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Sempre meglio che lavorare – Abbiamo incontrato i The Pills

Abbiamo incontrato i The Pills per la presentazione del loro esordio cinematografico “Sempre meglio che lavorare”, al cinema dal 21 gennaio 2016.  Presenti all’incontro oltre ai The Pills: Luigi Di Capua, Matteo Corradini, Luca Vecchi anche il produttore Pietro Valsecchi.

Come è nata l’idea del film?

Pietro Valsecchi: Si parlava con Zalone di non lavorare e qui è lo stesso argomento, sono due facce della stessa medaglia. Due anni fa ho incontrato i The Pills e abbiamo parlato della possibilità di raccontare storie nuove, di raccontare una realtà che non mi appartiene perché faccio parte di un altra generazione. L’idea è di cercare nuovi contenuti, il produttore deve cercare nuovi talenti per rinnovare il cinema italiano. E’ stato un processo molto difficile. Sul web i The Pills sono abituati a format da 3-4 minuti, per loro fare un lungometraggio è stato molto complicato. I loro riferimenti poi sono molti diversi, una nuova cultura. E’ sempre difficile far debuttare dei ragazzi, bisogna stargli vicino ma è un emozione vedere un prodotto finito.

Cosa ci potete raccontare di questo grande passaggio al cinema? Le vostre speranze paure e difficoltà?

Matteo: Per quanto mi riguarda il passaggio è stato abbastanza tranquillo. Siamo sempre stati abituati a fare cose sul web e passando al cinema l’esperienza è cambiata, ma non in senso negativo. Abbiamo imparato molto e le speranze sono quelle di trovare un riconoscimento in una certa fetta di pubblico.

Luigi: Abbiamo cercato di trasferire il nostro linguaggio dal web al cinema che alla fine si sono mischiati. Rivedendo il film l’ho trovata una cosa curiosa a livello di linguaggio. E’ stato faticoso però, sembra sia stato facile ma non lo è stato per niente, è stato impegnativo. Luca vuoi dire quanto è stato faticoso?

Luca: E’ stato un gran battesimo del fuoco, ne porto ancora le cicatrici ma come dice il mio collega è stato molto interessante. Spero con molta umiltà che sia un buon primo tentativo.

Da dove nasce la trama?

Luigi: Quando abbiamo cominciato a scrivere il film volevamo fare la cosa più onesta possibile, creando una trama quasi autobiografica. Quando sono cominciati i The Pills nel 2010 eravamo tutti e tre laureati e senza lavoro e piuttosto che stare in ufficio otto ore al giorno a guadagnare trecento euro al mese, abbiamo preferito fare le cose che ci piacciono in casa, da qui il nome del film. Abbiamo deciso di provare a tirare fuori qualcosa, Luca voleva fare il regista, io volevo fare lo sceneggiatore, Matteo voleva fare il rapper e siamo rimasti su questa strada. Il momento in cui è cominciato sono stati un paio d’anni di miseria ma c’era comunque questa volontà di rimare compatti, andando a lavorare avremmo interrotto i The Pills, smettendo di credere in quello che volevamo fare, finendo qualcosa che avevamo cominciato insieme, creando una sorta di immobilismo. Abbiamo cercato di inserire questo sentimento nel film, questo stacco dalla pre-adolescenza vissuto in tre modi diversi dal decadimento fisico a quello psicologico fino alla tentazione del lavoro.

Com’è stato lavorare per la prima volta nel mondo del cinema? E come mai la scelta di Gianni Morandi?

Matteo: Purtroppo noi abbiamo lavorato, tanto tempo fa ma abbiamo lavorato. Come dice Luigi noi eravamo appena laureati, si parla più o meno del 2008 quindi in piena crisi e l’unica opzione era appunto stare chiusi in un ufficio. La nostra scelta di non farlo è una scelta quasi etica. Lavorare sul film è stato traumatico. Luca ha ancora la febbre, sono quattro mesi che ha la febbre. Noi non volevamo lavorare ma alla fine ci hanno costretti, ci hanno costretti a fare il film.

Luigi: Gianni Morandi ha questa tecnica incredibile su internet per la quale ai commenti di odio risponde con assoluta banalità e gentilezza. Questo fatto ha ammortizzato tutte le critiche nei suoi confronti, facendolo diventare un eroe.

Quali sono le vostre ispirazioni a livello comico e come avete fatto a mischiare Hollywood e le sue citazioni con i bangladini e il Pigneto?

Luca: Noi siamo stati cresciuti dalla televisione, abbiamo assorbito un po’ di tutto, dalla commedia americana a quella italiana, dai film di Hollywood di anni ’80 e ’90 ai videoclip e eccetera. Tra di noi abbiamo comicità molto diverse, a chi piace la stan-up comedy, piuttosto che la slapstick, i cartoni animati della Warner o del cinema italiano. Per quanto riguarda i bangla al Pigneto ci faceva molto ridere questa possibilità di una loro società segreta.

Su cosa si basano le scelte musicali e la composizione della colonna sonora?

Luigi: Al momento in cui bisognava scegliere la colonna sonora eravamo indecisi se usare i grandi classici (tipo Vasco). Abbiamo alla fine deciso di rappresentare l’attualità, dando spazio ad artisti della nostra età, a volte nostri amici, che sono in grado di raccontare il nostro periodo e la nostra generazione.

Secondo voi la cicorietta della nostra generazione è la velleità artistica? E qual’è la cicorietta della generazione precedente?

Matteo: Già la cicorietta di per se è stata una grande rivelazione perché quando la mangi e ti piace ci rimani male.

Luigi: Credo che la cicorietta in realtà sia un grande mistero, una cosa che devi continuare cercare, se noi l’avessimo trovata magari stavamo meglio. Magari è quello che abbiamo fatto: planare verso i 30 in maniera più tranquilla. Per quanto riguarda la cicorietta delle altre generazioni credo siano stati i figli.

Luca: La cicoria non ti uccide, le velleità forse si. Che tristezza.

L’ambientazione di periferia del film è una cosa molto rara nel cinema italiano che ci ha abituato a vedere storie di vite precarie tra piazza Navona e piazza di Spagna.

Luigi: E’ proprio quello che volevamo fare: portare questa romanità, una sorta di tribalità, il nostro modo di parlare di comportarci. Speso il problema del cinema quando parlano dei giovani è l’essere approssimativi, senza riferimenti. Moretti raccontava la sua zona, il suo quartiere, noi abbiamo raccontato la nostra ma non è una periferia triste e cupa. Spesso vengono raccontate storie di questi ragazzi, fuori sede magari, che vivono in questi loft pazzeschi: il cinema italiano dei loft. Ma chi l’ha mai visto un loft?

Il film è pieno di citazioni cinefile, qual’è la vostra cultura cinematografica?

Luca: Torno alla questione di prima, siamo onnivori, abbiamo visto di tutto.

Matteo: Per quanto riguarda la scrittura del film i Monty Phyton,  ai quali non vogliamo assolutamente paragonarci, mentirei se dicessi che non ci hanno influenzato. Anche uno scrittore inglese, Terry Pratchett e l’umorismo inglese in generale.

Luigi: Personalmente mi ha influenzato molto la commedia italiana, da Verdone a Muti, quel cinema comico molto malinconico. Prima di scoprire questa commedia traevo ispirazioni più esterofile, come la maggior parte della nostra generazioni, soprattutto dalla stand-up comedy.

Guarda le foto del cast durante il Photo Call di presentazione del film 

 

About Alice De Falco

Innanzitutto è fondamentale dire che prova molto imbarazzo nel descriversi in terza persona, ma cosa non si fa per la gloria. Al mondo da fine 1996, fa le scuole (come tutti) e poi le finisce (come quasi tutti), dicendo addio al liceo scientifico e ciao al magico mondo del cinema. Da grande vuole fare la regista, avere un sacco di soldi e possibilmente sposare Wes Anderson anche se è un po’ brutto.

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