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Hopper e il tempio perduto – Alla ricerca del talento nascosto – Recensione

Hopper e il tempio perduto: diretto da Ben Stassen, regista di ottimi titoli d’animazione come Le avventure di Sammy e Bigfoot Junior, ora al cinema una storia alla Indiana Jones in un mondo stile Zootropolis.

Il criceto delle tenebre… un ossimoro che può apparire tanto divertente, ma non è solo un reperto archeologico di inestimabile valore perché chi lo possiede può controllare la forza di un milione di criceti. Proprio per questo Lapin, principe ereditario del regno di Barbapiuma, lo desidera ardentemente, e in quella che sembrava la missione decisiva si fa accompagnare dal fratello minore Peter, il migliore in queste avventure.

Sembrava, appunto: il ritrovamento dell’artefatto risulta un fiasco, ma in compenso Peter riesce a trovare qualcosa di più prezioso: un neonato davvero particolare, metà coniglio e metà pollo, che deciderà di prendere con sé chiamandolo Hopper. Qualche anno dopo le cose sono decisamente cambiate: non solo Hopper è cresciuto ma Peter è diventato re, a discapito del fratello che si è rivelato un malvagio cospiratore.

Il giovane principe vorrebbe tanto diventare un esploratore come il suo padre adottivo, ma non sembra essere avere le stesse abilità, anche perché le sue differenze lo rendono molto insicuro. Il destino è comunque nelle sue mani, perché le sue scelte lo condurranno alla più incredibile e rischiosa delle avventure. Il malvagio zio è evaso, e cerca ancora una volta di ottenere il criceto delle tenebre. Riuscirà Hopper a fermarlo?

Cosa funziona in Hopper e il tempio perduto

Già nel 2011 si parlava di una trasposizione cinematografica di Chickenhare, graphic novel per ragazzi ideata e disegnata da Chris Grine nel 2006, e dopo dunque un’attesa lunga oltre 10 anni arriva questo lungometraggio di Ben Stassen, che grazie alla distribuzione internazionale della Sony e la produzione Franco-Belga ha già ottenuto in questi Paesi un buon riscontro al botteghino, nonostante non abbia certo l’appeal di grandi società molto più quotate nel mondo dell’animazione.

Merito dell’ambientazione, che unisce un mondo simile a quello di Zootropolis, fatto di animali antropomorfi, a quello d’avventura stile Indiana Jones, con il personaggio di Harrison Ford decisamente ispirato al protagonista, nell’abbigliamento ma anche nelle dinamiche delle scene d’azione.

L’animazione seppur 3D risulta molto dettagliata, colorata e realistica: non siamo ai livelli delle attuali lavorazioni Disney/Pixar, ma al tempo stesso risulta molto più godibile nel complesso a quella di Kung Fu Panda, perché nella trilogia DreamWorks non c’è stata la stessa cura vista in Hopper nella realizzazione dei personaggi secondari o di semplice contorno.

Come accennato nella sinossi, la natura ibrida del protagonista è uno dei temi più importanti della storia, un modo semplice ma deciso per parlare di diversità, della sua accettazione ma anche della personale ricerca dei talenti nascosti: fare della propria diversità, o disabilità, un’arma vincente.

Un film formativo per le nuove generazioni, senza essere edulcorato come molti prodotti moderni: non solo vengono usati spesso termini come “morire” e “uccidere”, ma durante il prologo viene fatta chiaramente intuire la morte dei genitori biologici di Hopper per mano (o meglio, per bocca) di un coccodrillo.

Un po’ di dramma, tensione per via del diabolico piano di Lapin, ma anche tante risate, non solo per le svariate citazioni alla cultura pop ma soprattutto per i dialoghi della tartaruga Abe, personaggio tragicomico dall’inizio alla fine, e doppiato da un Davide Garbolino in splendida forma.

Il doppiaggio Italiano è dunque un altro grande punto a favore del film, dato che nonostante si tratti d’animazione non abbiamo avuto almeno in questa occasione dei talent famosi ma non idonei al mestiere per attirare il pubblico generalista al cinema.

Un cast di soli professionisti, diretto da Riccardo Rossi (che ha dato la voce anche alla rana maggiordomo e ai gemelli buoi), con i dialoghi di Cecilia Gonnelli, l’assistenza di Roberta Schiavon, Dario Gioncardi come fonico di doppiaggio ed Andrea Pochini come fonico di mix, per la gioia degli appassionati di questa nobile arte e del cinema di qualità.
Perché oltre a Garbolino abbiamo Federico Campaiola sul protagonista, Angelo Maggi sul malvagio Lapin, Massimo De Ambrosis su Re Peter, Eleonora De Angelis sulla puzzola Meg, Simone Mori sul re dei maiali, piccolo antagonista di contorno, al pari del gorilla Luther, doppiato da Alberto Angrisano, e dei due bulletti rivali di Hopper Lance e Withey, che hanno la voce di Oreste Baldini e Roberto Gammino.

Perché non guardare Hopper e il tempio perduto

Un film pieno di temi importanti ma non veramente drammatico e adulto come altri: senza scomodare gli Anime giapponesi, c’è molta più crudeltà in Don Bluth, in alcuni Classici Disney o nello studio Laika, solo per citarne alcuni. Quindi non adatto a chi non vuole vedere una storia alla fine tranquilla e colorata, seppur come dicevamo molto avvincente, divertente e formativa.

Il film è al cinema dal 21 Aprile con Warner Bros. per Sony Pictures.

Regia: Ben Stassen, Benjamin Mousquet Con: Danny Fehsenfeld, Joe Ochman, Mark Irons, Donte Paris Anno: 2002 Durata: 91 min. Paese: Belgio, Francia Distribuzione: Warner Bros.

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