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A proposito di Paolo Virzì: masterclass con il regista livornese

La recente edizione del Festival di Cannes ha sancito l’ulteriore successo – corredato da lunghi applausi e da una calorosa accoglienza in sala – dell’ultima fatica cinematografica del regista livornese Paolo Virzì, classe 1964, uno dei consolidati autori di punta della commedia all’italiana contemporanea.

Dopo essersi trasferito dalla sua amata città – Livorno – a Roma, in bilico tra il richiamo della letteratura e quello del cinema opta per quest’ultimo, iscrivendosi al Centro Sperimentale di Cinematografia e cominciando a collaborare assiduamente con Furio Scarpelli: “Io, piuttosto, gli raccattavo le carte” (commenta ironicamente Virzì stesso). L’incontro col maestro Scarpelli, poi quello casuale con Francesca Archibugi; i primi film, fino al folgorante successo della sua opera prima La Bella Vita (1994): il regista mostra subito la sua sensibilità, un intuito naturale per la caricatura distorta e comica di realtà – che poi, spesso, così comiche non sono – che gli deriva dalla sua abilità nel disegno; con lo stesso tratto con il quale riesce a fermare la realtà fenomenica su carta, riesce ad utilizzare le parole come la punta della matita, scrivendo il proprio cinema attraverso le immagini. Inserendosi nel solco della tradizione più canonica della commedia all’italiana in quanto genere (come quando fu codificato il nome, in seguito all’uscita nelle sale del film di Pietro Germi Divorzio all’Italiana), Virzì stesso ammette di raccontare degli aspetti, del nostro mondo, spesso scomodi e “non particolarmente amati”, realtà brusche che difficilmente incontrano degli sbocchi narrativi. Ma è attraverso la lenta alterata della commedia che diventa possibile ridere sulle avventure precarie di una laureata risucchiata nel mondo dei call center (Tutta la Vita Davanti); oppure delle difficoltà – al limite del calvario tragicomico – vissute da una giovane coppia per avere un figlio (Tutti i Santi Giorni); del disagio emotivo di una coppia alla deriva, sospesa tra sogni, desideri, rimpianti e lavoro precario (La Bella Vita); della storia agrodolce di una madre bambina, innamorata dei propri figli ma incapace di crescerli, segnandoli per sempre (La Prima Cosa Bella); o delle disavventure di adolescenti (o tali) alle prese con le difficoltà della crescita, alla ricerca del loro posto nel mondo (Ovosodo, Caterina Va in Città e My Name is Tanino); ripercorrendo quasi tutta la filmografia del regista livornese, è impossibile trascurare anche le sue incursioni in altre “contaminazioni” di genere come il film storico (N – Io e Napoleone) o il noir atipico (Il Capitale Umano).

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Con la sua ultima fatica in sala, La Pazza Gioia, Paolo Virzì prova di nuovo a sfidare sé stesso e le regole, inscenando la fuga folle di due donne malate psichicamente attraverso “quel mondo di pazzi che è l’Italia” (sempre parafrasando); il risultato è una commedia atipica che valica i rigidi confini del genere (è un road- movie? Una rom- com anomala? Un viaggio di formazione? Una commedia corale femminile?) sbeffeggiando convinzioni e cliché atavici, riuscendo nell’ardua impresa di restare in perfetto equilibrio tra il tragico e il brillante. Proprio da questa premessa trae spunto la masterclass, tenutasi presso la Casa del Cinema di Villa Borghese e che ha visto, protagonista, il regista livornese, reduce dai fasti di Cannes.

Leggi la recensione de “La Pazza Gioia”

La masterclass è stata impostata come una (non)lezione di cinema, durante la quale non è stata ripercorsa la carriera di Virzì ma si è preferito lasciare ampio margine alle domande del pubblico, curioso e preparato soprattutto dopo la visione (in sala) dell’ultimo film e la proiezione preliminare del backstage de La Pazza Gioia. A proposito di quest’ultimo, il regista rivela subito una piccola curiosa riguardo alla scelta etimologica dei nomi delle due protagoniste: Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), depressa borderline, porta un nome tipico degli anni ’70 (basti pensare a Donatella Rettore) in linea con la backstory del personaggio – figlia di un musicista spiantato che millanta la “paternità” della celebre hit di Gino Paoli Senza Fine – mentre il cognome è diffuso in tutta l’area toscana. Per quanto riguarda Beatrice Morandini Valdirana, si è trattato piuttosto di un divertissement: Beatrice, altisonante ed aristocratico (come l’amata di Dante), Morandini come il celebre critico e Valdirana, dal suono inusuale, per riconfermare il suo status sociale e l’esclusivo club – per aristocratici – alla quale appartiene. Insieme alla co- sceneggiatrice Francesca Archibugi si sono divertiti nel ricercare i nomi più adatti, visto che – a parer loro – sono parte integrante del carattere di un personaggio, o, letteralmente… “suonano”.

Proprio in occasione dell’uscita del film, un aspetto molto apprezzato nelle critiche è stato lo sguardo del regista sul femminino:

[…] è il miglior caso, negli ultimi anni, di un uomo che ha scavato nella testa di una donna […]”

Non si tratta solo dell’influenza della Archibugi, sottolinea Virzì, perché lui stesso è da sempre molto interessato ad approfondire, ed analizzare, la misteriosa galassia femminile.

L’analisi successiva, lucida e diretta, riguarda lo stretto rapporto tra Virzì e la narrativa: cosa distingue, effettivamente, la short story da altre forme narrative?

La Pazza Gioia, ad esempio, può essere definito come “un’avventura sciagurata” ma con dietro un racconto breve che si poggia su un romanzo (mai scritto, però). Il preciso periodo durante il quale è calata la storia di Beatrice e Donatella è fondamentale, e non frutto del caso: la scelta è ricaduta sull’estate del 2014, prima che nell’Aprile 2015 entrasse in vigore la legge improntata alla chiusura degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari); eppure, nonostante tutto, la situazione non è poi così cambiata visto che lo stato si è sentito ulteriormente in dovere di disinteressarsi della situazione dei pazienti psichiatrici (come dopo la Legge Basaglia del 1978), troppo spesso costretti a subire pratiche che si possono definite, senza dubbio, medievali.

Cercando di soddisfare tutte le domande rivolte dal pubblico, il regista passa in rassegna diversi punti interessanti inerenti sia alla sua carriera che, più in generale, sul proprio percorso di formazione, da dove è partito, a dove è arrivato lanciando – inoltre – uno sguardo sul suo futuro prossimo. Riguardo all’argomento “sequel e dintorni”, Virzì – ogni volta che termina un film – torna a rimaneggiare (con cura) una cartella sul desktop del suo pc dove salva e aggiorna, regolarmente, le basi di un ipotetico seguito del suo cult Ferie d’Agosto; però allo stesso tempo oltre a vedere l’impresa come una mera autocelebrazione sterile, angosciante ed “umanamente inquietante”, trova inutile mostrare come sono diventati i personaggi dopo anni; per tale ragione a sempre cercato di non dare un seguito alle storie narrate. La commedia all’italiana- in quanto genere – ha sempre avuto un pregio: raccontare storie “scomode”, che gli altri difficilmente scelgono di raccontare. La sua passione verso le storie che narra e i personaggi che le vivono – e che crea – è pressoché totale, nonché priva di manicheismi come quello tra “buonismo” e “cattivismo”: la sua volontà, in quanto regista, è quella di andare oltre, di superare quelle sovrastrutture e di provare a raccontare, con piglio pungente, la miseria della natura umana, proprio perché la vita è sconclusionata e ha bisogno del racconto (in quanto forma narrativa) per dominare il caos dei sentimenti umani cercando di dar loro un senso. Un tempo, i “maestri della parola” (quindi i grandi cineasti, padri della commedia all’italiana) davanti alla sola parola “psicanalisi” scoppiavano a ridere: per la loro generazione, quello era un argomento ad appannaggio dei ricchi borghesi annoiati, perché loro davvero conoscevano le fatiche della fame, il dolore della guerra e la sofferenza.

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Continuando a narrare le origini del processo creativo legato al film, Virzì non ha potuto fare a meno di citare il fratello Carlo – che si è occupato, anche qui, della colonna sonora – confermando di nuovo l’importanza della musica in un film, fino a spendere due parole riguardo all’idea di partenza del film, che è un’idea pronta a viaggiare su un duplice ricordo: da una parte un aneddoto sul set de Il Capitale Umano (il primo incontro tra la Ramazzotti e la Bruni Tedeschi) dall’altra le sue suggestioni letterarie, che affondano le radici nel Don Chisciotte e nel suo microcosmo. Il cavaliere de La Mancia è un archetipo del folle visionario deriso da tutto il mondo, seguito da una figura di “poveraccio” (Sancho Panza) che, pur vivendo ai margini della società, è comunque sempre pronto ad assecondarlo (nonostante il suo cinismo); questo stesso rapporto si riflette in quello tra Beatrice e Donatella, due donne solo, allontanate dalla Vita che capiscono di poter contare solo l’una sull’altra per poter sopravvivere a questo pazzo, pazzo mondo. Dopo aver approfondito in fase di scrittura – insieme alla Archibugi – il discorso della malattia mentale (anche grazie, in un secondo tempo, alla presenza di vere pazienti sul set) hanno consensualmente preso la decisione di creare due personaggi sfaccettati e complessi, non due “cartelle cliniche ambulanti”; noi esseri umani siamo un groviglio, difficile e inspiegabile, di patologie più o meno invalidanti che colpiscono tutti. Sul set, insieme alle attrici e al resto della crew, c’erano anche sette pazienti di alcuni centri per le malattie mentali reinventatesi attrici: il loro supporto – e la loro presenza – sono state fondamentali perché si trattavano di presenze “liberatorie” attraverso la loro totale assenza di filtri ed inibizioni, spesso determinate semplicemente dal quieto vivere e dalle regole sociali; la loro presenza è stata un ulteriore passo verso la costruzione di una dinamica femminile complessa, basata sulla presenza forte di due donne che, in un primo momento, non vivono una relazione di amicizia quanto una di “sadomasochismo” incentrata sul rapporto malato tra servo e padrone; ma successivamente, con lo scorrere del film e delle situazioni, il loro legame muta in qualcosa di più profondo, dove perfino il discorso fisico più irruento (i colpi che si sono inferte le due attrici, realmente, sul set!) muta in qualcosa di totalmente diverso ed inaspettato. La voglia di “affidare” questa storia così pericolosa ma sprezzante, libera, bella, piccola ma universale nelle mani di sole due donne è venuta a Virzì ripensando alle eroine che hanno popolato la “sua” letteratura preferita (Anna Karenina, Madame Bovary etc.) e ad alcune storie – vere – di donne “confinate” in centri del genere, ognuna col suo bagaglio di dolore, sofferenza, paura, emarginazione e frustrazione; a tutto questo si può aggiungere il suo film di culto sul tema delle malattie mentali, ovvero Qualcuno Volò sul nido del Cuculo, che prevedeva sicuramente una dominante maschile nel cast e nell’economia della storia; altri omaggi – e citazioni pop – disseminati nel resto della pellicola sono chiaramente riconducibili al film di Dino Risi Il Sorpasso (1962) per via della scelta della Lancia rossa sulla quale le due belle protagoniste “nostrane” si avviano verso quell’utopia di libertà e pazza gioia, mentre invece Virzì stesso non conferma – in chiave fortemente critica – qualunque riferimento a Thelma e Louise di Ridley Scott, quintessenza del road movie selvaggio ma declinato al femminile.

Leggi ancora del nostro incontro con il regista e il cast de “LA PAZZA GIOIA”

About Ludovica Ottaviani

Ex bambina prodigio come Shirley Temple, col tempo si è guastata con la crescita e ha perso i boccoli biondi, sostituiti dall'immancabile pixie/ bob alternativo castano rossiccio. Classe 1991, da più di una decina d’anni si diverte a scrivere e ad imbrattare sudate carte. Si infiltra nel mondo della stampa online nel 2011, cominciando a fare ciò che ama di più: parlare di cinema e assistere ai buffet delle anteprime. Passa senza sosta dal cinema, al teatro, alla narrativa. Logorroica, cinica ed ironica, continuerà a fare danni, almeno finché non si ritirerà su uno sperduto atollo della Florida a pescare aragoste, bere rum e fumare sigari come Hemingway, magari in compagnia di Tom Hiddleston, Michael Fassbender e Jake Gyllenhaal.

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