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Tutti pazzi in casa mia – Abbiamo incontrato Patrice Leconte

Uscirà nelle sale italiane il 29 Ottobre, l’ultimo film del celebre regista francese Patrice Laconte, Tutti pazzi in casa mia (Une Heure de tranquillitè), versione cinematografica della pièce teatrale omonima e che vede come protagonista Christian Clavier.

Abbiamo incontrato a Roma Patrice Laconte e l’occasione è stata buona per parlare con lui del suo cinema, di come si approccia solitamente ad un nuovo lavoro e, quindi, di Tutti pazzi in casa mia suo ultimo lavoro.

Sei anni fa, era il 2009, è uscito un libro dedicato a lei, Un pessimista sorridente, si riconosce ancora in questa etichetta del titolo del libro?

“Io sono molto lucido per quanto riguarda la visione della nostra epoca e della nostra società, e sono molto calato nella realtà e forse proprio per questo sono pessimista perchè mi guardo intorno e quello che vedo non sempre mi piace. Sorridente perchè penso che comunque bisogna mantenere un certo sorriso, una certa benevolenza nel guardare il mondo, però sicuramente anche l’Ottimista triste non sarebbe stato un cattivo titolo”

Suo padre che faceva tutto un altro mestiere, era un grande cinefilo. Che ricordi ha da bambino? Andava al cinema con suo padre? Che film vedeva?

“Io sono un provinciale e rivendico queste mie origini provinciali nel senso che non sono ne nato ne cresciuto a Parigi. E mio padre in effetti amava molto il cinema anche se faceva un mestiere che no aveva niente a che fare con il cinema. E spesso mi portava al cinema e vedevamo film di ogni tipo da quelli più popolari a quelli più di nicchia, da cineclub. E poi la cosa che ha fatto scoccare in me la voglia di fare cinema è stato il Festival di Cortometraggi che si svolgeva a Tours, la mia città natale e che appunto vedendo questi cortometraggi mi sono reso conto che quello che per me sembrava un sogno irrealizzabile, era invece realizzabile, ossia fare film.  E mio padre non solo era un’amante del cinema ma aveva anche in casa una cinepresa, una videocamera diciamo per fare filmini familiari, e siccome era molto simpatico me la prestava così anch’io potevo fare questi filmini. Era un mezzo con il quale ho potuto esprimere la mia vena artistica e così ho imparato molto. Infatti io rimango sempre un pò stupito quando vedo che oggi i giovani che vogliono iniziare a fare cinema, vogliono iniziare direttamente da un lungometraggio. A me sembra un po un’aberrazione.”

Che cosa raccontavano questi cortometraggi? Esistono ancora?

“Questi cortometraggi sono principalmente commedie. Sono partito da li, mi è sempre piaciuto far ridere la gente. Ma purtroppo sono andati tutti perduti e di questo ne sono particolarmente contento. Come quando sfogli un album di fotografie: quanto vedete le foto da bambini siete carini, ma quando capitano le foto da adolescente non è tanto piacevole e vi verrebbe voglia di strapparle quelle pagine. Per i miei cortometraggi è la stessa cosa.”

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Per lei che importanza ha il cinema italiano nella sua formazione cinefila?

“Cito più volentieri i film italiani quando sono in Italia naturalmente. Però è vero, e sono sincero, che il cinema italiano ha avuto un enorme importanza per me. Ovviamente partendo dalla grande famiglia rappresentata da Fellini, Visconti, Antonioni ma ne potrei citare molti altri. Conosco i film di Ermanno Olmi, di Zurlini e sono tutti film che sono stati molto importanti per me. Perchè questi film rappresentavano l’eleganza della messa in scena, l’immaginario, la fantasia e per me questi sono elementi fondamentali. Naturalmente ne sto dimenticando tanti altri ma non siamo qui per stilare una lista. Volendo parlare anche del presente ad esempio io credo che La grande bellezza di Paolo Sorrentino sia un capolavoro assoluto.”

Come nascono i suoi film? Qual’è l’iter di formazione?

“All’inizio della mia vita, come vi dicevo ho fatto soprattutto commedie, però sentivo che dentro di me c’erano altre cose che volevo esprimere e dopo 5-6 commedie ho  iniziato a fare dei film che erano molto diversi tra loro. Per quanto riguarda l’ispirazione non saprei dire, non riesco mai a definire quel momento in cui si pianta in me l’idea di un determinato film. Perchè a volte n film può nascere da alcune mie fantasticherie, altre volte degli amici mi prestano dei libri dicendomi qui può esserci un’idea per te, altre volte è lo scambio con un amico sceneggiatore. L’iter può essere molto diverso. Si dice spesso che i grandi cineasti non facciano altro che approfondire lo stesso solco per tutta la vita. Forse allora non sarò mai un grande cineasta ma sinceramente me ne infischio.”

Cosa l’ha spinta a portare sullo schermo questa storia, questa sceneggiatura, questa pièce teatrale?

“Questo film come forse sapete è basato su una pièce teatrale che è stata recitata a Parigi per un’intera stagione avendo molto successo. E un giorno un produttore che conoscevo mi ha detto secondo me dovresti andare a vedere questo spettacolo perchè potresti farne un film. E mi sembrava per me un’occasione importante di poter parlare di queste vite turbinose che tutti noi abbiamo. Era anche l’occasione di tornare alla commedia pura cosa che non mi capitava da un po e anche di trovare Christian Clavier, un attore che amo molto ma con il quale non avevo ancora avuto modo di lavorare. Quindi sono andato a teatro, l’indomani ho chiamato il produttore e gli ho detto si effettivamente se ne potrebbe fare un film.”

C’è una velocità nei movimenti, nelle battute, anche il testo teatrale aveva questa qualità? 

“No, per quanto riguarda lo spettacolo teatrale non aveva questo ritmo incalzante. Innanzitutto era interpretata da Fabrice Luchini e non da Christian Clavier e non aveva questo ritmo così sostenuto. Ogni volta che faccio un film, siccome faccio film che sono sempre diversi tra loro, mi pongo la domanda come farò la regia di questo film? E siccome faccio io stesso le inquadrature dei miei film, in questo caso avevo deciso che l’avrei fatto come un reportage, quindi con telecamera in spalla e seguendo l’azione, in modo veloce. Non volevo fossero delle riprese un po borghesi, cioè sistemato in poltrona a guardare in monitor, volevo ci fosse ritmo e l’ho trasmesso anche agli attori questo.”

Perchè non avete tenuto il protagonista teatrale Fabrice Luchini?

“E’ lui che non ha voluto. Noi gli abbiamo proposto il film è stato lui a rifiutare. E per me è stata quasi una gioia così ho avuto modo di poter proporre il film a Christian Clavier con il quale volevo lavorare da molto tempo. E sinceramente, credo che il film ne abbia tratto vantaggio: il personaggio del film è un grande egoista, però Clavier ha saputo renderlo empatico, simpatico a differenza del personaggio teatrale che non suscita questa empatia. C’è anche da dire che è un adattamento cinematografico quindi è stato anche molto modificato rispetto alla pièce teatrale.”

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Per il resto del cast come si è regolato? E’ stato rinnovato l’intero cast?

“No, ho cambiato tutto. Nessuno degli attori del film faceva parte della pièce teatrale. E abbiamo deciso, in realtà io insieme a Christian Clavier che non volevamo che lui emergesse come star del film e che dietro ci fossero degli attori di secondo rango ma volevamo che tutto il cast fosse di un certo livello. E’ una richiesta che lui mi ha fatto ma io ho molto apprezzato perchè era esattamente quello che io avevo in mente”

Nel dirigere questi attori fino a che punto ci sono le sue indicazioni e dove subentra l’attore e la sua autonomia?

“E’ vero che facendo io stesso le inquadrature del film questo mi permette di avere una vicinanza e un’intimità con gli attori che altri registi non riescono ad avere. Per quanto riguarda la regia in generale si ha sempre la sensazione che il regista sia una sorta di burattinaio che tiene i fili degli attori. In realtà non è così. Invece a me piace avere in qualche modo la collaborazione attiva degli attori quando dicono la loro e se vedono il personaggio in un modo piuttosto che in un altro. In realtà io ho anche molta ammirazione per i cineasti che riescono a lavorare improvvisando, io questa cosa non riesco a farla. La cosa perfetta è quando si ha l’impressione che sia una regia improvvisata invece è tutta studiata. Per quanto riguarda questo film è tutto scritto, non è stato cambiato niente.”

Volevo chiederle qualcosa riguardo al finale così commovente rispetto all’intera commedia. E’ diverso dal finale dello spettacolo teatrale?

“Il finale è completamente inventato, diverso dalla pièce teatrale. Mi sembrava importante che arrivasse alla fine la bambina perchè è come se lei gli porgesse uno specchio e gli facesse vedere la sua mostruosità e il suo egoismo. E credo che sia proprio grazie a questo finale che il personaggio di Christian Clavier riesce ad essere un personaggio al quale ci leghiamo e che ci risulta simpatico. E poi mi sembrava molto bello e anche chic, trovare in questa sequenza finale Jean-Pierre Marielle che è un attore che amo molto. E volevo che fosse una sorpresa perchè non risulta tra gli attori, volevo che fosse una sorpresa finale.”

Come avete lavorato? Girando in sequenza o spostando le scene a seconda delle esigenze produttive?

“Io pensavo che siccome il film si svolgeva tutto all’interno di un appartamento avremmo potuto girare in ordine cronologico. In realtà non è mai possibile farlo. Per esempio l’attrice che faceva l’amante era libera un giorno e non un altro quindi per esigenze pratiche, tecniche abbiamo girato in un disordine assoluto. In realtà sono abituato a farlo, non è che mi ponga particolare problema però in questo caso mi è dispiaciuto perchè disponevamo dell’appartamento e avremmo potuto girare in ordine cronologico.”

Ha cominciato dicendo che per iniziare a fare cinema si dovrebbero iniziare dai cortometraggi. Ha altri consigli da dare agli aspiranti giovani registi?

“E’ vero che al giorno d’oggi esprimersi attraverso le immagini e fare un cortometraggio è molto facile. Basta avere una videocamera, si può anche rubare non si vede. avere un software qualunque di montaggio sul computer abbastanza facile da reperire, quindi con questi strumenti non si riesce a girare Titanic però si può iniziare a capire cosa vuol dire fare cinema. E l’altro consiglio è di andare molto al cinema, ma non solo per farsi delle abbuffate cinematografiche ma per capire gli aspetti tecnici del perchè ci sia piaciuto un film rispetto ad un altro. Il consiglio più importante, direi, è di porsi ogni tanto la domanda perchè voglio fare cinema? E finché non ci si riesce a dare una risposta reale e pertinente a questa domanda bisogna continuare a porsela. Ovviamente ognuno ha una risposta individuale e personale a questa domanda.  Qualche tempo fa Wim Wenders era presidente di giuria a Cannes e un giornalista gli ha chiesto ‘Signor Wenders ma lei perchè fa film?’ e lui ci ha pensato un pochino e con questa sua voce trascinata gli ha risposto ‘Faccio film per rendere il mondo un posto migliore’. A me è sembrata una risposta presuntuosa in realtà non era lui presuntuoso, ero io stupido perchè in realtà era una risposta fantastica. Non voleva dire che avrebbe cambiato il mondo col suo cinema ma che facendo cinema lui cercava di rendere il mondo migliore e se anche solo ci fosse riuscito tanto così è già un enorme successo.”

About Federica Rizzo

Federica Rizzo
Campana doc, si laurea in Scienze delle Comunicazioni all'Università degli Studi di Salerno. Web & Social Media Marketer, appassionata di cinema, serie tv e tv, entra a far parte della famiglia DarumaView l'anno scorso e ancora resiste. Internauta curiosa e disperata, giocatrice di Pallavolo in pensione, spera sempre di fare con passione ciò che ama e di amare follemente ciò che fa.

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