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Mune di A. Heboyan – Recensione Film

Primo lungometraggio d’animazione per i francesi Benoit Philippon, che esordisce alla regia nel 2011 con Lullaby for Pi, e Alexandre Heboyan, che ha lavorato come animatore della DreamWorks in produzioni come Kung Fu Panda (2008) e Mostri contro Alieni (2009). Ai quali si unisce una crew di prim’ordine: tra production design, reparto artistico e animazione, figurano nomi come Nicolas Marlet (Kung Fu Panda, Dragon Trainer), Aurélien Predal (Un mostro a Parigi), Sebastien Bruneau (Hotel Transylvania), Hidekata Yosumi (Rapunzel, Ralph Spaccatutto), David Berthier (Cattivissimo me) e Antoine Antin (L’illusionista). Si spiega il perché di un’impronta americana tanto evidente, a partire da un immaginario in parte di seconda mano. Vi confluiscono suggestioni dal mondo tattile di Avatar (cui rimandano in primo luogo i lineamenti del giovane fauno), dal racconto mitologico che preleva volentieri da Hercules (gli adorabili aiutanti dell’antagonista Mox e Spleen sono una replica, non solo nelle fattezze, dei più celebri Pena e Panico), e dalle cronache di altri megaminimondi che hanno contribuito all’immaginario del cinema d’animazione degli ultimi anni (il rivale del protagonista, aspirante anch’egli al ruolo di guardiano, ricorda da vicino la malvagia cavalletta Hopper di A Bug’s Life). Persino i pelosi ragnetti bianchi e farfuglianti che tengono i fili argentati del congegno lunare sembrano qualcosa di già visto, un misto tra gli spiritelli di fuliggine di Miyazaki (non è il solo riferimento allo Studio Ghibli) fusi con la Pixar riletta ai tempi del gaming (Angry Birds). Nonostante questo il film risulta essere una favola pienamente godibile, che sa tenere insieme il versante fantastico e avventuroso con una misurata dose d’ironia (sceneggiatura di Philippon insieme con Jérôme Fansten). Chiude il cerchio l’immancabile risvolto sentimentale, che vede il piccolo eroe Mune abbandonarsi ai sentimenti per la graziosa Glim, un esile ragazza di cera (l’assonanza è forse con la parola “slim”), che risulta essere uno dei caratteri meglio scritti del film. A livello figurativo sono invece inaspettate le suggestioni dall’universo pittorico di Salvador Dalì (si osservi il Tempio della Luna) come pure il passaggio dall’animazione 3d a quella tradizionale in alcune sequenze oniriche.

About Fabrizio Papitto

Nato ad Alatri si è laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Roma 'La Sapienza'. Nel 2012 è stato tra i finalisti del concorso 'Scrivere di cinema' premio Alberto Farassino. Ha frequentato il corso residenziale di critica cinematografica presso il Bobbio Film Festival - Edizione 2014. Nel 2015 ha svolto uno stage presso la redazione del settimanale Film Tv. Recentemente scrive di narrativa per Il Mucchio e ancora di cinema per MyMovies.

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