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His House – Recensione del film Netflix di Remi Weekes

His House: Dopo “Scappa – Get Out” e “Noi”, un buco nell’acqua del cinema politicamente corretto e orientato. Ecco perché.

Rial (Wunmi Mosaku) e Bol (Sope Dirisu)sono una giovane coppia che, dal Sudan, scappa in Europa. Qui, in una città del Regno Unito, si vedranno affidare una casa. Presto scopriranno però che dietro l’apparenza di normalità, l’abitazione nasconde qualcosa di oscuro e minaccioso.

Cosa funziona in His House

Il terrore spurio funziona, quantomeno nella prima parte. La perlustrazione delle ombre, dei volti dietro le mura, dei rumori sinistri e della generale atmosfera di abbandono e desolazione è efficace.

I momenti di paura, in altre parole, ci sono e tutto il primo tempo in generale vive di un bel crescendo angosciante. Complice anche la partecipazione emotiva offerta dal tema: due rifugiati alle prese con l’ostracismo e le mille difficoltà, per nulla disposti a tornare indietro (o quantomeno, questo è quello che pensa e ribadisce Bol).

Perché non guardare His House

Purtroppo His House manca quasi tutti i bersagli che aveva puntato. La seconda parte e il tremendo epilogo vorrebbero essere un punto di giunzione tra la storia e la riflessione sociale, tra il tessuto horror e la contemporaneità, un appello alla pietà e alla memoria che trascenda e al contempo rispetti il genere e le sue coordinate.

Obiettivi mancati dal momento che il film di Weekes cade nella peggiore di tutte le trappole: quella del ridicolo (certo, involontario). La rivelazione finale, infatti, davvero non si perdona.

Dopo “Scappa – Get Out” e “Noi”, His House è il terzo horror che da tre anni a questa parte tenta di affrontare le tematiche razzial-sociali in maniera aperta e frontale.

Va da sé che l’unico titolo davvero riuscito di questa ipotetica trilogia (volendo potremmo inserire anche Antebellum) è l’esordio di Jordan Peele, quello sì un horror intelligente e multistrato. Il bis, quel “Noi” passato giustamente in sordina, soffre i medesimi difetti di questo ancora più snobbato (altrettanto giustamente) prodottucolo targato Netflix: l’accumulo metaforico che schiaccia il piacere della visione, che vuole nobilitare la materia trattata, che troppo teme la serie B e mal gestisce il citazionismo. Ma soprattutto un film senza fascino (e almeno “Noi”, invece, un certo fascino lo conservava) e senza dolore. “His House” è un’evocazione senza risposta.

Regia: Remi Weekes Con: Matt Smith, Javier Botet, Wunmi Mosaku, Ty Hurley, Emily Taaffe, Vivien Bridson, Cornell John, Sope Dirisu, Rene Costa Anno: 2020 Durata 93 min. – Paese: Gran Bretagna Distribuzione: Netflix

About Raffaele Mussini

Appassionato di cinema a 360°, bulimico di visioni fin da piccolo. Si laurea in Marketing, per scoprire solo qualche anno più tardi che la sua vocazione è la scrittura. Pubblica così due romanzi e un saggio di cinema, "In ordine di sparizione - Più di duecento film che forse non avete mai visto o che avete dimenticato", edito da Corsiero Editore. Sta lavorando a un quarto libro, ma nel poco tempo libero il cinema combatte duramente per farsi strada e conquistarsi il primato tra le sue passioni. Ama Malick, Scorsese e Mario Bava, tra i tantissimi, con una predilezione per l'horror e per il noir d'altri tempi.

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