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Racconti di Cinema – Non aprite quella porta di Tobe Hooper

Ebbene, prima o poi dovevamo recensire Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre), opera magna e capitale, centrale nella filmografia dell’anfitrione cineastico, ahinoi scomparso, Tobe Hooper (Poltergeist). Opera entrata di diritto nell’immaginario collettivo, soprattutto degli amanti dei fortissimi, sconvolgenti thriller ad altissime e vertiginose, raccapriccianti e truculente tinte a loro volta intinte di sangue spaventoso e suggestività paurose delle più tremende e scioccanti, quasi traumaticamente morbose delle più perverse e maligne.

Ma questa sarà subito la nostra primaria questione: Non aprite quella porta, venerato oltre ogni dire e inimmaginabilmente in modo incommensurabile dai suoi sempre irriducibili fan, via via peraltro crescenti di generazione in generazione, è veramente quel mirabile capolavoro emozionalmente terrificante e repellente, bellissimamente mostruoso di cui si narra epicamente e del quale ogni ammiratore dell’horror purissimo si riempie continuamente la bocca, parlandocene sin allo sfinimento, perfino noiosamente e ripetitivamente in modo oramai indigesto?

Forse, non ce ne vogliano i suoi sterminati fanatici, Non aprite quella porta è vagamente datato, addirittura forse eccessivamente lodato. Poiché, alla fin fine, non è un granché? No, ci mancherebbe. Altresì però, probabilmente, non è niente di così eccezionale, orrifico ed epocale irripetibilmente. Stiamo bestemmiando in senso lato, cinematograficamente parlando, siamo blasfemi e ne disconosciamo parzialmente l’immane valore artistico e “seminale?”. No, non crediamo… che Non aprite quella porta sia quell’intoccabile pietra miliare di cui, come appena sopra dettovi, chiunque non osa proferire parole dubbiose in merito alla sua qualità e importanza da lui reputate inviolabili. È un film decisamente, sotto molti aspetti, rilevante e principale all’interno del suo genere e, inutile ribadirlo, rappresenta un passaggio chiave imprescindibile per il futuro e odierno modo di concepire la stessa parola paura e il genere stesso a esso appartenente, ovviamente.

Però è oltremodo sopravvalutato? Chissà…

Trama, ridotta all’osso: cinque ragazzi, a bordo di un furgoncino, decidono spensieratamente e ingenuamente di trascorrere una felice vacanza in Texas. Inoltrandosi nell’arido e afoso suo entroterra turistico apparentemente allettante e verdeggiante. Dell’allegra, giovanissima combriccola fanno parte anche l’invalido e cicciottello Franklin (Paul A. Partain, texano nato ad Austin nel giorno del 22 novembre del ‘46 e morto, all’età di cinquantotto anni, sempre nella sua città natia) e l’avvenente, sexy Pam (Teri McMinn). Il ragazzo di Pam, di nome Kirk (William Vail), senza sprezzo del pericolo, s’avventura all’interno d’una bianchissima villa abbandonata, attorniata da una foltissima vegetazione e contornata da rampicanti erbe rupestri. Chi si cela in tale mansueta abitazione silenziosa? Forse Leatherface (il compianto Gunnar Hansen), un uomo mascherato in maniera raccapricciante che indossa una tutina da macellaio e a cui piace azionare una motosega infermabile? I cinque boys, inoltre, durante il loro tragitto, diedero il passaggio a un autostoppista picchiatello e autolesionista (Edwin Neal). Chi è costui, in verità? È, per caso, apparentato con Leatherface? Invece qual è la vera identità che si cela dietro le fattezze, all’apparenza rispettabilissime e innocue, perfino tonte, del gestore di una stazione di servizio situata a poche centinaia di metri dalla casa succitata e a sua volta ubicata ai piedi del tetro boschetto?

Sceneggiato dallo stesso Tobe Hooper e Kim Henkel, i quali subito dichiararono all’inizio del film di essersi ispirati a un macabro e pazzescamente fatto efferato realmente accaduto, Non aprite quella porta costò pochissimo e dura solamente ottantaquattro minuti nella sua edizione integrale, mentre addirittura, in quella per lungo tempo circolata, ancora meno. Cioè un’ora e tredici.

Lungamente boicottato per via della sua perturbante violenza mostrataci senza molti filtri, censurato più e più volte non solo ai tempi della sua releaseNon aprite quella porta, col passare degli anni, è divenuto un fenomeno di culto non solo presso i cinefili e gli aficionado delle pellicole, per l’appunto, di matrice slasher delle più emotivamente devastanti.

Ispirando seguiti e imitazioni a non finire, il remake di Marcus Nispel del 2003, videogiochi, serie televisive e quant’altro. Insomma, chi più ne ha, più ne metta, come si suol dire.

Magnifica, spettrale e atmosferica fotografia spazialmente bellissima, abrasiva e aderente perfettamente al clima stratosfericamente inquietante emanatoci da Hooper, a firma di Daniel Pearl.

Il film mette veramente i brividi, alcune scene, specialmente quella del pre-finale della famigerata e celeberrima cena cannibalistica della famiglia di psicopatici riuniti attorno a uno sgangherato, consunto tavolo imbandito per celebrare uno dei più schifosi orrori mai visti durante un’interminabile nottata che aspetta la sua timida e fievole alba speranzosa, eh già, accappona la pelle ed eternamente, visceralmente ci segnerà profondamente.

Ma Non aprite quella porta, al di là di tutto, col senno di poi, non pensate che sia onestamente prevedibile e banale dal suo primo minuto all’ultimo? Non credete che Leatherface, con la sua ridicola corsa quasi da paraplegico e da goffo, sesquipedale imbranato ritardato, sì, tanto agghiacciante e temibile quanto involontariamente, incoscientemente imbecille, più che la pura incarnazione del male per eccellenza, sinistro e orrendamente innocente, sia sostanzialmente sol un povero deficiente tragicomico dei più insostenibili e incredibili?

Se pensate di no, allora Non aprite quella porta è inconfutabilmente un capolavoro insindacabile.

Se invece pensate di sì, se pensate cioè che Leatherface, tutto sommato, non sia questo storico villain formidabile e indimenticabile, bensì solamente un biasimevole poveraccio e un penoso, maledetto disgraziato, Non aprite quella porta, soprattutto verso la sua metà, potrebbe ai vostri occhi palesarsi come un film dell’orrore fantozziano e demenziale.

Leatherface, nella sua assoluta inconsapevolezza di psichica malattia straziante, è gigantesco esattamente per questa ragione assurda?

Anche se l’ombra del Bruce Campbell a venire, de La casa e de L’armata delle tenebre, pare concretizzarsi, nella nostra memoria, da un momento all’altro. Porgendo a Leatherface un sorrisino beffardo di compassione infinita, elargendogli pietisticamente un’atroce smorfia irridente delle più invincibilmente e grandiosamente, giustamente strafottenti.

About Stefano Falotico

Scrittore di numerosissimi romanzi di narrativa, poesia e saggistica, è un cinefilo che non si fa mancare nulla alla sua fame per il Cinema, scrutatore soprattutto a raggi x delle migliori news provenienti da Hollywood e dintorni.

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