima di matrice psicologica e dai risvolti non poco angoscianti.

Diretto dal valente, perlomeno a nostro avviso, regista Mark Pellington, natio di Baltimora, classe ‘62 e, in modo alquanto assurdo, superficialmente annoverato, in maniera striminzita nell’enciclopedistica Wikipedia, perlomeno per quanto concerne la sua “edizione” nostrana, director di numerosissimi videoclip di successo per famose band musicali e cantanti di fama internazionale (quali, per esempio, i Pearl Jam, Alice in Chains, Bon Jovi, successivamente anche Bruce Springsteen, solamente per citarne alcuni), soprattutto rock, che spopolarono negli anni novanta, dopo aver esordito con la pellicola Vivere fino in fondo e dopo il notevole, scioccante Arlington Road, ecco che sfoderò questa sua bella, seconda opus parimenti perturbante, ovvero The Mothman Prophecies, ottenendo anche un buon, sebbene non eccelso né troppo considerevole od eccessivamente lusinghiero, riscontro critico ammirevole. Scomparendo poi quasi nel nulla, inspiegabilmente e a livello prettamente cineastico per quanto riguarda i lungometraggi veri e propri.

Tratto dal romanzo omonimo del giornalista John A. Keel, a sua volta basato su strani, mai del tutto chiariti, oscuri avvenimenti successi nel 1967, riguardanti gli inquietanti avvistamenti del fantomatico, leggendario uomo falena, The Mothman Prophecies dura 2h nette ed è stato sceneggiato da Richard Hatem.

Trama, qui espostavi in poche righe lapidarie per non sciuparvene la visione nel caso non abbiate ancor mai visto The Monthman Prophecies:

Il valente giornalista del Washington Post, John Klein (un ottimo Richard Gere, come sempre), cade in profonda depressione e inconsolabile crisi esistenziale dopo la tragica morte della moglie Mary (Debra Messing), deceduta a causa di un impietoso tumore cerebrale. La diagnosi effettuatale, inerente giustappunto il devastante cancro per cui, nel giro di pochi mesi, inesorabilmente morì tristemente, fu compiuta susseguentemente a un incidente stradale accaduto nei pressi dell’abitazione ove suo marito John e lei vissero assieme e in cui ancora risiede John. Quest’ultimo era presente con lei, in macchina, al momento dell’accaduto per cui entrambi ne rimasero illesi. Con l’unica differenza, però, che di lì a poco, così come sopra appena raccontatovi, Mary s’ammalò del suddetto male mentre John ne fu esente e intoccato. John, dopo la morte di Mary, rinvenne alcuni misteriosi, indecifrabili eppur terrorizzanti disegni realizzati da sua moglie prima di andarsene. Mary, inoltre, durante il brevissimo lasso di tempo intercorso fra la diagnosi del cancro che la vita le strappò e la sua malinconica dipartita, continuamente domandava angosciosamente a John se, in quella sera dell’incidente occorso, anche lui avesse visto qualcosa di strano e inspiegabile volare nel cielo.

John, dopo il comprensibile ed iniziale shock provocatogli dalla scomparsa della sua amatissima consorte, dopo un lungo periodo, come sopra dettovi, in cui precipitò affranto, nefastamente addolorato, in acuti, nerissimi stati depressivi psicologicamente preoccupanti, per tentare di colmare e superare emotivamente la desolante tragedia che l’investì e descrittavi poc’anzi, si rituffò completamente nel lavoro. Nella speranza che, ritornare attivo dal punto di vista perlomeno lavorativo e sociale, avrebbe in qualche modo lenito, anche se non totalmente sanato, le afflittive sue ferite dell’animo. Così che si recò in Virginia Occidentale, accettando la proposta d’intervistare un politico dalle grandi ambizioni, candidatosi per le prossime elezioni della contea nominatavi.

In seguito ad alcuni fortuiti eventi che non staremo qui, minuziosamente, a narrarvi, ripetiamo, per non rovinarvi le sorprese in cui v’imbatterete durante la visione, John entrò in contatto, precisamente in quel di Point Pleasant, cupa cittadina situata vicino al fiume Ohio, con un’umanità e una comunità tanto pittoresche quanto allarmate da agghiaccianti apparizioni morbose. Con più esattezza, dobbiamo essere in tal caso più specificativi e meglio in merito dirvi. Ovvero, alcuni componenti di Point Pleasant, da qualche tempo a questa parte, soprattutto Gordon (Will Patton), nel film sostengono di aver avvistato, in maniera raggelante e soprattutto irrazionale, l’uomo falena. Si tratta soltanto d’inattendibili, sconclusionate, deliranti dichiarazioni e ridicole fantasticherie partorite superstiziosamente dalla fantasia malata di persone invasate oppure le tetre e paranormali allucinazioni, minacciosamente premonitrici di morte e terrore, da costoro, in modo rabbrividente, riferite, rispecchiano il vero in maniera sconvolgente?

Superba fotografia di Fred Murphy, una magistrale regia che, malgrado alcune sortite nello stile, per l’appunto, esteticamente video-“clipparo” e modaiolo dell’epoca, rasenta pressoché la perfezione formale e, grazie alla sapida, accortissima mano d’un Pellington ispirato come non mai, sa trasportarci e immergerci in un’evocativa, straordinaria atmosfera, lisergica ed irreale a base di metafisica paura ancestrale e angoscia perenne, inarrestabile e spasmodicamente crescente ipnoticamente.

Gere recita da dio e non da meno gli sono tutti i comprimari ed attori di contorno, a partire da un bravissimo Will Patton nei panni dell’allucinato Gordon Smallwood, da Alan Bates in un ruolo chiave, e dalla consuetamente affascinante e al contempo torbidamente carismatica Laura Linney in quelli dell’intraprendente e maliziosa poliziotta sceriffo Connie Mills, atipicamente bellissima come al solito e puntualmente perfetta, cioè assolutamente impeccabile per la parte designatale.

Detto ciò, The Mothman Prophecies non è certamente un capolavoro e neppure un film indimenticabile eppure, ancora rimarchiamolo tostamente, è una pellicola di sicuro impatto, specialmente emotivo, e strepitosamente avvincente dall’inizio alla fine, filmata e interpretata mirabilmente. Cioè, in poche parole, è una pura pellicola d’intrattenimento, paurosa e allo stesso tempo, in molti suoi punti, perfino meravigliosa, diretta con estremo gusto per le immagini e girata con “mestiere” veramente ragguardevole.

Se non l’avete mai vista, colmate prestamente tale lacuna, recuperatela quanto prima e rimediatene.

In conclusione:

Fin dalla sua primissima visione, ne serbai una magnifica impressione. Non smentita né rinnegata, dopo tanti anni, nel rivederlo ma non il mio giudizio rivedere. Ottimo film, dunque, appieno confermo.

About Stefano Falotico

Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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