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Racconti di Cinema – Chinatown di Roman Polański con Jack Nicholson e Faye Dunaway

Ebbene oggi, per il nostro appuntamento, ci auguriamo gradito, coi consueti Racconti di Cinema, disamineremo Chinatown, film magnifico del ‘74, firmato da un ispirato, così come soventemente accade, Roman Polański (La nona porta, L’uomo nell’ombra).

Candidato a undici premi Oscar, fra cui Miglior Film e Regia, Chinatown ne vinse soltanto uno, andato alla migliore sceneggiatura originale, scritta da Robert Towne (Frantic, Mission: Impossible).

Opus della durata corposa e consistente, giammai noiosa, bensì avvincente e inquietante di due ore e dieci minuti netti, Chinatown è un mystery thriller d’alta scuola sofisticata e, al contempo, un pregiato noir d’annata che profuma, leggiadramente, di beltà sconfinata e cinematografico sapore vintage veramente speciale. È, quindi, un imprescindibile classico della Settima Arte non solamente appartenente ai gloriosi anni settanta hollywoodiani. Peraltro, rappresenta a tutt’oggi l’ultimo film in assoluto diretto da Roman Polański in terra statunitense prima del suo “esilio” e confino in Europa per le ragioni che noi tutti sappiamo…

Senza perderci in superflui panegirici e descrizioni della trama inutilmente particolareggiate, estraendo testualmente la sinossi di Chinatown da IMDb e ivi letteralmente trascrivendola esattamente, eccone, nelle righe immediatamente seguenti, la perfetta e assai concisa sintesi saliente che non si perde, giustappunto, in chiacchiere inutili…

Un detective privato assunto per raccogliere prove di un adulterio si trova coinvolto in una spirale di violenza, corruzione e morte.

Il detective si chiama Jake Gittes (Jack Nicholson), detto J.J. S’inoltra, se non controvoglia, perlomeno giocoforza in un’imprevista spirale viziosa di torbidi inganni e scabrose macchinazioni che forse hanno del raccapricciante, giungendo a verità all’apparenza insospettabili e moralmente disarmanti, precipitando infernalmente e in modo tetramente sesquipedale in un girone dantesco e agghiacciante a base di fetide, spregevoli, meschine e losche bugiardaggini tremende e mortificanti, tristissimamente amare.

Secondo la pertinente, breve analisi riportatavi sottostante dal dizionario Morandini:

È un film profondamente chandleriano senza Chandler, dunque foscamente romantico. Chandleriano è anche l’umorismo che ne sorregge il pathos nella descrizione di un mondo corrotto non solo politicamente in cui la presenza del male – incarnato dal vegliardo capitalista J. Huston – è ossessiva e sinuosa, mostruosamente ambigua. Pur senza abbandonarsi a esercizi di nostalgica archeologia, fece scuola nel campo della rivisitazione del cinema nero.

Sotto ogni aspetto, inappuntabile e assai curato nei più minimi dettagli, Chinatown, a distanza di circa cinquant’anni dalla sua uscita nelle sale, avvenuta, come sopra dettovi, a metà dei seventies, rimane un capolavoro perlaceo davvero impari. Fotografato con maestria imbattibile dal veterano John A. Alonzo (Scarface), musicato maestosamente da Jerry Goldsmith, prodotto dal mitico Robert Evans, Chinatown è un’indiscussa pietra miliare del Cinema mondiale.

Ovviamente, le interpretazioni dei tre attori protagonisti, vale a dire Nicholson (Qualcosa è cambiato), Faye Dunaway (Barfly) e John Huston, sono superbe e mirabili, già da sole varrebbero il “prezzo” della visione impagabile.

Cammeo di classe dello stesso Polański e grande cast variegato in cui, oltre ai tre suddetti titani, si fan ben notare le presenze di Burt Young (Rocky, C’era una volta in America), Perry Lopez, John Hillerman e soprattutto di Diane Ladd (Cuore selvaggio).

About Stefano Falotico

Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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