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The Green Inferno di Eli Roth – Recensione Film

Nel 2012 Eli Roth ha partecipato, in qualità di scenggiatore, produttore e co-protagonista ad un discreto disaster movie cileno a tinte gore: ‘Aftershock‘. In quell’occasione ha stretto sodalizio col cineasta andino Nicolas Lopez e tutta una serie di attori, tra cui l’ottima Lorenza Izzo, divenuta poco dopo Lorenza Izzo in Roth (beato lui). Nel 2013 Roth e Lopez tirano fuori dal cilindro The Green Inferno, che potremmo riassumere in una frase: twetta il cannibale.

Citazionismo sfrenato ed incontrollabile, sangue a volontà, belle donne che sbrigliano la matassa e avventurieri senza attributi, questa la ricetta di uno splatterone senza particolari pretese, se non quella di omaggiare i Cannibal Movie anni 70 e di farsi due risate.

Plot repubblicanissimo: studenti ambientalisti e progressisti partono da un college americano alla volta del Perù. L’intento, nobile, è quello di fermare la deforestazione amazzonica che minaccia la sopravvivenza d’una sperduta ed isolata tribù di uomini rossi. Una volta fermate le ruspe a colpi di tweet, i ragazzi vengono rispediti in America. A questo punto il loro aereo ha un incidente e gli indigeni pasteggiano lucullianamente con i superstiti….

La trama è puramente accessoria, pretesto per ridicolizzare i rivoluzionari da social network e gli studenti figli di papà che giocano alla rivoluzione, ma soprattutto per omaggiare il caposaldo di tutti gli splatter, Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato. Già la prima inquadratura, col fiume che, curvando come un grosso anaconda, attraversa la foresta è un chiaro omaggio all’incipit del capolavoro di Deodato, così come l’impalamento facile praticato dai cannibali o l’estetica del selvaggio. Qui e lì omaggi e citazioni anche ad Ultimo Mondo Cannible o la Montagna del dio cannibale (e chi più ne ha più ne metta). Come per i compagni di merende Tarantino e Rodriguez, anche con Roth il cinema di genere italiano ha creato un mostro che sfiora la mania ossessivo compulsiva. Non è detto che questo sia però un difetto, l’originalità latita, ma il vero divertimento è passare tutto il film a cercare di scoprire, come in una caccia al tesoro, indizi nascosti ed omaggi ai bei tempi che furono. Il film non sembra prendersi troppo sul serio e questo è un pregio quando si è consapevoli di non inventare nulla, ma le pecche rimangono. Dialoghi imbarazzanti, recitazione di livello non elevato, colonna sonora non memorabile. Rimangono le scene sanguinolente e le scene talmente eccessive da non poter trattenere le risate. Un vero mattacchione il vecchio Eli…

Gli attoriNicolàs Martinez, Ariel Levy e Lorenza Izzo avevano già recitato insieme, oltre che in Afershock, in altri film di discreto livello made in Cile e l’intesa è effettivamente buona, pur senza mai toccare alcuna punta memorabile. Gli altri altri attori sono degli onesti comprimari a tratti macchiettistici: Aaron Burns è il ragazzo afroamericano sovrappeso che viene cucinato per primo (di carne al fuoco ce n’è per tutto il villaggio); il roscio fattone Daryl Sabara  che nasconde la sua busta di ganja in un cadavere, sperando che questo intorpidisca i selvaggi permettendo ai superstiti di scappare, salvo poi ricordarsi dei nefasti effetti della fame chimica; Richard Burgi, padre ricco, potente ed assente della protagonista e che molti di voi ricorderanno come protagonista della serie tv The Sentinel; Sky Ferreira, la compagna di scorribande di Miley Cyrus e tutta una serie di altri caratteristi, come nella miglior tradizione del cinema di genere.

Fioccano le battute autoironiche sugli ebrei, in quello che sta diventando un marchio di fabbrica di Roth (che questa volta sceglie anche molti attori effettivamente di origine ebraica per il cast), l’analisi antropologica non è neppure presa in considerazione, mentre la critica agli attivisti da smartphone è appena abbozzata, ma non è questo quello che rende gradevole la pellicola, divertente e poco impegnativa.

La distribuzione ha tardato quasi due anni, soprattutto a causa di una scarsa propensione dei produttori a pubblicizzare il film dopo la presentazione del 2013 al Festival di Toronto. Peccato perchè ci sono prodotti molto peggiori che godono di tutti i favori, magari per la presenza di qualche divo in disuso o per scambi di favori che noi poveri mortali per sempre ignoreremo.

Consigliato agli amanti del genere senza particolari aspettative, a chi, dotato di pelo sullo stomaco, vuol farsi due risate ed a chi si diverte a scoprire citazioni di vecchi film, sconsigliato a tutti gli altri, soprattutto ad intellettuali e maniaci del film autoriale e profondo: non fa per voi.

 

 

About Davide Villa

Davide Villa
Più di trenta e meno di quaranta. Ama: Il punk Rock, l'as Roma, Tarantino, Maurizio Merli, Stallone, Schwartzy, Indiana Jones, Spielberg, Lenzi, Leone, John Milius e gli action movie. Odia: la juve, le camicie nere, Servillo, Lynch e Lars Von Trier. Film preferiti: Giù la testa, Bastardi senza gloria, Troppo forte, Compagni di scuola, Milano Calibro nove. Doti innate: la modestia, l'eleganza e la sobrietà. Difetti: pochi e di scarsa importanza.

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